Sotto un platano altissimo, fuori città, in un luogo sacro

Per gentile concessione dell’Editore, pubblichiamo una parte del saggio di Antonio Petrucci dedicato al Fedro di Platone (v. AAVV, Nei giardini di Adone, Ediz. San Lorenzo, RE, 2021).

I personaggi

I personaggi del dialogo che stiamo per esaminare sono due: il filosofo Socrate e il giovane Fedro. Socrate è il “nuovo eroe” proposto da Platone in sostituzione degli eroi omerici (Achille, Odisseo eccetera) ed è anche l’alter-ego di Platone, il suo portavoce. Fedro è un giovane amante dei bei discorsi (soprattutto d’amore); compare anche nel Simposio dove fa, come tutti i presenti, un raffinato elogio di Eros. Fedro vuole leggere a Socrate il discorso sull’amore scritto dal retore Lisia. Poiché è una calda giornata estiva, Socrate e Fedro escono dalla città, Atene, seguendo il fiume Ilisso, e cercano un luogo fresco in cui leggere il discorso.

Un luogo sacro

Io credo che una cosa importante da fare – se si vuole esaminare il Fedro – è descrivere il luogo in cui si svolge il dialogo. Socrate infatti lascia malvolentieri la città (dove può imparare dagli uomini) e non ama la campagna dove gli alberi non hanno nulla da insegnargli. Mentre lui e Fedro lasciano la città, egli ha anche affermato il suo disinteresse per i miti (ma poi lui stesso farà riferimento a tre miti nuovi: quello dell’auriga, quello delle cicale e quello di Theuth). Ed eccoci sotto un platano altissimo: un agnocasto spande un profumo dolcissimo; c’è una brezza leggera e scorre un’acqua chiara sull’erba. “Dalle statuette e dalle immagini” dice Socrate “si direbbe un luogo sacro a qualche ninfa o ad Archeloco” (230 b). (Archeloco è un fiume “divino”, figlio di Oceano e di Teti.) 

Soffermiamoci su questo passaggio. 

L’agnocasto è un cespuglio dai fiori violacei (ma pare ne esista anche una varietà a fiori bianchi). Il nome, agnocasto, deriva dal greco agnos, puro. Era, nell’antichità e anche nel Medio Evo, il simbolo della castità. Il decotto ricavato dai suoi fiori calmava la lussuria ed anche i dolori femminili. Impossibile che Platone non sapesse queste cose. Il grande discorso sull’anima e sull’amore si svolge sotto il segno dell’agnocasto. 

Il platano era originario di Creta, dove era sacro alla Grande Madre, una divinità femminile che veniva rappresentata con le mani aperte (in posizione di protezione o di benedizione). Le foglie del platano, a cinque punte, erano paragonate alle mani aperte della Dea. Trapiantato ad Atene, il platano era diventato sacro al dio Apollo, un dio molto presente, a partire dalla Apologia, nella filosofia platonica. 

Sul platano c’è ancora una cosa da segnalare: il nome greco, platanos, ricorda Platon (il genitivo è platonos), cioè Platone. Anche in questo caso, è impossibile che Platone non lo avesse notato. Si tratta anzi, probabilmente, di uno di quei giochi in lui non insoliti. Inoltre Platone era un soprannome, dovuto alle grandi spalle o comunque alle notevoli proporzioni del filosofo: una ragione di più per giocarci sopra. (Il suo vero nome, ormai ignoto a tutti, era Aristocle.) Ma allora tutto il dialogo, che si svolge all’ombra del platano, forse si svolge “all’ombra di Platone”. Però, che può significare questo? Platone vuole rivendicare la libertà della sua invenzione o vuole comunicarci la verità di fondo della sua ricostruzione? Insomma, si identifica con Socrate, con Fedro o con tutte e due? Socrate potrebbe essere Platone come è mentre scrive e Fedro un’immagine di se stesso da giovane? (Si spiegherebbe allora la frase di Socrate che si scrive per raccogliere “un tesoro di ricordi… contro la vecchiaia che porta l’oblio”) (276 d).

Le forme del delirio

L’ idea di essere finiti in un luogo sacro verrà più volte ripresa. Non può sorprenderci perciò il fatto che il discorso di Socrate – il secondo discorso, quello serio, che Socrate pronuncia “a capo scoperto” – si apra con una premessa sui doni del delirio (in greco la parola è mania). 

I “doni del delirio” – o della mania – sono doni degli dei e perciò non portano male ma bene per gli uomini. 

La prima forma del delirio è la manica o mantica cioè l’esaltazione profetica che consente di leggere il futuro. Più avanti, riassumendo il suo discorso, Socrate la attribuirà al dio Apollo. La seconda è l’esaltazione divina che consente, con preghiere e riti, di liberare le città dalla peste. Più avanti Socrate la attribuirà a Dioniso. La terza forma del delirio viene dalle Muse e comunemente si indica con la parola poesia (ma in realtà si estende dalla astronomia alla storia). La quarta forma del delirio viene da Afrodite ed Eros ed è l’amore.

Ci sarebbe piaciuto, da parte di Socrate, un’analisi più accurata: ad es. la mantica è descritta con attenzione, ma la seconda forma del delirio è “tirata via” e non è chiaro in che cosa differisca dalla prima. Oltre tutto Socrate parla di città liberate dalla peste e allora sarebbe corretto attribuirla al dio della medicina, Asclepio, oppure ad Apollo, dio della peste e della guarigione, invece Socrate la attribuisce a Dioniso, un dio (che sarà caro a Nietzsche, ma) abbastanza estraneo alla riflessione platonica e che qui compare, che io sappia, per la prima volta (265 b/c). Niente da aggiungere o da togliere, invece, a ciò che segue: “V’è una terza forma di esaltazione e delirio, di cui sono autrici le Muse. Questa, quando occupa un’anima tenera e pura, la sollecita e la rapisce nei canti e in ogni altra forma di poesia, e celebrando le infinite opere del passato, educa i posteri. Ma chi giunge alle soglie della poesia senza il delirio delle Muse, convinto che la sola abilità lo renda poeta, sarà un poeta incompiuto e la poesia del savio sarà offuscata da quella dei poeti in delirio”. (245 a)

Con questa premessa Socrate si lancia nella descrizione delle anime, della loro (triplice) natura e del loro destino. Ogni anima segue un dio e ne assume il carattere. Socrate evoca la visione che le anime hanno dei valori immutabili (la verità, la bellezza ecc.), la “necessaria caduta” nel mondo della carne e gli effetti che l’amore fa nascere. (….) 

I giardini d’Adone

Più avanti, poiché è mezzogiorno, “l’ora immota”, e le cicale cantano in modo assordante, Socrate racconta un mito. Le cicale, dice, una volta erano uomini, ma talmente presi dalla musica e dal canto, che dimenticavano di mangiare e morivano di inedia. Perciò gli dei trasformarono quegli uomini in cicale che non hanno bisogno di mangiare per vivere e possono trascorrere la vita cantando. Nell’occasione egli ricorda alcune Muse (Tersicòre, la musa della danza, ed Erato, quella dei canti d’amore) e si dichiara seguace di Calliope e di Urania. 

Ma converrà citare il brano: “Alla più anziana, Calliope, e a Urania che le vien dietro, le cicale menzionano quelli che passano la vita a filosofare e che così onorano l’arte musica propria di quelle; perché queste due, sopra tutte le altre Muse presiedendo alle cose celesti ed occupandosi dei discorsi divini e umani, sanno il canto più soave”. (259 d) 

Questo punto è importante. Si tenga presente infatti che non esiste una musa della filosofia come esiste una musa della storia (Clio). Riconoscersi seguace di Calliope e di Urania significa riconoscere alla filosofia una sostanziale parentela con la poesia epica e con la scienza astronomica.  Ma la cosa importante è che – di conseguenza – anche Socrate è un “posseduto”.  

Antonio Petrucci

 

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