Lo Stivale bucato e bello

Forse non molti sanno che la locuzione “Bel paese” deriva dagli scritti di Dante e Petrarca. Tuttavia, molti sicuramente sapranno che l’espressione ha ormai assunto un’accezione negativa, di debolezza e vergogna. “L’Italia è un Paese di vecchi e non ci sono più speranze”, “l’Italia è pizza, mafia e mandolino”, “L’Italia è immersa in una crisi economica e demografica”.

Insomma, frasi ricorrenti che infondono assoluta serenità, fiducia e prospettiva! Eppure, esisteva un’epoca in cui, nonostante la medesima situazione di crisi e decadenza, l’Italia rappresentava un vero esempio per tutte le genti. Non stiamo parlando della gloria romana o rinascimentale, bensì del Settecento, in particolare del tardo Settecento.

Infatti, nonostante la frammentazione del territorio in piccoli regni insignificanti, poveri e influenzati dalle potenze europee, l’infamia era risparmiata da un semplice fatto: la conservazione delle antiche bellezze artistiche e culturali.

Non giriamoci intorno: non siamo mai stati acuti governatori, efficienti legislatori e impassibili amministratori, ma strumenti come il pennello e lo scalpello hanno sempre trovato nelle nostre mani un luogo più che ospitale.
E così Roma, seppur ricolma di sporcizia e degrado, diventava la culla del neoclassicismo, corrente che recuperava l’antico non solo sul piano estetico e formale, ma anche su quello etico e morale, così da allinearsi al pensiero razionalista dell’illuminismo, vera filosofia egemone dell’epoca.

Pensate, fino a pochi decenni prima persone come il Bernini o un semplice pastorello condividevano un hobby: entrambe, per così dire, “prendevano in prestito” materiale marmoreo da monumenti come il Colosseo per creare le proprie opere o, più semplicemente, per costruirsi delle case.

Per quanto potesse essere strana la sorte, il vento era però cambiato e si era fatta strada la tutela del patrimonio artistico, già richiesta da Raffaello in una lettera al Papa nel 1500.
Ora Roma era una città aperta, che, così come Firenze, Napoli, Milano, Venezia, aveva aperto le porte al Grand Tour, un viaggio intrapreso dai rampolli delle famiglie continentali più facoltose, al fine di comprendere l’arte della politica e soprattutto di ammirare le bellezze greco-romane, unite a quelle dei sublimi maestri del Rinascimento, come Raffaello, Correggio e Tiziano. Vi era la convinzione che l’ispirarsi all’antico avrebbe reso grandi gli uomini e gli artisti.
Inoltre, come sottolineato dal libro “Le Arti e i Lumi” di Liliana Barroero, l’Italia fu il primo paese a riformare le Accademie, luoghi di sapere imprescindibili per artisti come David e Canova, e a fondare i musei pubblici, considerando i Musei Capitolini la più antica istituzione museale del mondo. Avevamo letteralmente plasmato il gusto di nuovo, capaci di celare le debolezze e massimizzare l’influenza su potenze che oggi faticano a prenderci sul serio.

Gli Stati Uniti, con la Casa Bianca e il Campidoglio ispirati allo stile palladiano; l’Inghilterra, che addirittura importava busti alla romana dai territori d’oltremanica; la Germania, dove nacque Winckelmann, il maggior teorico neoclassicista e al contempo un raro caso di cervello in fuga da una Nazione che solitamente accoglie i talenti. Eccetera.
Cosa rimane di tutto ciò oggi? Salvo i pittoreschi attacchi degli attivisti di Ultima Generazione, i musei e le mostre esistono ancora e attirano file infinite di stranieri, ma non riescono più a trainare il pensiero umano, ad innalzarlo spiritualmente e moralmente, specie in tempi complicati e irrazionali come questi. Oggi il visitatore straniero medio giunge in Italia e si limita a godere dei piaceri che offriamo, non traendone però un vero e proprio insegnamento. La sorte ci ha girato le spalle e Roma è ormai caput mundi solo sulla carta.
Dunque, gelato, Colosseo, pizza, Fontana di Trevi, poi di nuovo gelato eccetera.

Matteo Gabbi

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