Fabrizio Loschi, e l’infinito verticale

“Il Sacro è un momento, tra la preghiera e lo schiaffo della rivelazione”. Si apre così un capitolo del catalogo della mostra di Fabrizio Loschi, in corso alla galleria L’Ottagono di Bibbiano, dal titolo 8infinito verticale. Otto appunto come l’infinito, verticale come la tensione dell’uomo verso il cielo. E le sue opere, di materia potente e densa spiritualità, dalla terra tendono verso l’alto, in desiderio costante verso quello che non si vede e che ci attraversa.
Le opere di Fabrizio Loschi sono pensieri incarnati o come lui stesso ama dire il suo ‘osso del cuore’, in costante silenzioso ascolto.
L’artista modenese, non nuovo ad esposizioni in terra reggiana, si muove tra poesia, pittura, scultura e grafica e tra materiali diversi. Bronzo, creta, ceramica, alluminio, libri e testi su cui disegnare. Fortemente ispirato dalla grande arte europea tra le due guerre, Loschi è modernamente ancorato al proprio tempo che attraversa con spirito critico, curioso di ogni forma di espressione e di vita.

8infinitoverticale, un titolo intrigante che sembra nascondere un ossimoro. Cosa si cela nello slancio senza fine verso l’alto?
Da sempre eseguo l’otto partendo dal basso e fin da piccolo mi chiedo come mai sia un segno così simile a quello dell’infinito che si usa in fisica. Infinito verticale è un concetto spirituale, ma che nasce collegato alla base ottagonale delle colonne gotiche di Santa Maria del Mar a Barcellona e di tanta altra architettura del tempo. In particolare mi riferisco a Castel del Monte ad Andria, uno dei miei luoghi di riferimento in assoluto. Sono affascinato dalla figura storica di Federico II di Svevia, una personaggio di una modernità incredibile, con una visione culturale ed estetica che, oggi possiamo dirlo, anticipa i fasti del Rinascimento.

Le tue opere sono furiosamente intrise di materia e di spirito, di pensiero e di concretezza. Così ostinatamente ancorate alla terra, eppure icone sacre di ali verso il cielo. Come si compenetrano tra loro il tuo percorso artistico e quello umano e spirituale?
L’opera d’arte, per me, è sempre un ponte che unisce l’accadente con l’assoluto. Cerco quindi di convincere la materia ad accondiscendere al mio bisogno di poesia. Oggi posso dirti con assoluta franchezza che non vi è più alcuna distanza tra la mia arte, il mio essere umano e la mia ricerca spirituale. Mi sveglio presto ogni mattina senza progetti predefiniti, poi qualcosa accade.

Il sacro, tra preghiera e rivelazione. E il sacro nella tua personale visione dell’arte?
Se rifletto sulla mia produzione artistica mi rendo conto che mi sono sempre occupato di “sacro”. I primi Angeli ho iniziato a dipingerli a metà anni Ottanta. In seguito, pezzo dopo pezzo, sono emerse tutte le tessere simboliche che ancora oggi utilizzo.
Ho sempre creduto “ad altro”, non mi sono mai definito ateo, e continuando a leggere diversi testi sacri mettevo a punto una mia personale posizione nei confronti della spiritualità. Dopo un percorso di alcuni anni da “autodidatta”, da due anni vivo la mia definitiva conversione al cristianesimo. Anche se fatico a chiamarla conversione poiché, da battezzato, preferisco pensare di essere tornato alle mie origini. Quello che è cambiato è proprio la percezione del sacro che da metafisica si è fatta concreta e quotidiana.

Scultura, pittura, disegno, scrittura, grafica e design. Molteplici tecniche che compongono il tuo universo espressivo. Ma qual è la tua personale grammatica?
La mia grammatica è sempre solo una ed è basata sul concetto di figurazione, ovviamente con tutte le declinazioni che questo comporta. L’ho costruita, forgiata, in anni di sperimentazione ed analisi del mio personale rapporto con l’arte. Le tecniche possono essere diverse, ma la grammatica è sempre la stessa. Del resto io sostengo che la materia è la medesima. Stessa origine declinata in modi differenti: i materiali.

Sul tuo sito scrivi che la “vita dedicata all’arte è un continuum, consapevole, rischioso” e ti definisci ‘operatore dell’inutile’. Quasi un paradosso che rivela una riflessione profonda sul senso dell’arte e che, forse, nasconde una forte tensione verso un’etica del ‘fare’ artistico…
L’arte, anzitutto per chi la crea, è un pericolo continuo, ma io la vivo come un continuo viaggio verso il mio “osso del cuore” quel punto primigenio e fondante, di cui nessuno conosce la natura, ove tutto prende forma. E dove prende forma il nostro sistema di relazioni con l’esterno. Perché l’arte può comunicare all’esterno solo se parte da un’accesa intimità con il proprio sentire. “Operatore dell’inutile” è una definizione che ho coniato nel 2005 e che nasceva dall’osservazione del mondo artistico e dei sistemi di comunicazione. È una definizione molto snob, ne sono consapevole, ma la realtà dei fatti mi dà ragione. Oggi che hanno vinto le televendite, i cuochi e una fruizione dell’arte da gita domenicale continuo a darmi ragione.

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La mostra, curata da Silvio Panini, è arricchita da un catalogo e da un testo critico dell’antropologo Simone Ghiaroni.
Sabato 20 maggio alle 17.30 è previsto un incontro pubblico presso la galleria che vedrà Francesca Codeluppi in dialogo con Fabrizio Loschi.
La mostra terminerà domenica 28 maggio.
Orari di visita e recapiti per ricevere informazioni: sabato e domenica dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 18 e su appuntamento 348.5306266 Silvio Panini Galleria L’Ottagono, piazza Damiano Chiesa 2 Bibbiano; ingresso gratuito.

Valeria Mussini

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