La “buona notizia” della liberazione ha generato vita

Pubblichiamo l’omelia pronunciata dal Vicario generale, monsignor Giovanni Rossi, per la Messa del 25 aprile in Ghiara a Reggio Emilia.

Il Vangelo – la “buona notizia” – è annuncio di liberazione interiore, pace, vita. In Cristo l’uomo non è più schiavo del peccato e di tutte le sue strutture ma, rivestito della libertà che Gesù gli dona, acquista una nuova dignità: essere figlio di Dio.

Un annuncio di liberazione risuonava nel nostro Paese anche 79 anni fa, quando l’Italia venne definitivamente liberata dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Fu una “buona notizia”, che percorse tutta la Penisola, sollevò gli animi, rappresentò la vittoria della Resistenza e delle Forze Alleate e ricostituì l’unità nazionale.

Con queste parole mons. Giovanni Rossi, vicario generale della diocesi, ha introdotto l’omelia della solenne celebrazione eucaristica presieduta la mattina del 25 aprile nel tempio della Ghiara alla presenza delle autorità civili e militari e delle rappresentanze d’arma.

Con Il 25 aprile si andava chiudendo il periodo più tragico della storia del Novecento, la Seconda Guerra Mondiale, che registrò più di 50 milioni di morti, il coinvolgimento di tantissime e l’esplosione di atrocità, come i campi di sterminio, che non si erano mai viste nella storia.

Mons. Rossi ha così proseguito: “Il 25 aprile, quindi, è la data che simbolicamente annuncia una “buona notizia” all’Italia. Una liberazione del Paese, però, che in realtà doveva in gran parte ancora concretizzarsi. L’Italia, come altre nazioni, era distrutta. Una generazione intera di giovani aveva perso la vita nel conflitto, moltissime famiglie erano ridotte in povertà estrema, con orfani e vedove che mancavano del necessario per vivere; intere città erano state bombardate e in parte distrutte; le relazioni sociali frantumate, la rabbia e la disperazione diffuse”.

Era un’Italia stremata e quasi distesa sulle macerie, quella uscita dalla guerra e dall’occupazione. Ma gli animi non erano spenti: c’era un fuoco acceso, coltivato silenziosamente nelle case, nelle canoniche, nelle aule, nei circoli, nelle fabbriche, negli uffici. Era una resistenza culturale e sociale, meno esposta ma non meno impegnata di quella manifestasi sulle linee e sui fronti del Nord Italia. Si preparava una nuova classe politica, una generazione che avrebbe in poco tempo elaborato la Costituzione. Era composta di giovani con orientamento ideale molto eterogeneo: cattolici, liberali, socialisti e comunisti. Avversari nelle concezioni di vita, ma alleati nel desiderio di ricostruire. E quello che poi è stato chiamato “miracolo”, gradualmente, avvenne.

La “buona notizia” della Liberazione si trasformò nel corso degli anni in una specie di nuovo risorgimento nazionale, che svincolato dalla datazione storica rappresenta uno stile di vita sempre attuale e urgente.

“Stiamo attraversando momenti difficili: le guerre che si protraggono da anni continuano a mietere oltre a vittime innocenti. la speranza di una pace che sembra lontana. Da questa situazione scaturiscono tutte le altre conseguenze: popoli costretti a lasciare il loro paese, povertà sempre più diffuse anche nelle nostre città, smarrimento delle giovani generazioni per la perdita di valori e di punti di riferimento. Credo però che non ci sia permesso rimanere alla semplice e sterile enucleazione di problemi”, ha ribadito mons. Rossi.

Infatti all’indomani della fine della guerra i nostri padri sono ripartiti dalle macerie per ricostruire il nostro Paese donando a tutti quel libro fondante che è la Costituzione.

“Dalle macerie si può risorgere! I sepolcri non sono la dimora definitiva. Per noi cristiani tutto comincia dalla parola: vangelo, e tutto termina con la parola: segno, che sono la prima e l’ultima del racconto di Marco. Tutto può diventare vangelo, annuncio di vita, iniezione di speranza; e tutto può essere vissuto come segno, richiamo alla conversione, al rinnovamento dello stile di vita. Le macerie lasciate dalla guerra e dall’occupazione sembravano la vittoria dei sepolcri, la smentita di ogni futuro; sono stati una tragedia immane, dalla quale però si è potuti uscire insieme”.

Questo l’auspicio espresso dal vicario generale: “È da queste fondamenta solide che dovremo ripartire, raccogliendo le macerie come dopo il terremoto e trasformandole in pietre per una nuova costruzione sociale ed ecclesiale. Come nel dopoguerra, per rialzarsi sarà necessario proseguire in questa comune “resistenza”, e poi convergere tra persone di idee diverse, scrollandosi di dosso polemiche, toni aggressivi, passioni superficiali, attacchi strumentali. Noi cristiani dovremo anche in questo caso continuare ad offrire il nostro apporto di carità e di pacificazione, secondo lo spirito delle beatitudini, che continuano ad essere per il mondo la grande buona notizia, il Vangelo capace di ricostruire i cuori”.

Don Giovanni Rossi

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