Sostenibilità integrale e partecipazione

La Sezione UCID Reggio Emilia (Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti), insieme ad AIPEC (Associazione Italiana Imprenditori per un’Economia di Comunione), Next (Nuova Economia per Tutti) e Università di Modena e Reggio Emilia, organizza il convegno, gratuito e aperto al pubblico, dedicato a Sostenibilità integrale e partecipazione. Da un’Economia di solo profitto a un’Economia civile e di comunione, che si terrà sabato 11 novembre, dalle 9.30 alle 17.30, presso l’Aula Magna “Pietro Manodori” dell’Università degli studi di Reggio Emilia.

L’iniziativa, che gode del patrocinio di Comune di Reggio Emilia, Provincia di Reggio Emilia e UCID Regionale, intende mettere in evidenza i benefici che avrebbero le imprese ed i professionisti ad operare secondo i principi dell’Economia civile, attraverso gli interventi e le testimonianze di importanti relatori del mondo imprenditoriale, associativo, formativo, universitario e cattolico, tra gli altri, il presidente nazionale UCID Gian Luca Galletti e il presidente CEI cardinale Matteo Maria Zuppi.

Insieme all’Arcivescovo di Reggio Emilia-Guastalla monsignor Giacomo Morandi, UCID Reggio Emilia si propone quindi di condividere e diffondere il messaggio di un nuovo sistema economico che pone la Persona e il suo benessere al centro della propria azione, facendo leva su valori come reciprocità, fraternità e sostenibilità integrale.

Info: tel. 377.3781986
Email: convegno11novembre.re@ucid.it
www.ucid.it
PER PARTECIPARE ALL’EVENTO si può cliccare il link: https://forms.gle/wXka7TTGaE6KcBEd9.

Riportiamo di seguito una introduzione che spiega l’origine italiana e i tratti peculiari dell’Economia civile a cura di Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia Politica dell’Università degli studi di Bologna, ex presidente dell’Agenzia per il terzo settore, presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali da marzo 2019 a marzo 2023.

Economia Civile: il modello italiano, sempre più attuale, di economia

Il Presidente della Repubblica, nel suo intervento all’Assemblea di Confindustria del 16.9.2023 ha richiamato l’attualità e la rilevanza anche per la nostra Costituzione, del modello di Economia Civile.
Non è il capitalismo di rapina quello a cui guarda la Costituzione nel momento in cui definisce le regole del gioco. Il principio non è quello della concentrazione delle ricchezze ma della loro diffusione. Il modello lo conosciamo: è quello che ha fatto crescere l’Italia e l’Europa. Il bilancio che ne va tratto non interpella i singoli stake-holder aziendali ma si rapporta all’intero sistema economico e sociale. È quel concetto ampio di “economia civile” che trova nella lezione dell’illuminismo settecentesco napoletano e, puntualmente, in Antonio Genovesi, un solido riferimento” (Sergio Mattarella)

ECONOMIA POLITICA E ECONOMIA CIVILE

Due sono i paradigmi in economia che oggi si confrontano: quello dell’economia politica e quello dell’economia civile. Paradigma è parola greca che significa ‘sguardo’; quindi il paradigma è come un berillo, nel senso utilizzato da Niccolò Cusano: il berillo è un minerale che gode di una interessante proprietà, infatti osservando la realtà attraverso di esso è possibile vedere cose che diversamente non si possono scorgere.

Il paradigma dell’economia civile nasce in Italia, a Napoli. L’Università di Napoli è la prima al mondo a istituire nel 1753 una cattedra di economia denominata ‘Economia Civile’. Il primo cattedratico fu Antonio Genovesi. Il paradigma dell’economia politica si consolida invece in Scozia e Adam Smith ne è il punto di riferimento. Storicamente, dunque, nasce prima l’economia civile. Fra i due paradigmi vi sono molti punti di sovrapposizione, ma anche punti di differenziazione. Il principale punto di convergenza è che entrambi sono a favore dell’economia di mercato, intesa come modello per organizzare la vita economica e sociale di una comunità.

LE DIFFERENZE TRA I DUE PARADIGMI

Invece, i principali elementi di differenza sono tre, da cui discendono una serie di conseguenze pratiche.

Il primo elemento è di natura antropologica: l’economia politica accoglie, di fatto, l’antropologia hobbesiana secondo cui homo homini lupus. Gli economisti hanno tradotto questo assunto nel meno spaventoso concetto di homo œconomicus, un’espressione coniata da John Stuart Mill a metà dell’Ottocento proprio per mettere in guardia contro i rischi che si sarebbero corsi seguendo quella linea di pensiero.

L’economia civile rifiuta la categoria di homo œconomicus – di un soggetto cioè totalmente autointeressato e pienamente razionale – che, al contrario, costituisce la vera infrastruttura filosofica del paradigma alternativo. Durante l’Ottocento si consolida nella cultura occidentale una linea di pensiero che concepisce il mercato come l’unica istituzione in grado di conciliare soddisfacimento dell’interesse personale e perseguimento del benessere collettivo grazie all’operare della mano invisibile.

È la celebre metafora introdotta da Adam Smith, il quale se ne serve però per significare proprio il contrario di quanto, successivamente, intere generazioni di economisti attribuiranno ad essa. Il genovesiano homo homini natura amicus (‘ogni uomo è, per natura, amico dell’altro uomo’) è, invece, l’assunto antropologico del programma di ricerca dell’economia civile, secondo cui è homo reciprocans la categoria di riferimento di un discorso che voglia tradurre in pratica la nozione di individualità relazionale; una nozione in grado di far stare assieme esercizio della scelta, l’individualità, e relazione con l’altro, la socialità.

Di un secondo elemento di distinzione occorre dire, e cioè del deciso rifiuto da parte dell’economia civile della tesi del NOMA (non-overlapping magisteria) nella ricerca economica. Si tratta di una tesi, per primo difesa in ambito economico nel 1829 da Richard Whately, influente cattedratico all’Università di Oxford e vescovo della Chiesa anglicana, secondo cui la sfera dell’economia va tenuta separata da quella dell’etica, se si desidera che la prima possa ambire ad acquisire lo statuto di disciplina scientifica, positivisticamente intesa.

Dapprima osteggiata da pensatori del calibro di John Stuart Mill, la tesi della ‘grande separazione’ verrà poi accolta con favore dai protagonisti della scuola di pensiero neoclassica e da allora supinamente sottoscritta, salvo rare eppure notevoli eccezioni, come qualcosa di scontato. Da cui la celebre divisione di ruoli: l’etica è il regno dei valori; la politica, il regno dei fini; l’economia il regno dei mezzi, che in quanto tale deve preoccuparsi solo di giudizi di efficienza.

È merito del pensiero economico civile aver mostrato quanta ipocrisia si celi in questo riduzionismo metodologico, solo in apparenza innocuo, e quanto male esso abbia finito col produrre – si pensi solo alla distruzione degli ecosistemi e all’aumento endemico delle disuguaglianze sociali.

ORDINE SOCIALE

Da ultimo, ma non per ultimo, i due paradigmi di cui ci stiamo occupando si differenziano rispetto al modello di ordine sociale che contemplano. Mentre per l’economista politico Stato e Mercato sono le due istituzioni necessarie e sufficienti per assicurare il progresso, l’economista civile ritiene altrettanto indispensabile un terzo pilastro, quello della Comunità, costituita dal variegato insieme dei corpi intermedi della società.

Per l’economista civile, infatti, il fine da perseguire è quello di chiedere al mercato non soltanto di essere in grado di produrre ricchezza, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale, di uno sviluppo che tenga in armonia tre dimensioni: quella materiale della crescita, quella socio-relazionale, quella spirituale.

Invero, il mercato acivile, mentre può assicurare un avanzamento sul fronte della prima dimensione, non riesce a fare altrettanto rispetto alle altre due. Il mercato acivile è compatibile con la giustizia commutativa e con la libertà in senso negativo (la libertà di agire), ma non lo è con la giustizia distributiva, né con la libertà in senso positivo (la libertà di conseguire). Del pari, mentre il mercato acivile può ‘andare a braccetto’ con assetti politici non democratici, così non è con il mercato civile.

Inoltre, l’infrastruttura concettuale del paradigma dell’economia politica non consente che si possa andare oltre la versione orizzontale del principio di sussidiarietà; ma sappiamo che la versione piena di tale principio è quella circolare, secondo cui ente pubblico, business community, società civile organizzata cooperano tra loro, con pari dignità, in vista del bene comune.

A questo proposito, è bene ricordare che è alla scuola di pensiero francescana e, in particolare, a Bonaventura da Bagnoregio che si deve la prima formulazione del principio di sussidiarietà circolare come modello di organizzazione dell’ordine sociale.

Stefano Zamagni

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