L’esodo delle chiome

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“Non potrò mai più avere una ragazza!”, “Chi mi guarderà d’ora in poi?”, “Come farò a coprire le chiazze?”. Sembrano frasi apocalittiche, portatrici di sventure e dolore inimmaginabile. E non mentiamoci, è terribilmente vero!

Il momento del diradamento è una vera tragedia.
Chiaramente non parliamo di urbanistica o di una sistemazione di piantagioni, ma di ciocche e ciocche che decidono di scivolare lentamente via.
Il male estetico per eccellenza, un dettaglio così superfluo eppure così significativo, capace di mettere in ginocchio anche gli uomini più orgogliosi e narcisi.

Tuttavia, in un primo momento, molti non cedono, combattono per la tutela del proprio diritto pilifero. Insomma, chi mai scambierebbe un campo fertile e lucente per uno arido?
Per questo nel tempo si sono diffusi prodotti anticaduta, lozioni, oli essenziali, massaggi volti alla microcircolazione sanguigna, e, per finire, i famosi trapianti di capelli in Turchia, Nazione pionieristica da questo punto di vista.

Ma prima o poi tutte queste coperture si sfaldano, lasciando il pover’uomo ad ammirare alla tv il divo di Hollywood di turno, in grado di sfoggiare la sua criniera ben curata.

Ma perché un pelato deve sentirsi sempre così avvilito e stigmatizzato? Esiste un libro che ribalta una volta per tutte la prospettiva corrente.

Sinesio di Cirene, filosofo dell’antica Grecia, ha scritto l’Elogio della Calvizie, un colto divertissement in risposta all’Elogio della chioma di Dione di Prusa.
Avvalendosi di esempi tratti dalla tradizione letterario-filosofica più illustre, il filosofo sostiene che la presenza di capelli è tanto maggiore quanto più si è lontani dalla perfetta sapienza. La calvizie è segno di saggezza, di integrità morale e di buona salute.
Chiomati sono gli ignoranti, gli adulteri, mentre calvi sono i sacerdoti, i filosofi e tutti gli uomini saggi.
Quanto agli dèi, fatta eccezione per le immagini poetiche e letterarie, la loro vera essenza si allinea alle sfere celesti, associabili alla lucente levigatezza delle teste calve.

Insomma, Sinesio fa della calvizie il fine ultimo della natura, il punto di contatto dell’uomo con il divino e l’allontanamento dalla stupidità e dall’imperfezione.
Se tutti conoscessero i ragguagli di questo libricino, forse si imposterebbe una nuova moda oppure, più semplicemente, molte persone non si vergognerebbero più. Dopotutto parliamo di mere vanità, vanità delle vanità, per dirla biblicamente.

P.S. L’autore di questo articolo non è pelato, tuttavia segue con apprensione gli sviluppi futuri della vicenda e si prepara a qualsiasi scenario.

Matteo Gabbi

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