Lejeune: scienza e fede unite

Jérôme Lejeune

Esattamente trent’anni fa moriva Jérôme Lejeune, grande medico e grande uomo di fede: era il 3 aprile 1994, giorno di Pasqua, quando questa straordinaria figura chiudeva la sua esistenza terrena.
Dopo essersi laureato in Medicina, Lejeune comincia a interessarsi delle patologie genetiche che riguardavano l’intelligenza e nel 1958 scopre la Trisomia 21, meglio conosciuta come responsabile della sindrome di Down. A soli 32 anni fa questa scoperta fondamentale per la storia della genetica medica e infatti viene considerato il pioniere ed il fondatore della moderna genetica medica.

A 38 anni Lejeune è nominato direttore della Cattedra di Genetica Medica Fondamentale all’Università di Parigi ed è il più giovane cattedratico di Francia. Negli anni successivi proseguono i suoi studi sulle malattie dell’intelligenza e scopre altre importanti malattie genetiche: la Monosomia 9, la Trisomia 13 e la Sindrome del “Cri du Chat”. Contemporaneamente a queste scoperte, arrivano grandi riconoscimenti del mondo scientifico e grandi onorificenze, fra i quali il Premio Kennedy nel 1963.

Potrebbe essere il più famoso ed il più ricco medico di Francia, ma la sua indole umile e semplice rimane immutata: va all’Università in bicicletta e possiede una vecchia automobile famigliare per portare in vacanza moglie e figli.
Dal 1972 la sua stella comincia ad offuscarsi: in Francia si comincia a parlare di aborto volontario e lui si schiera decisamente a favore della vita. Nel 1975 la Francia promulga una legge che permette l’aborto cosiddetto terapeutico, in realtà si tratta di eugenetica.

In questo periodo Lejeune subisce pesanti attacchi dai mass media francesi e anche sui muri di Parigi compaiono scritte offensive e minacce nei suoi confronti. Sempre nel 1972 interviene all’Onu a un importante convegno mondiale ed è l’unico scienziato presente a difendere la vita contro gli assalti dell’eugenetica. La sera dello stesso giorno, in cui ha dato la sua testimonianza pro vita, scrivendo alla moglie, afferma con grande lucidità: “Oggi ho difesa la vita ed ho perso il premio Nobel”. Nel suo impegno di medico non ha mai interrotto il suo legame con la clinica: pur essendo un ricercatore famoso, non ha mai smesso di visitare i pazienti con grande attenzione e disponibilità. Questa è una lezione attualissima, poiché il connubio tra ricerca e clinica resta molto raro nel campo medico.

Lejeune era un uomo di solida e profonda fede; nella sua vita ha sempre dimostrato come scienza e fede non siano in antitesi, anzi l’una completa e corregge l’altra. Ripeteva spesso che la Scienza è un albero che produce contemporaneamente frutti buoni e frutti cattivi ed è solo l’Etica (=Fede) che sa cogliere i primi e scartare i secondi.
La sua personalità straordinaria era una simbiosi perfetta di intelligenza e cuore: incontrarlo dava a tutti l’impressione di una statura scientifica e morale eccezionale.

Dotato di una profonda devozione mariana, nel tempo libero Lejeune intagliava dei piccoli rosari di legno a 10 grani, che poi regalava ad amici e conoscenti con la clausola unica che la prima decina doveva essere per lui.
Amico personale di Papa Giovanni Paolo II, era a pranzo con lui il 13 maggio 1981: nel pomeriggio il Santo Padre venne ferito in piazza San Pietro; contemporaneamente Lejeune, che stava tornando in aereo a Parigi, avvertì forti dolori all’addome e appena atterrato all’aeroporto fu portato all’ospedale per essere operato in urgenza di colecistite calcolotica acuta. L’11 febbraio 1994 papa Karol istituisce la PAV (Pontificia Accademia per la Vita) e nomina Lejeune, già gravemente ammalato, primo presidente. Quando Lejeune riceve dal cardinale Angelini la lettera di nomina, si trova già in condizioni preterminali a causa di un tumore al polmone.

Rispondendo al Santo Padre gli riconosce una grande e immensa fiducia nella Vita: ha infatti nominato primo presidente della PAV un moribondo; morirà infatti il 3 aprile dello stesso anno, a 67 anni. Il Papa, scrivendo un messaggio di cordoglio alla famiglia, chiama il professore “fratello Jérôme”.

La causa di beatificazione, dopo aver superato la fase diocesana a Parigi, è ora a Roma presso il Dicastero per le cause dei santi, in attesa di sviluppi che speriamo essere rapidi e proficui. Sono certo che fra pochi anni, avremo un altro santo medico, nostro patrono, da affiancare a san Luca Evangelista, san Riccardo Pampuri, san Giuseppe Moscati e santa Gianna Beretta Molla. Noi Medici cattolici abbiamo il dovere e la gioia di far conoscere al mondo questa figura luminosa di scienziato e di credente.

Antonio Rossi
consigliere nazionale AMCI (Medici cattolici)

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