Novella geopolitica

Si sente dire spesso che il mondo è complicato.
Corsa al primato economico e tecnologico, autonomia energetica e monopolio delle materie prime, partenariati e alleanze, guerre perpetue, colpi di stato, instabilità e chi più ne ha più ne metta.

Risulta oramai difficile orientarsi negli scenari geopolitici globali. Siamo dinanzi a una gigantesca e interminabile partita di risiko, in cui soldatini, bandierine e carrarmati si rivelano terribilmente reali.

USA E CINA

Tuttavia, possiamo distinguere all’interno dell’apparente caos due attori di primo livello, più precisamente un re guardingo e bramoso di conservare la sua eredità, e un principe decisamente ambizioso, pronto a sfruttare qualsiasi opportunità per spodestare il sovrano.

Uscendo dalla metafora medievale, stiamo naturalmente parlando di Usa e Cina, potenze coinvolte in un conflitto tanto celato quanto focale, che potrebbe decretare la nuova potenza traino del pianeta.

In seguito alla caduta dell’Urss, gli Stati Uniti hanno aperto la strada al fondamento dell’unipolarismo, in cui solo un’unica potenza può definirsi veramente globale, influenzando decisioni in ambito economico, industriale e militare.

MULTIPOLARISMO

Tuttavia, complice la diffusione della globalizzazione, l’unipolarismo ha presto lasciato spazio al multipolarismo: non più un solo centro di potere incontrastato, bensì molteplici fulcri dalla portata regionale o globale. Parliamo di Germania, Francia, Russia, Iran, Arabia Saudita, India eccetera. All’interno di un simile contesto è emersa la Cina, che insieme alla Russia, non osteggiata da Pechino nella conduzione della guerra in Ucraina, avanza l’alternativa più rilevante all’occidentalismo americano.

Guidato da Xi Jinping e membro dei Brics, il Dragone vanta della seconda economia mondiale e detiene il monopolio in produzione di terre rare, materie prime fondamentali per tutto il settore tecnologico e il suo progredimento.

Negli ultimi anni è stata poi sviluppata la cosiddetta Nuova via della seta, un’iniziativa strategica per il corroboramento dei collegamenti commerciali cinesi con i paesi dell’Eurasia, fortemente criticata da paesi quali Giappone, a due passi dalla Repubblica Popolare e acerrimo rivale asiatico, Australia e Stati Uniti.

Già, proprio gli Stati Uniti, che sembrano aver smarrito la solidità del secondo dopoguerra, in primis dal punto di vista interno: una nazione mai stata così divisa culturalmente e politicamente, dilaniata dal nodo dell’immigrazione e da una separazione netta tra stati interni ancora retrivi come Utah, Kansas, Wyoming, e stati più moderni che si affacciano sulla costa come New York, California, Florida, disprezzati in quanto espressione dell’élite benestante e intellettuale, lontana dalla realtà della classe media, sempre più debilitata e favorevole alla retorica populista.

DISPUTA GEOPOLITICA

In politica estera la situazione non migliora, complice la complicata e dispendiosa gestione della guerra in Ucraina, l’imbarazzo dinanzi all’asfissiante operazione militare dell’alleato Netanyahu ai danni della martoriata popolazione palestinese e le mire espansionistiche cinesi su Taiwan, dipinta da Pechino come isola ribelle.

Tutto ciò si svolge con, alle spalle, il ricordo ancora amaro dell’ambigua ritirata dell’Afghanistan nel maggio 2021, e in vista delle cruciali elezioni presidenziali di novembre 2024, che contrapporranno probabilmente due ottantenni.

Dunque, alla luce di quanto detto, se dovessimo rappresentare questa disputa geopolitica tramite un’immagine icastica, avremmo da una parte il “compagno” più avido di sempre nella storia del Comunismo (un ossimoro tanto scherzoso quanto veritiero) e dall’altra un cowboy stanco e rugoso, già in età pensionabile. Chi vincerà?

Matteo Gabbi

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