Notizie

18 Dicembre 2015

Mille porte, ma la Porta è solo Lui

Le porte sono mille, perché la porta è una. La porta è Lui.
Il gesto con cui papa Francesco ha indicato come “porte sante” del Giubileo della Misericordia tante porte in giro per il mondo, nelle Chiese e nelle carceri, è potente e semplice. Ha preso un segno e lo ha strappato dalla ritualità che tende a velare tutti i segni, anche importanti. E ne ha richiamato il significato. Non sono un teologo. Non chiedetemi disquisizioni troppo sottili. Ma so cosa è restare fuori da una porta, so cosa è posare la fronte sui battenti chiusi e piangere, so cosa sono i battenti di un cuore che si aprono.pp1921205
Il simbolo della porta santa ha radici antiche. Ma la radice primaria sta nell’esser una porta che si apre a chi cerca Dio, segno della apertura del Sorriso dell’Essere a chi lo cerca. L’unica porta che conta. E il Papa ha detto: questa porta è vicina. Non sta in un Tempio lontano, sul monte, ma vicino.
Papa Francesco dice la “Porta” è aperta, è vicina. Siamo amici di un Dio che ha aperto, che ha mandato il suo Figlio, il suo pezzo di cuore, a essere porta.
La porta santa, si dice, ma è santa perché è un segno di Lui. Il rito conta, ma non è nulla se non introduce a una carne, una casa, a una comunità. Se non introduce al cuore-porta di Gesù.
I superficiali vedono in questo moltiplicarsi di porte per il Giubileo un banale “decentramento”. Come se il Papa e la Chiesa fossero una assicurazione che dissemina filiali. La chiesa reale sa che il Papa non è un capufficio, non è il capo della filiale centrale. Quella che da sempre apre le porte ai piccoli lasciati fuori da tutti. Non capiscono, questi piccoli osservatori o forse voyeurs, che si tratta invece di un gesto di accentramento, del più grande accentramento possibile: rivolgere i cuori alla presenza di Gesù, dell’uomo-porta di Dio.
La porta è una, è Lui. Gli occhi alla porta che è Lui. Al suo volto che faceva sussultare gli amici mentre abbatteva le porte di un Tempio chiuso, al suo sorriso che faceva crollare gli spalti del male e del rimorso, il suo gesto che alzava i paralitici.
Le porte sono mille, la porta è una. I suoi discepoli, la Chiesa, quella conosciuta e quella sconosciuta, hanno replicato mille volte quei gesti. S’è fatta “porta aperta” in giro per il mondo. E in questo Giubileo della Misericordia papa Francesco lo ha voluto ricordare ai distratti con una decisione semplice e forte. Come a dire: guardate dentro il rito, guardate dove indica il segno. I Papi hanno questo compito, in fondo. Indicare. Essere guide che fanno vedere. E la storia della comunità cristiana è piena di segni, di riti, di liturgie. Ci sono i “segni efficaci” ossia i sacramenti, l’unico caso in cui tra segno e significato v’è coincidenza assoluta. Quel pezzo di pane è realmente il corpo di Gesù, il perdono è il Suo. Poi ci sono i segni che indicano, che non coincidono con il loro significato. Tanti gesti, tanti oggetti, e tutta l’arte. Il Giubileo può essere una grande rieducazione ai segni. Quando oggi si dice che si vive nell’età della comunicazione, si dimentica spesso che essa è fatta soprattutto di segni. E la Chiesa è stata maestra di vita attraverso linguaggio e testimonianza fatti di tantissimi segni. Ma, appunto per questo, è anche sui segni che si combatte la “buona battaglia” della fede oggi. L’avvilimento, lo svuotamento dei segni è una delle strade che vengono usati da sempre dagli avversari della scomoda presenza della Chiesa. Così li reinventiamo.

3 Dicembre 2015

Più Natale, semmai, nel tempo del terrore

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La prima pagina del 5 dicembre

Premesso che penso che il più agguerrito avversario del Natale sia il suo annacquamento commerciale, per cui la festa ogni anno comincia più in anticipo, bruciando l’attesa liturgica (siamo in Avvento) e presentandosi all’immaginario collettivo con simboli innocui ma a-religiosi, che vanno da babbi sovrappeso a neve finta e lustrini; premesso che è una contraddizione in termini utilizzare simboli cristiani profondamente radicati nel cuore degli italiani, dalla croce al presepio, come armi di offesa o di difesa, culturale o partitica, perché sono intimamente impregnati di pace, proprio quella vera, che inizia dal cuore umano, che Cristo è venuto a portare nel mondo “scendendo dalle stelle”, nascendo realmente in una povera mangiatoia di Betlemme e morendo sul serio per amore di tutti su una croce; premesso che a leggere sui mass media e a parlare a lungo dei casi eclatanti di ignoranza, nel senso etimologico della parola, di dirigenti scolastici e insegnanti che periodicamente gettano nel cestino, insieme a “pericolosi” e “disturbanti” canti e segni “religiosi” (leggi cristiani), secoli di storia, cultura e arte, si finisce comunque per pubblicizzare quei gesti ideologici e per confermare la regola per cui fa più rumore l’albero che cade (il buon senso degli improvvidi censori) invece che alla foresta che cresce (i bambini che stanno preparando il presepe in casa e a scuola, i fedeli che a Messa in Avvento e per Natale ci vanno più di prima, quelli che anche se erano anni che non si confessavano, grazie a papa Francesco e al Giubileo della Misericordia torneranno ad avvicinare un sacerdote, ed è un’occasione di grazia davvero straordinaria); tutto ciò premesso, quanto accaduto nell’istituto comprensivo “Garofani” di Rozzano o, più vicino a noi, nella scuola dove insegna la maestra-assessore di Toano, dove i canti della tradizione natalizia erano stati considerati una “provocazione” pericolosa per altre culture e religioni, lascia quest’anno doppiamente feriti. Vorrei radicalmente e umilmente contestare proprio la motivazione falsamente laica di quelle decisioni: dopo la strage Parigi, sarebbe meglio evitare di offendere i bambini stranieri e di fede islamica.
A parte il fatto che i genitori musulmani non solo quasi sempre accettano, ma molto spesso desiderano il rispetto della tradizione natalizia cristiana, ciò che indigna è che nel pensiero unico del nulla che vorrebbe imporsi (ovviamente a partire dalle scuole) si parte da un malinteso senso della laicità e da un’interpretazione errata e a senso unico del malessere degli immigrati. Ma nello spaesamento e nel clima di diffidenza generato dal terrorismo, non è mettendo in naftalina i nostri tesori che evitiamo danni peggiori. Il contrario: questo tempo ha bisogno di più Natale cristiano, di più autenticità di fede in quello che facciamo e diciamo, a cominciare da quello che raccontiamo a noi stessi.
È fuori dalla realtà ritirarsi nell’indifferentismo religioso o nella melassa natalizia, non approfondire la conoscenza di Cristo attraverso la storia della sua Incarnazione, con ciò che ne è seguito.
Per san Prospero il Vescovo lo ha sottolineato con forza e chiarezza: abbiamo un grande bisogno di Dio. E il “nostro” Dio è quello di Gesù: con Lui al collo, in casa e negli edifici di culto la Chiesa va incontro al mondo globalizzato e ai nuovi migranti, senza imporlo – ché Lo tradirebbe – ma pure senza nasconderlo, perché Lo rinnegherebbe. Pensiamoci, ogni tanto, a quella domanda del vangelo: “Quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?” (Lc 18, 8).

26 Novembre 2015

Vivere come se Dio ci fosse

Il Vescovo non fa mancare la sua parola per accompagnare questo tornante della storia, come lui stesso usa definirlo, dando ragioni di speranza in un tempo tormentato dalla paura e dal pessimismo.
Oggi, nella festa di san Prospero, ci offre il suo Discorso alla Città, un testo articolato e profondo, che invitiamo a prendersi il tempo di leggere nella sua integralità (alle pagine 4 e 5).
I nostri lettori più accorti vi coglieranno una continuità di fondo in particolare con due interventi pubblicati nei mesi scorsi, cioè le conclusioni dell’incontro del Vescovo coi giornalisti reggiani, in gennaio (all’indomani dell’attacco a “Charlie Hebdo”), e l’intervista “La sfida dell’accoglienza”, pubblicata su La Libertà d’inizio settembre.

12 Novembre 2015

Servire il Regno, non il dio denaro

“Anche nella Chiesa ci sono questi, che invece di servire, di pensare agli altri, di gettare le basi, si servono della Chiesa: gli arrampicatori, attaccati ai soldi”. Parole di papa Francesco nell’omelia a Santa Marta di venerdì 6 novembre, nella quale narra di due figure di servi: Paolo che “si è donato tutto al servizio, sempre”, e il fattore infedele della parabola “che invece di servire gli altri, si serve degli altri”. Aggiungendo, a proposito di quest’ultimo: “E quanti sacerdoti, vescovi abbiamo visto così”. Parole severe che costringono noi preti a fare un severo esame di coscienza.PRIMAPAGINA_14NOV2015
Mentre le rimeditavo, mi sono tornate alla mente due figure di preti, ben diverse l’una dall’altra. Uno era chiamato “don Palanca”: chiedeva sempre soldi ai fedeli, ma non rendeva mai conto delle entrate e delle uscite della parrocchia. La sua gente non lo amava. Alla sua morte sul suo conto in banca stavano alcune centinaia di milioni (in lire), che furono ereditate in gran parte dai familiari.
L’altro era chiamato “don Dollaro”, ma non per mancanza di stima; era, quel soprannome, un modo affettuoso per riconoscere la sua dedizione alla missione. Lui chiedeva soldi, ma di tutto rendeva conto, entrate e uscite: il denaro gli serviva per le strutture della parrocchia, bisognose di interventi, e per la formazione dei fedeli, senza mai dimenticare i poveri, che sapevano di potere sempre contare su di lui. Il suo interesse non era per i soldi, ma per la sua gente. E i soldi glieli davano volentieri, certi che nemmeno la loro polvere si attaccava alle sua dita: viveva in povertà e semplicità. Insomma, due figure di “servi” somiglianti a quelle descritte da Francesco: uno “si serviva” della missione pastorale, l’altro “serviva” Dio e la comunità.
Il tema messo in luce da Francesco è di quelli che non possono essere trascurati: dal comportamento dei preti di fronte al denaro dipende in maniera decisiva la risposta dei fedeli alla sua azione pastorale. I fedeli al loro prete perdonano il carattere difficile, gli sfoghi amari e anche cose più serie, ma non l’attaccamento al denaro. Come non apprezzano quelli che danno l’impressione di lavorare nel campo del Signore per apparire, per salire più in alto nella… carriera ecclesiastica: gli “arrampicatori” di cui parla il Papa.
Certo, tutti noi preti abbiamo bisogno del denaro per vivere, ma non può essere questo lo scopo del nostro lavoro pastorale.
Non posso chiudere questa nota senza ricordare un prete che, in questi giorni, compie cent’anni in piena lucidità, amato da tutti: è provvisoriamente in casa di cura dopo un intervento chirurgico. L’amore che lo circonda è ben motivato. Ha dedicato la vita agli ultimi senza tenere nulla per sé. Nella sua casa – chiamata “la casetta” – si era riservato solo una stanza. Accadeva a volte che, in tarda mattinata, incontrandolo, alcune persone gli chiedessero se avesse fatto colazione… no, non aveva avuto il necessario… E l’accompagnavano al bar per uno spuntino.
Non mancano gli esempi di preti così, che riescono a far dimenticare gli altri di cui ha parlato Francesco. Al quale dobbiamo dire un grazie grande perché, con la sua schiettezza, a volte anche dirompente, ci richiama alla pienezza della vocazione sacerdotale, finalizzata unicamente al servizio del bene, nel distacco e nello spirito di povertà.

5 Novembre 2015

Un 2016 di belle notizie

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La prima pagina dell’ultimo numero con l’editoriale del direttore Edoardo Tincani

Oggi La Libertà attraversa una stagione di vitalità e di cambiamenti, all’insegna della partecipazione dei lettori, che da sempre ne rappresentano la forza e il patrimonio. Mentre sono apertissimi i giochi per la scelta del futuro logo della testata diocesana (si vota fino a fine mese) e procedono i lavori per la nuova sede della redazione, parte la campagna abbonamenti 2016: le quote e le modalità di pagamento sono riportate in ultima pagina.
La carta stampata sta resistendo piuttosto bene alle cassandre che ne preannunciano la morte: proprio la familiarità con le pagine inchiostrate e la cadenza regolare del giornale, rispetto alla velocità indiavolata nelle news digitali – come dimostra più di un recente studio del sistema editoriale misto – generano un legame insostituibile perché fondato sulla consapevolezza del valore aggiunto portato in dote da una redazione professionale.
E questa tendenza si rispecchia nell’andamento degli abbonamenti al settimanale diocesano: se qualche centinaio di lettori vecchi e nuovi sono passati senza indugi alla formula digitale, la stragrande maggioranza ha scelto di continuare a ricevere il periodico nella cassetta delle lettere e il pacchetto «full» è stato premiato da tanti, perché consente di non rinunciare alla copia cartacea in casa – sempre disponibile per la consultazione tradizionale di alcuni componenti del nucleo familiare – e al tempo stesso di attivare a beneficio dei membri più giovani o dinamici, con la registrazione di un indirizzo e-mail e di una password, la lettura dell’edizione digitale, cioè lo stesso giornale impaginato interamente a colori e arricchito di contenuti multimediali, adattabile allo schermo del pc o al display dei dispositivi mobili scaricando l’App gratuita.
Il ritocco delle quote di abbonamento è più sensibile di altre volte, ma si tratta di un aumento ragionato, motivato dalle sabbie mobili in cui dobbiamo quotidianamente operare: per ricorrere a un eufemismo, il combinato disposto dei piani del Governo, delle strategie del mercato editoriale e della conversione alla Borsa di Poste Italiane, al di là di proclami garantisti, non va esattamente nella direzione della salvaguardia del pluralismo informativo, in un Paese fatto di piccoli comuni in cui la digitalizzazione, per quanto spinta dall’alto, avanza a rilento.
Nonostante le innegabili difficoltà, il 2016 sarà un bell’anno da vivere insieme: La Libertà ha in animo di rinvigorire la presenza sia sul territorio diocesano, dove continua ad accompagnare la Visita pastorale di monsignor Camisasca, sia con iniziative nel mondo on-line, come la mostra sull’umanesimo che presentiamo a pagina 3, in sintonia con il Convegno Ecclesiale Nazionale che sta per aprirsi a Firenze.
E poi nel 2016 La Libertà mette in campo un’altra proposta molto coinvolgente, per i lettori che lo vorranno: visiteremo Roma nell’Anno santo della Misericordia e potremo partecipare all’udienza di papa Francesco insieme agli altri settimanali cattolici. Presto comunicheremo il programma e i termini di adesione alla data prescelta. Una piccola grande sorpresa. Una ragione in più per rinnovare in tempo l’abbonamento a La Libertà e rimanere nell’affezionata famiglia dei suoi lettori.

29 Ottobre 2015

Un cantico, una sfida

Giovedì 5 novembre alle 21 la nostra Diocesi organizza all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia una serata di riflessione e di scambio sull’Enciclica di papa Francesco (si vedano il programma e l’articolo di Chiara Franco a pagina 13).
L’hanno chiamata l’enciclica verde, l’enciclica ecologica, perfino l’enciclica no global.
Papa Francesco considera la sua “prolungata riflessione, gioiosa e drammatica insieme” (LS, n. 246) sulla cura della casa comune, un’Enciclica sociale, in continuità con il Magistero della Chiesa. In effetti, riguarda la relazione tra gli esseri umani, tra quanti si comportano da padroni e quanti ne sono vittime e che, impoveriti, diventano “scarti” umiliati e offesi. E la terra, il pianeta terra, madre e sorella, ne condivide la sorte. Con essi soffre, geme, protesta. Il Papa se ne fa interprete e portavoce, ricordando “ad ogni persona di questo mondo” che “un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (n. 49). PRIMAPAGINA_31ott2015Il mondo oggi è attraversato da varie crisi strutturali, da quella dello sviluppo sostenibile del pianeta a quella della convivenza sociale e a quella dei cambiamenti climatici. In realtà, sostiene il Papa, “non c’è che una sola e complessa crisi socio-ambientale” (n. 139).
Alla radice della crisi c’è un sistema di vita irresponsabile e una cultura di egoismo indifferente: “siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiare la terra… Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli. Purtroppo molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri… C’è una generale indifferenza di fronte a tante tragedie” (n. 25).
Per scuotere il mondo, “ogni persona di questo mondo”, il Papa pone alcune domande a partire dai più piccoli e dal loro futuro: “Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che ora stanno crescendo?… Per quale fine ci troviamo in questa vita? Per quale scopo lavoriamo e lottiamo?” (n. 160). Sono domande pesanti che riguardano non solo l’ambiente, ma il senso stesso dell’esistenza e i valori che stanno alla base della vita sociale.
Le direttrici per la soluzione dei gravi problemi richiedono una risposta seria a tali interrogativi e un approccio globale per combattere la povertà, restituire la dignità agli esclusi e prendersi cura della natura. Il cuore dell’Enciclica sta proprio qui, nella “conversione ecologica integrale” da parte di tutti, un vero cambiamento di rotta dell’intera umanità.
Papa Francesco, ispirandosi al santo d’Assisi, ha espressioni mistiche, profetiche, da pellegrino. Richiamando l’insegnamento di papa Benedetto (CV, n. 6), invita tutti ad accostarsi al libro della creazione e della natura, “libro uno e indivisibile”, libro stupendo scritto da Dio, libro che tutti possono aprire, leggere e continuare a scrivere, libro dove si tocca con mano che tutto è connesso e che tutti sono responsabili, capaci di malvagità ma anche di positività e bellezza.
Contro ogni sciagurata forma di “divinizzazione” del sistema tecnologico ed economico mondiale, funzionale solo al profitto di pochi, capace di risolvere un problema e di crearne altri ancora più gravi, il Papa invita a coltivare il futuro con progressiva, decisa, “generosa, dignitosa creatività quotidiana, che mostra il meglio dell’essere umano” (n. 211). “Le previsioni catastrofiche ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia… Lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni” (n. 161). “Eppure, non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi. Sono capaci di guardare a sé stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà” (n. 205).
Giovedì 5 novembre, alle ore 21, nell’Aula Magna dell’Università di Modena e Reggio Emilia (via Allegri 9), siamo invitati all’incontro “LAUDATO SI’… una Lettera per tutti”: il vescovo Massimo e monsignor Mario Toso, vescovo di Faenza, insieme alla professoressa Carla Maria Ruffini (Comitato Acqua Bene Comune – Reggio) e a Marco Boschini (coordinatore Associazione nazionale Comuni Virtuosi) ci aiuteranno a cogliere in profondità la portata dell’Enciclica, la “sostenibilità” delle sue proposte, l’imprescindibilità delle sue sfide, in particolare quelle riguardanti l’acqua e i rifiuti. Come diceva san Francesco: “Cominciate a fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.

22 Ottobre 2015

Ascolto, servizio, comunione

Una Chiesa che “cammina insieme”… Una Chiesa che si fa prossima e ascolta… Una Chiesa in cui “l’unica autorità è l’autorità del servizio”… Una Chiesa che fa proprie, con affettuosa condivisione, le gioie e le speranze, i dolori e le angosce della famiglia umana…
La commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, sabato scorso in Vaticano, ha rilanciato l’importanza del cammino sinodale – del “camminare insieme” – consegnando l’immagine di una realtà ecclesiale viva e differenziata, non in lotta al suo interno, come in tanti vorrebbero far credere, ma in ascolto delle istanze del mondo – in questo momento sulla famiglia – pronta a rispondere con il Vangelo.PRIMAPAGINAnro24OTT2015“Il cammino della sinodalità – ha detto, tra l’altro, papa Francesco intervenendo alla celebrazione – è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”. Ed ha aggiunto: “Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola ‘Sinodo’. Camminare insieme – laici, pastori, vescovo di Roma – è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica”. Poche parole che, con nettezza, guardano in faccia la realtà evidenziando ricchezze e difficoltà di un procedere insieme. Proprio per questo Francesco ha dipinto, potremmo dire, i contorni della sinodalità: ascolto, servizio, comunione.
Ascolto, anzitutto. “Una Chiesa sinodale – ha ricordato il Papa – è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare ‘è più che sentire’. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare”. Ritornano alla mente gli “atteggiamenti di fratelli nel Signore” indicati da Francesco ai padri sinodali all’inizio del Sinodo del 2014: “Parlare con parresia e ascoltare con umiltà”. Aprirsi all’ascolto è una scelta di metodo e di campo. L’ascolto, infatti, è fonte di relazioni vere, sempre nuove e diverse. In queste relazioni, che diventano incontro con gli altri, si sviluppa un dialogo autentico, leggero, libero.
C’è, poi, il servizio. “Per i discepoli di Gesù – ha affermato Francesco -, ieri oggi e sempre, l’unica autorità è l’autorità del servizio, l’unico potere è il potere della croce, secondo le parole del Maestro: ‘Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo’ (Mt 20,25-27). Tra voi non sarà così: in quest’espressione raggiungiamo il cuore stesso del mistero della Chiesa – ‘tra voi non sarà così’ – e riceviamo la luce necessaria per comprendere il servizio gerarchico”. Anche quello del successore di Pietro.
Infine, la comunione. “Il Sinodo dei vescovi – ha sottolineato papa Francesco – è solo la più evidente manifestazione di un dinamismo di comunione che ispira tutte le decisioni ecclesiali”. La forma d’esistenza della Chiesa è segnata dalla comunione. Se ciò viene preso sul serio, allora questa realtà profonda e originaria deve manifestarsi nella vita d’ogni comunità ecclesiale e deve funzionare come norma di vita. La comunione, in effetti, non è un aspetto parziale della Chiesa, ma è una sua dimensione costitutiva.
Tre parole-chiave, dunque, per “camminare insieme”. Ma anche per un’attenta verifica: quanto ascoltiamo gli altri? Siamo in grado di servire? Viviamo e siamo comunione? Le risposte di ciascuno di noi (Chiesa – popolo di Dio) determinano “il cammino della sinodalità”.

8 Ottobre 2015

Evangelizzare per essere evangelizzati

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La prima pagina de La Libertà del 10 ottobre

Ritorna puntuale il mese di ottobre, il “mese missionario”, con la Giornata Missionaria Mondiale, da celebrarsi in tutte le parrocchie, domenica 18 ottobre, in particolare in questo anno 50° dell’Enciclica “Ad gentes” del Beato Paolo VI.
è l’evento che ci sprona a pregare per tutto il mondo della missione, per ricordarci che la nostra Chiesa ha inviato laici, religiosi e preti a testimoniare il Vangelo ai fratelli di Brasile, Madagascar, India, Albania, Rwanda e Kosovo, in svariati modi.
è l’occasione per ringraziare con riconoscenza il Signore per i 50 anni di presenza missionaria diocesana in terra brasiliana.
è l’opportunità per ribadire che l’annuncio del regno appartiene ad ogni battezzato, ovunque si trovi, in virtù del suo battesimo; che non c’è differenza tra la missione in terre lontane o nel proprio territorio. Occasione per riscoprire la gioia di annunciare il Vangelo, e superare i rischi che il Papa denuncia nella “Evangelii gaudium”: “Si sviluppa negli operatori pastorali, al di là dello stile spirituale o della peculiare linea di pensiero che possono avere, un relativismo ancora più pericoloso di quello dottrinale. Ha a che fare con le scelte più profonde e sincere che determinano una forma di vita. Questo relativismo pratico consiste nell’agire come se Dio non esistesse, decidere come se i poveri non esistessero, sognare come se gli altri non esistessero, lavorare come se quanti non hanno ricevuto l’annuncio non esistessero. (…) Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario!” (EG 80).
Quest’anno il messaggio diviene particolarmente propizio e utile, visto l’inizio delle unità pastorali in diocesi. Papa Francesco al Convegno Missionario nazionale di Sacrofano ci ha detto: “Cari fratelli e sorelle vi incoraggio a intensificare lo spirito missionario e l’entusiasmo della missione e a tenere alto nel vostro impegno nelle Diocesi, negli Istituti missionari, nelle Comunità, nei Movimenti e nelle Associazioni, lo spirito della Evangelii gaudium, senza scoraggiarsi nelle difficoltà, che non mancano mai e – sottolineo una cosa – cominciando dai bambini. Nella catechesi i bambini devono ricevere catechesi missionaria”.
Ed ha poi aggiunto: “I poveri sono anche i vostri evangelizzatori, perché vi indicano quelle periferie dove il Vangelo deve essere ancora proclamato e vissuto. Uscire è non rimanere indifferenti alla miseria, alla guerra, alla violenza delle nostre città, all’abbandono degli anziani, all’anonimato di tanta gente bisognosa e alla distanza dai piccoli. Uscire e non tollerare che nelle nostre città cristiane ci siano tanti bambini che non sappiano farsi il segno della croce. Questo è uscire”.
Dunque, evangelizzare per essere evangelizzati e annunciare così un Vangelo in modo più vivo e vero. è il circolo virtuoso in cui entrare per farsi coinvolgere dal dono del Vangelo. Per lasciarci penetrare dalla forza del Vangelo, lasciarci convertire.
Faccio mie le parole di padre Filippo Ivardi Ganapini dal Chad (pubblicheremo la sua riflessione la prossima settimana, ndr): “Lasciarsi ribaltare è lasciarsi spiazzare con il coraggio di cambiare noi stessi: stili di vita, relazioni, parole e gesti, scelte coraggiose che ci avvicinano a quelle di Gesù di Nazareth. è la missione che ti cambia dentro. Come quando ti accorgi che le persone vengono prima dei programmi, i volti prima delle idee, l’ascolto profondo prima della decisione, il cercare condivisione e consenso prima dell’orologio, il capire che chi ti circonda è soggetto dell’annuncio della Buona Notizia di Gesù e non soltanto oggetto”.
E, non ultima, è questa di ottobre l’occasione per offrire ai giovani un’opportunità, una provocazione, come papa Francesco scrive nel messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2015: “Mi rivolgo soprattutto ai giovani, che sono ancora capaci di testimonianze coraggiose e di imprese generose e a volte controcorrente: non lasciatevi rubare il sogno di una missione vera, di una sequela di Gesù che implichi il dono totale di sé”.

1 Ottobre 2015

«La Libertà» cambia casa

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La prima pagina de La Libertà del 3 ottobre

Dopo quarant’anni la redazione de La Libertà lascia il Seminario di viale Timavo. L’ala in cui operiamo viene chiusa, nel già annunciato piano di razionalizzazione degli edifici della Diocesi.
È una questione di assunzione di responsabilità, come ha detto l’architetto Emilia Lampanti presentando il 24 settembre (si veda alle pagine 10 e 11) i lavori di riorganizzazione e riqualificazione del quarto del complesso rimasto aperto per l’attività tipica del Seminario.
Un amplissimo edificio costruito nei primi anni 50 del Novecento da uno dei più quotati architetti e intellettuali cattolici del momento, un simbolo storico che ha esercitato un rilevante influsso sulla vita religiosa e culturale dell’intera città, segna inesorabilmente il passo di fronte alle vorticose trasformazioni della società e della Chiesa in Italia. Il ridimensionamento si è posto come una scelta certamente non indolore ma neppure rinviabile ulteriormente. Nessun dramma, quindi: il trasloco si è reso necessario per La Libertà come per diverse altre sedi di uffici pastorali.
Il nuovo indirizzo del Centro diocesano per le Comunicazioni sociali sarà via Vittorio Veneto 8/1, nel palazzo vescovile (invariati i recapiti 0522.452107 e redazione@laliberta.info).
Dal 1° ottobre lavoreremo provvisoriamente negli spazi della Curia, in attesa di prendere possesso dei locali rinnovati (lavori in corso), che ospiteranno la redazione, l’amministrazione e lo studio televisivo, quest’ultimo alloggiato fino a ieri nel seminterrato del Seminario.
Nel salutare definitivamente questi muri di cemento, con i luminosi corridoi affacciati sul verde così simili a un grande chiostro vetrato, un nodo in gola si sente, eccome.
Ma sfogliando gli annali del giornale diocesano ci si imbatte in altri cambi di domicilio: fu il compianto direttore monsignor Giancarlo Bellani, nel 1975, ad aprire un primo ufficio di redazione in viale Timavo, mentre il grosso del lavoro veniva ancora svolto a Guastalla, insieme a don Gianni Crotti. In precedenza, con il fondatore don Wilson Pignagnoli, La Libertà era stata di stanza a Reggio in piazza Scapinelli e prima ancora, dall’origine (1952) fino al 1961, nel vecchio quartier generale dell’Azione Cattolica in piazza Vallisneri.
Oggi ci spostiamo in Vescovado, convinti della bontà di questo posizionamento, che conferisce alla nostra testata giornalistica una maggiore visibilità e un collegamento più diretto con il vertice diocesano.
Partiamo verso questa nuova avventura fiduciosi del sostegno dei lettori (in ultima pagina alcune foto della riuscita cena per La Libertà della settimana scorsa) e consapevoli che se c’è un lavoro “mobile” per definizione è quello giornalistico.
Soprattutto, vogliamo sintonizzarci con una frase che il vescovo Massimo ha inserito anche nei nuovi Orientamenti diocesani per le unità pastorali: “Occorre rinascere dall’alto, chiedere allo Spirito di illuminare i nostri cuori e le nostre menti, tornare a innamorarci di Cristo. Amare Lui più che le forme attraverso cui abbiamo finora vissuto il rapporto con Lui”. Questo pensiero si addice certamente alle parrocchie, tutte più o meno in via di metamorfosi, ma vale benissimo anche per il nostro servizio alla Chiesa diocesana nel campo difficile e decisivo delle comunicazioni sociali.
Rimaniamo attaccati alla Causa, più che alla casa.