Se l’idiozia è seguire Cristo

Fresco del bagno di folla e di consenso della “Città del Lettore”, che per il sesto anno ha trasformato gli spazi del liceo “Moro” di Reggio Emilia in un salone della letteratura animato creativamente dagli studenti, il professor Daniele Castellari è pronto per una nuova tappa di presentazione del suo ultimo libro, “Beati gli idioti. Dostoevskij e il discorso della montagna” (Pazzini Editore 2023, 156 pagine, 18 euro).

L’evento è in programma venerdì 24 maggio alle 18 nella sala conferenze del Museo Diocesano, quando il poliedrico autore potrà discettare della matrice evangelica del romanzo “L’idiota” del celebre scrittore russo con la solidissima sponda teologica di monsignor Giacomo Morandi.

Castellari, formatore in scuole, università, comuni e biblioteche come narratore ed esperto di temi legati all’innovazione, ha ereditato dal nonno burattinaio la passione per il teatro, che l’ha portato a curare come direttore artistico il Piccolo Teatro in Piazza di Sant’Ilario d’Enza; diversi sono i suoi saggi letterari pubblicati con la rivista Intersezioni de Il Mulino e i volumi editi da Emi, Franco Angeli, Edb e Paoline, fino al volume dedicato all’umorismo ebraico (Aliberti 2019) a suo tempo recensito su queste pagine dal titolo “Non so se il riso o la pietà prevale”.

La ricerca di Castellari era già approdata a una riflessione in forma di spettacolo su Don Chisciotte della Mancia offerta ai giovani reggiani durante i giorni che l’estate dell’anno scorso hanno preceduto la Gmg lusitana. E probabilmente non è un caso che lo stesso principe Lev Nikolaevič Myškin, protagonista dell’opera di Dostoevskij, sia un ammiratore della creatura letteraria di Miguel de Cervantes.

Veniamo così a Myškin e al romanzo russo che Castellari ha riletto utilizzando la lente del Discorso della Montagna preso dal vangelo di Matteo. Il nuovo libro si suddivide in tre parti: un serrato confronto con i principali interpreti di Dostoevskij (da Nikolaj Berdjaev a Romano Guardini, da Réné Girard a George Steiner) sulla “vera” identità del principe; una lettura del testo – simile a un pedinamento, come lo definisce il nostro insegnante – proiettato in una dimensione scenica e passato al setaccio delle otto beatitudini evangeliche; infine, una conclusione sul valore etico ed estetico dell’idiozia.

Va detto – come annota citando l’opera di Castellari nientepopodimeno che il cardinale Gianfranco Ravasi (su Il Sole 24 Ore del 14 aprile) che “il titolo originale del romanzo Idiot non rimanda alla nostra accezione negativa di persona rozza e ignorante, ma è il riferimento a una categoria quasi mistica che evoca una sorta di follia di amore, di pietà, di donazione ai miseri”.
Queste caratteristiche si riscontrano pienamente in Myškin, talmente compassionevole che, nel capolavoro di Dostoevskij, sarebbe disposto a rinunciare all’amore della nobile Aglaja per sposare la dissoluta Nastas’ja.

Rapportandosi all’antica tradizione ascetica e spirituale dei “folli in Cristo”, ricorrente nella letteratura russa e nella tradizione ortodossa, e mantenendo fermo il canovaccio delle beatitudini evangeliche, Castellari non fa apparire il principe Myškin né come Salvatore e nemmeno come anti-Cristo, ma lo presenta come un “povero” cristiano comune in cammino verso quella perfezione che, ne abbiamo quotidiana riprova, non è di questo mondo.
Si ravvisa negli “idioti” insomma una sorta di ambivalenza salvifica tra “un presente da vivere e un futuro da attendere” su cui Gesù ha costruito il celebre discorso della montagna.

Il discorso si amplia e continua, con l’apporto dell’Arcivescovo, nella presentazione del 24 maggio, organizzata dal nostro settimanale, a cui sarete i benvenuti.

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