La pesca frutto del peccato

Capisco il rischio dell’“accanimento terapeutico” su un argomento ormai sviscerato in lungo e in largo nelle ultime settimane, ma la tentazione è troppo forte per resistervi. Nei giorni scorsi la pubblicità dell’Esselunga ha infiammato il dibattito italiano (e rileggendo queste ultime parole si potrebbero avere diverse cose da dire sul livello del dibattito stesso): chi ne ha visto un tanto atteso elogio alla famiglia tradizionale, chi una condanna alle famiglie separate e relativi figli, chi uno spot del governo e più che del supermercato. Ho letto le interpretazioni più disparate, con tutti i gradi possibili di reazioni, dal freddo commento tecnico alla chiamata alle armi.

Tra i vari meme girati su internet anche qualcuno che riprendeva raffigurazioni del peccato originale andando ad inserire, al posto della mela, la pesca usata da una bambina di una coppia separata per provare a riavvicinare mamma e papà. Tale infatti sembra la portata di questa pubblicità di 30 secondi, che in pochi giorni sembra essersi trasformata nel manifesto sociologico-valoriale di una parte o dell’altra del paese, a seconda dall’angolazione da cui la si guarda.

Capisco l’abitudine ormai consolidata di avere un’opinione su tutto, prodotta nel giro di circa 15 secondi, ma rimane per me incredibile vedere come davanti a qualsiasi contenuto, notizia, che passi sui nostri schermi il pensiero – inconscio? – che dà origine alle reazioni parte dall’assunto che TUTTO parli di noi.
Quanto siamo egoriferiti per rivederci in tutte le cose che leggiamo o vediamo?
E quanto siamo intimamente fragili e bisognosi di rassicurazioni sulla nostra identità per sentirci perennemente sotto attacco e chiamati alla difesa e alle giustificazioni delle nostre scelte?
Ma come facciamo a dirci adulti sani se sentiamo la validità della nostra vita sottoposta anche al giudizio di una pubblicità di un supermercato? Perché non ci sfiora il dubbio che una storia (la mia?) è solo una delle storie possibili e non il criterio di giudizio sull’umanità?
Sembra invece, in questo come in tanti altri casi, che la priorità sia mettersi al centro del discorso a rivendicare il proprio diritto di sentirsi vittima o ambasciatore del pacchetto di valori di turno.

Non solo di mele, ora anche di pesche continuiamo ad abbuffarci all’albero della conoscenza per avere la possibilità di distinguere il bene e il male in modo inattaccabile e sottoporre al nostro giudizio – ormai divino – tutto quello che scorre sotto i nostri occhi.
Salvo poi ritrovarci sempre nudi e goffi nel voler nascondere le nostre parti più intime e imperfette; sempre più fragili nello stare di fronte alle nostre scelte e alle loro relative conseguenze.
Se solo ci affrancassimo dallo specchio davanti al quale passiamo la nostra esistenza, forse saremmo in grado di accorgerci del mondo che ci circonda, potremmo allenarci a non liquefarci davanti alle nostre responsabilità, senza sentirci sottoposti alla sentenza degli altri e senza imprigionare a nostra volta il prossimo in rigide categorie di giudizio.
E se non per empatia, non per misericordia, non per senso civico, nè per senso “cattolico” dovessimo riuscirci, potremmo sempre ricordarci – citando David Foster Wallace – “che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi.”

di Iaia Oleari

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