Chiesa e Ateneo a confronto

Due mondi – Chiesa e Università – che si confrontano con spirito propositivo, senza tacere ciò che non va, secondo lo stile del cammino sinodale, in cui in primo piano c’è la cultura dell’ascolto, ovviamente reciproco: accade la mattina di sabato 20 maggio nell’aula magna di Palazzo Baroni, in seminario, alla presenza di monsignor Giacomo Morandi e del rettore di Unimore Carlo Adolfo Porro. L’incontro, promosso dalla Pastorale universitaria, sapientemente moderato dal professor Vincenzo Pacillo, viene aperto dal saluto della padrona di casa Annamaria Contini, direttrice del Dipartimento di Educazione e Scienze Umane di stanza in viale Timavo. 

In apertura l’Arcivescovo cita san Paolo VI dall’Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi: “La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture”.

È un triplice giro intorno al rapporto Università-società quello che il professor Pacillo pone all’attenzione di un uditorio non molto numeroso ma partecipe: alle sue provocazioni reagiscono sia il rettore che una neo-laureata in Scienze della Formazione primaria, Lucia Maggipinto, a lungo rappresentante degli studenti nel Nucleo di Valutazione di Unimore.

La sete di sapere

Per la prima riflessione il delegato del rettore per il coordinamento tra Unimore e Diocesi parte da monsignor Eugenio Corecco e dal suo discorso su “Natura e compito dell’università” tenuto il 4 dicembre 1993 al ‘battesimo’ della Facoltà di Teologia di Lugano, da lui voluta e fondata; in quella prolusione ticinese il Gran Cancelliere rifiuta l’idea che l’università possa essere un luogo esclusivamente professionalizzante, deputato a creare in modo puro e semplice forza lavoro altamente qualificata, sicché “il sapere che viene coltivato è sempre più un sapere strumentale” alle richieste dal mercato. In Corecco si ravvisa una visione del tutto originale della crisi dell’università, la quale “non è primariamente di tipo organizzativo ed istituzionale, ma spirituale e culturale”; l’approccio epistemologico che Pacillo rilancia scaturisce dal presupposto che quel che deve muovere l’istruzione universitaria non è in primo luogo l’applicazione tecnica e tecnologica delle conoscenze, ma l’amore per la conoscenza.

Per Lucia Maggipinto lo studente dev’essere al centro delle politiche di governance dell’Ateneo, ma l’attuazione dell’ideale viene ostacolato dai problemi economici (molti iscritti devono lavorare per pagarsi i corsi, quindi non frequentano), dalla crisi abitativa e dai disagi lasciati dalla pandemia, che necessitano di un supporto psicologico. Le risposte di Unimore vanno dal progetto di empowerment degli studenti allo sportello psicologico all’allargamento della no tax area, ma ci sono anche aspetti da rivedere, come la modalità didattica, ancora prevalentemente frontale e tradizionale, o l’attenzione nei confronti degli studenti lavoratori, sicuramente migliorabile. 

Il professor Porro si sofferma sulla relazione tra la comunità accademica e quella in senso lato, considerando che l’Ateneo che rappresenta nacque 848 anni or sono come Studium finanziato dalla società del tempo. Dal piano strategico 2020-2025, poi, estrae alcune linee chiave di questa relazione, come il legame tra ricerca e didattica, il valore della multidisciplinarità, la consapevolezza delle sfide della sostenibilità e dell’inclusività. Porro si dice convinto che occorra tornare al concetto di università come luogo dove sviluppare competenze diverse, promuovendo una visione critica e umanistica della scienza e della tecnologia, la cultura del dialogo e del dibattito, la responsabilità sociale e persino la formazione “continua e intermittente” per chi è già entrato nel mondo del lavoro.

Università e Istituti tecnici

Nel contesto europeo, l’Italia è uno dei paesi con il minor tasso di giovani laureati, o di persone che comunque dispongono di un titolo di studio assimilato, di livello terziario; a fronte di una media del 41,2% di giovani europei con un titolo di studio di livello terziario, che comprende percorsi come quello universitario o in istituti tecnici superiori, nel nostro paese la quota si attesta al 28,3%. Per introdurre il secondo nucleo di riflessione il professor Pacillo parte da questi dati e anche dagli obiettivi europei, rivisti nel febbraio 2022, secondo i quali il 45% delle persone tra 25 e 34 anni dovrebbe avere un’istruzione terziaria entro il 2030.

Lucia Maggipinto, dopo aver evidenziato il divario Nord-Sud che persiste nel nostro Paese sul piano formativo, giudica obsoleta la didattica della scuola secondaria italiana, che si appoggia troppo sullo studio degli allievi a casa, propendendo per un modello più costruttivista e del dialogo, fermo restando che i problemi molto spesso riguardano gli edifici da modernizzare e il materiale scolastico mancante. Quanto agli ITS, se gli studenti che vi accedono sono ancora pochi, si tratta di far meglio conoscere ai giovani le opportunità dei loro percorsi professionalizzanti. Anche il rettore ritiene prioritario l’orientamento, giacché università e ITS non sono in competizione e anzi sono alleati per migliorare le capacità di successo degli studenti e ridurre gli abbandoni. Le relazioni possono essere rese ancora più fruttuose anche dalla condivisione dei laboratori e dal perfezionamento delle cosiddette passerelle per cambiare centro di formazione.

Sostenibilità umana

La terza provocazione proposta da Pacillo si rifà alle parole pronunciate da Alessandra De Fazio, rappresentante degli studenti all’Università di Ferrara, che durante l’apertura dell’anno accademico del suo Ateneo ha denunciato come gli studenti siano oggi “bombardati continuamente dal mito della performatività e da una competizione illogica che (…)  sbatte in faccia i successi degli altri” e che davanti al presidente della Repubblica Mattarella non ha esitato a criticare “un sistema dell’istruzione italiano improntato sempre di più all’efficienza aziendale”. Sullo sfondo, ma non troppo, i casi di cronaca di quegli studenti che arrivano al suicidio perché si sentono inadeguati e falliti di fronte ad aspettative sentite come sproporzionate. 

E proprio sul divario tra realtà fattuale e percepita si giocano le repliche dei relatori. Lucia Maggipinto riporta le cause dei malcontenti più frequentemente sollevati dagli studenti, come la scelta di imporre ai non frequentanti libri di testo in più da portare agli esami. Porro si dissocia dalle espressioni di Alessandra De Fazio, ma conviene sul fatto che la valutazione degli studenti all’interno degli atenei durante il loro iter formativo sia focalizzata più sulla performance che sul loro benessere psicologico, che si nutre di elementi come l’autonomia, la crescita personale, le esperienze internazionali, le relazioni positive con gli altri, la gestione dei propri tempi e il senso di scopo della vita, senza mai perdere di vista, perché strettamente intrecciata, la sfida della sostenibilità ambientale.

Sollecitazioni pastorali

Chiamati da don Matteo Galaverni, responsabile della Pastorale universitaria, due giovani danno la propria testimonianza collegata alle proposte diocesane. Roberta Smerilli, al primo anno di Scienze dell’Educazione, porta la sua esperienza di fuorisede: il senso di spaesamento – dice – viene diminuito quando la Chiesa locale organizzi incontri di conoscenza o di spiritualità, serate al cinema o eventi sportivi o favorisca l’eventuale inserimento in gruppi associativi. Giovanni Tamburoni, fresco di laurea in Ingegneria gestionale, si rivolge sia all’Università che alla Chiesa quando evidenzia, tra le “mancanze” avvertite nel suo percorso di studi, il senso di appartenenza a Unimore, i servizi nel Dipartimento e gli eventi universitari. Tra gli spunti suggeriti, un merchandising di Ateneo, l’ascolto degli studenti fuorisede, l’attribuzione dei crediti formativi agli incontri organizzati dalla Pastorale diocesana e le feste di dipartimento.

C’è spazio anche per alcuni interventi dall’uditorio, come quello di don Carlo Pagliari che ammette i limiti di risorse di cui la pastorale universitaria risente. Nel suo intervento conclusivo, dopo aver ringraziato gli organizzatori e gli intervenuti, monsignor Morandi conferma il desiderio che l’incontro odierno costituisca un volano per l’approfondimento del dialogo con l’Università, dicendosi favorevolmente colpito dalla partecipazione alla messa di inizio anno accademico e ribadendo l’importanza della carità intellettuale per una visione integrale della persona umana.

Edoardo Tincani

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