Gli angeli, teofanie e messaggeri

Ho messo da parte l’ambizioso progetto di scrivere sugli “Angeli nella Bibbia” (ci vorrebbe un libro). In questo articolo mi limiterò a parlare degli “Angeli nel Genesi”. L’argomento è comunque affascinante. Inoltre ci permetterà di ripercorrere Genesi in maniera diversa.

Se si parla di angeli, bisogna però fare una distinzione: l’angelo è una teofania cioè una manifestazione di Dio “in tono minore” (ciò dipende dal fatto che Dio non può mostrarsi in tutta la sua potenza) oppure l’angelo è un messaggero. In questo secondo caso, può avere anche un nome e appartenere a una gerarchia angelica, ma soprattutto, avere un’autonomia rispetto al Creatore – autonomia che può spingersi fino alla ribellione. Ciò però non accade in Genesi.

A me pare che le apparizioni angeliche in Genesi siano tutte o quasi tutte delle teofanie: ci sono in effetti un paio di eccezioni; ma è solo col Cristianesimo che gli angeli diventeranno definitivamente messaggeri.

I Cherubini

Nei sei giorni della creazione del mondo non si parla di angeli. Dio appare all’uomo e alla donna come un vicino di casa, come un essere “in carne e ossa”, simile a loro. Dunque, poiché i loro occhi non sono accecati, Egli non ha bisogno di apparire come teofania o di inviare messaggeri.

Dopo il peccato le cose cambieranno: Adamo ed Eva perdono la capacità di vedere Dio, di sostenere la sua Presenza; ed ecco nascere la necessità dell’angelo, che si potrebbe definire, comunque sempre, un “intermediario” fra Dio e l’uomo. Ecco la prima apparizione:

Così egli scacciò l’uomo e collocò cherubini di sentinella ad oriente del giardino dell’Eden con una spada infiammata e scintillante: dovevano impedire l’accesso all’albero della vita.” (Gen, 3, 24)

Sono dunque cherubini e devono impedire all’uomo e alla donna (Adamo ed Eva dopo l’esilio), di accedere all’Eden. I cherubini appartengono, secondo lo Pseudo Dionigi, alla più alta gerarchia angelica (ma lo Pseudo Dionigi, autore del De coelesti ierarchia, vive fra il V e il VI secolo d. C.). Nell’epoca mosaica, nella quale presumibilmente viene scritto Genesi, i cherubini sono animali alati, cioè esseri mitologici, le cui statue venivano poste a guardia di giardini e palazzi signorili; cosicché le “sentinelle dell’Eden” non sono particolarmente significative, almeno ai fini della nostra indagine.

Problematico è anche, ma molto più interessante, il passo successivo.

I figli di Dio

I figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e si scelsero quelle che vollero (6, 2). Quando i figli di Dio si unirono alle figlie degli uomini ed esse partorirono dei figli, sulla terra vi erano anche giganti (6, 4). Il Signore vide che nel mondo gli uomini erano sempre più malvagi e i loro pensieri erano di continuo rivolti al male. Si pentì di aver fatto l’uomo ecc. (6, 5-7).”

Il passo è uno dei più enigmatici del Vecchio Testamento. O forse lo hanno reso enigmatico le fantasiose interpretazioni successive (ad es. nel Libro di Enoch). Per chi scrive, infatti, l’unica interpretazione possibile è di tipo linguistico: “i figli di Dio” indica gli uomini e “le figlie degli uomini” indica le donne. (Del resto la Donna, prima del peccato, era nata da una costola dell’Uomo.) 

Se così non fosse, allora l’espressione “figli di Dio” indicherebbe la discendenza di Set, terzo figlio di Adamo, il “secondo Abele”, mentre “le figlie degli uomini” indicherebbe la discendenza di Caino. Ciò spiegherebbe, forse, la mescolanza del bene col male ed anche la prevalenza del male – giacché il Vecchio Testamento spesso ritiene le “donne straniere” capaci di allontanare i mariti dal vero Dio e di indurli ad adorare gli idoli.

Enoch ha interpretato le cose alla lettera: gli angeli, figli di Dio, sono creature spirituali, sostanze spirituali; innamorarsi delle figlie degli uomini, le donne, creature carnali, è un peccato che li trasforma in demoni, creature del male. Ma può una creatura spirituale unirsi a una creatura carnale e, soprattutto, farla procreare? L’interpretazione di Enoch, e di tanti altri, non rischia di trasformare il Vecchio Testamento in una Mille e una notte? E soprattutto: perché Dio, anziché adirarsi con gli angeli, si adira con gli uomini, tanto da scatenare il diluvio?

Domande che, a mio avviso, spazzano via l’interpretazione tradizionale.

Eppure un’eco di tale questione è nella I Lettera ai Corinzi di San Paolo (11, 10); dove appunto si sostiene che le donne, in Chiesa, devono coprire i capelli con un velo per varie ragioni, ma anche “a cagione degli angeli” o “per riguardo agli angeli”. Il testo è ambiguo e si presta a varie interpretazioni. Che cosa temeva Paolo? Che le donne non dimostrassero “sufficiente rispetto” agli angeli o, addirittura, che gli angeli fossero turbati dalla lunghezza dei capelli femminili? La seconda risposta ci riporterebbe a Genesi e alla sua – irrisolta – ambiguità.

Abramo, Agar e l’Angelo

Ora passiamo alla storia di Abramo.

Non si può però, inizialmente, parlare di “apparizioni angeliche”. Abramo parla con Dio, e Dio parla con Abramo, ma non è che una voce oppure una visione non meglio precisata. Abramo non “vede” Dio come Adamo. Non lo vede come persona. Abramo vede Dio come Visione. O lo sente come Voce. Non è la stessa cosa. Tuttavia la presenza continua di Dio – il suo continuo colloquio con Abramo – fa di Abramo un privilegiato.

Stando così le cose, però, la prima vera e propria apparizione angelica del Genesi è ad Agar, la giovane egiziana, che è schiava di Sara, moglie di Abramo. Ma qui occorre fare un passo indietro.

Sara, la moglie di Abramo, è una donna molto bella, ma sterile. In una cultura ossessionata dalla fecondità, questa condizione, la sterilità – sistematicamente attribuita alle donne – è ovviamente causa di molta sofferenza. Sara offre dunque ad Abramo la sua schiava, Agar, affinché abbia da lei il desiderato erede. (E poiché la schiava è sua, anche il figlio della schiava sarà suo, o comunque “come se fosse suo”, secondo il diritto o comunque la logica del tempo).
Accade dunque ciò che deve accadere.
Senonché, quando rimane incinta, la schiava si sente superiore alla padrona e la tratta “con disprezzo” – o almeno così sostiene Sara, colpita forse da una tardiva gelosia. E Sara maltratta Agar inducendola a fuggire nel deserto. Nel deserto la giovane rischia di morire col bambino che ha in grembo, ma l’Angelo del Signore le parla, la invita a tornare indietro, le predice la sorte del figlio.

“Allora Agar esclamò: “Ho veramente visto colui che mi vede?” E diede al Signore che le aveva parlato questo nome: “Tu sei il Dio che mi vede.” (16, 13) Dal testo sembra evidente che “l’Angelo del Signore” potrebbe essere uno dei tanti modi di dire “Dio” (come “la voce del Signore” o “lo sguardo del Signore”), ma le parole di Agar (“colui che mi vede”) inducono a pensare che le sia apparso Dio sotto forma di angelo (cioè come teofania).

A questo punto, la giovane egiziana torna da Sara e partorisce un figlio ad Abramo: è Ismaele. (Ismaele è il primogenito di Abramo, ma non è il figlio della Promessa: è il frutto delle passioni umane).
L’episodio che abbiamo raccontato, Agar nel deserto, si ripeterà dopo la distruzione di Sodoma; e ne parleremo più avanti.

Abramo, gli Angeli e Sodoma

Un giorno, nell’ora più calda, mentre stava seduto all’ingresso della sua tenda, gli apparve il Signore. Abramo alzò gli occhi e vide tre uomini in piedi, davanti a lui” (18, 1-2).
Decisamente misteriosa è questa apparizione angelica.
Si precisa poi che i tre sconosciuti sono in realtà tre angeli, ma i tre angeli sono “tutti e tre insieme” il Signore. Oppure sono il Signore insieme a due angeli (quindi una teofania e due messaggeri): e in effetti saranno due e non tre a distruggere Sodoma.

I tre annunciano due cose: la nascita di Isacco e la distruzione di Sodoma (dove vive Lot, nipote di Abramo). 

Abramo intercede per Sodoma. Basterebbero dieci giusti per salvare la città. Ma i dieci giusti non si trovano e Sodoma viene distrutta. Non può essere altrimenti. Giacché i suoi abitanti sono talmente corrotti che vorrebbero addirittura “fare violenza” agli stranieri (non sapendo che sono angeli).

“Si precipitarono contro Lot e si avventarono per sfondare l’uscio. Ma i due angeli allungarono le braccia, afferrarono Lot, lo trascinarono in casa e richiusero la porta. Poi colpirono tutta la gente che stava sulla soglia della casa, giovani e vecchi, con un bagliore accecante” (19, 9-11).”

L’episodio si conclude con la distruzione di Sodoma. Ma la moglie di Lot “si voltò indietro a guardare e divenne una statua di sale” (19, 26).

Non è chiaro perché la moglie di Lot diventa una statua di sale. Forse perché non bisogna assistere, e tanto meno impietosirsi, quando si scatena la collera di Dio? O perché “voltarsi indietro” significa rinunciare al futuro? C’era nostalgia nello sguardo della donna? In verità è impossibile dare una risposta.

Secondo incontro di Agar con l’Angelo

È nato Isacco, il Figlio per eccellenza, più volte annunciato da Dio. Si può immaginare la felicità di Sara e quella di Abramo. Ma poi Sara vede Ismaele, il figlio della sua schiava, Agar l’egiziana, giocare col fratello più piccolo e, forse per salvaguardare i diritti di Isacco, chiede ad Abramo di allontanare Agar e il bambino. Abramo, sia pure malvolentieri, esortato da Dio ad accontentare la moglie legittima, acconsente.
Questa volta non ci sarà ritorno.
Nel deserto, madre e figlio stanno per morire di sete. Ma ecco l’intervento dell’angelo di Dio: “Dio udì il lamento del ragazzo, e l’angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: “Agar, che hai? Non temere perché Dio ha udito la voce del ragazzo… eccetera” (21, 17).

Questo episodio non aggiunge molto a quello precedente, almeno per ciò che ci interessa: ancora una volta l’angelo di Dio interviene per salvare la donna e il bambino. Le due espressioni (Dio e l’angelo di Dio) si alternano come se si riferissero allo stesso soggetto: dunque l’angelo di Dio non è che una teofania. C’è da segnalare che non solo Agar ma anche Abramo viene sottoposto a una prova terribile: allontanare il figlio, esporlo alla morte nel deserto. La prova successiva però sarà ancora più terribile.

Isacco

Ho già avuto altrove l’occasione di sottolineare il significato di questo episodio – cioè la condanna dei sacrifici dei primogeniti. Ma mi limiterò in questo articolo a una semplice descrizione dei fatti. Dunque il Signore chiede ad Abramo di sacrificargli Isacco. La richiesta suona incredibile e sconcertante se si pensa a quanto Abramo ha aspettato quel figlio e alle ripetute promesse di Dio che egli “avrà una discendenza fitta come le stelle del cielo”. Come che sia, Abramo obbedisce, e cammina per tre giorni “verso il luogo che Dio gli aveva indicato”. Qui lascia i due servi e continua la scalata col bambino. Il brano è conciso e di terribile suggestione; ma ci limiteremo alla conclusione.
Quando giunsero al luogo che Dio aveva indicato, Abramo costruì un altare e preparò la legna, poi legò Isacco e lo pose sull’altare sopra la legna. Quindi allungò la mano e afferrò il coltello per sgozzare suo figlio.” Ma ecco che, in quel momento, interviene l’angelo del Signore. “Non colpire il ragazzo! Non fargli alcun male! Ora ho la prova che tu obbedisci a Dio, perché non gli hai rifiutato il tuo unico figlio” (22, 9-13).
Poiché l’angelo parla di Dio (non dice “ho la prova che tu mi obbedisci”, ma “ho la prova che tu obbedisci a Dio”), bisogna dedurne che, in questo caso, si tratti di un messaggero più che di una teofania; ma in verità il “punto di passaggio” fra messaggero e teofania si dimostra qui molto labile.

Qui – più dell’apparizione dell’angelo – ci sono due cose da sottolineare: la prima è che Abramo è stato sottoposto a una prova “estrema”, alla quale ha risposto con un atto di fede estrema (su questo ha scritto pagine memorabili Kierkegaard); la seconda (ignorata da Kierkegaard) è che Abramo non sacrifica il figlio, ma, al posto del figlio, immola un montone (o un ariete). L’episodio anticipa la fine dei sacrifici umani (che sarà sancita in Esodo) e la sostituzione dei sacrifici umani con i sacrifici animali (si vedano Esodo e Levitico).

La scala degli angeli

E sognò di vedere una scala che poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco: gli angeli di Dio salivano e scendevano per essa” (28, 12).
È il sogno di Giacobbe, figlio di Isacco, il quale sta andando a cercarsi una moglie presso Labano, fratello di sua madre. Qui, per la prima volta, vediamo “gli angeli” come pluralità e non “l’angelo” o “un angelo”. Il fatto che ci sia una scala e che gli angeli vadano in su e in giù significa il loro legame con la terra e col cielo; sono degli intermediari. (Viene in mente l’Eros platonico, che unisce la terra al cielo e gli uomini agli dei.) Tutti questi angeli rappresentano sicuramente anche la potenza di Dio. Infatti Dio parla a Giacobbe e rinnova le promesse fatte ad Abramo.

Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: “Veramente c’è il Signore in questo luogo ed io non lo sapevo.” Ebbe paura e disse: “Com’è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio e la porta del cielo” (28, 16).
Molti anni dopo, sulla via del ritorno (con due mogli anziché con una e con molti figli), Giacobbe ha un’altra visione che ha a che fare con gli angeli.
“Giacobbe si mise in cammino e alcuni angeli di Dio gli andarono incontro. Come li vide Giacobbe esclamò: “Questo è l’accampamento di Dio!” e chiamò quel luogo Macanaim (Due accampamenti)” (32, 2-3).
La storia di Giacobbe, dunque, è attraversata da “apparizioni angeliche”; ma ciò che stiamo per raccontare non ha confronto con quanto è accaduto fino a ora.
La lotta con l’angelo
“Giacobbe rimase solo, e uno sconosciuto lottò con lui fino allo spuntare dell’alba” (32, 25).
Secondo gli interpreti, lo sconosciuto è un angelo. Ma l’angelo è – in questo caso palesemente – una teofania cioè una manifestazione di Dio. Se così non fosse, il passo diventerebbe incomprensibile: 1. Per prima cosa, la durata della lotta: Giacobbe e lo sconosciuto lottano fino all’alba; sembra che le forze dei due uomini si equivalgano: nessuno dei due riesce a vincere l’altro – per tutta la durata di una notte. Eppure, quando arriva l’alba, è sufficiente allo sconosciuto colpire Giacobbe per slogargli l’articolazione del femore. Dunque l’angelo è più forte di Giacobbe. 2. Malgrado lo sconosciuto gli abbia slogato il femore, Giacobbe riesce a trattenerlo; e gli dice perfino senza mezzi termini “Non ti lascerò andare se non mi avrai benedetto”; cosa che lo sconosciuto è obbligato a fare. Dunque Giacobbe è più forte dell’angelo. 3. Ed ecco la conclusione: “Giacobbe disse. “Ho veduto Dio faccia a faccia e non sono morto!” Perciò chiamò quel luogo Penuel (A faccia a faccia con Dio)” (32, 31).
Riassumendo: lo sconosciuto era un angelo e l’angelo era Dio. Tutto l’episodio, come è ovvio, va letto simbolicamente.

Vediamo di comprendere meglio. Giacobbe ha rubato la primogenitura al fratello Esaù con un piatto di lenticchie… ha rubato la “speciale” benedizione per i primogeniti a Isacco approfittando della sua cecità e della complicità della madre Rebecca… È probabile che si senta in colpa (e inoltre teme la vendetta di Esaù). Egli ha bisogno di un riconoscimento da parte di Dio – è questo il senso della lotta con l’angelo.

Probabilmente tutto ciò significa che Giacobbe ha avuto fede e che la sua fede ha incontrato la grazia di Dio. Giacobbe – a differenza di Esaù – ha compreso l’importanza della primogenitura, la grandezza di Dio e il valore della sua Promessa. Giacobbe ha voluto con tutte le sue forze essere il prescelto – l’erede di Abramo e di Isacco – e questa sua fede lo ha assolto dalle sue colpe. Da lui, dunque, discenderanno le dodici tribù di Israele.

Post scriptum

La figura dell’angelo non attraversa solo il Vecchio Testamento, il Nuovo Testamento e il Corano: attraversa anche la Patristica e la Scolastica e perfino l’epoca moderna e contemporanea. (Sull’argomento v. R. Lavatori, Gli angeli, Marietti 1991).
La “continuità” di questa “presenza angelica”, non limitata inoltre alla nostra cultura, fa pensare che l’angelo sia una “figura archetipica” con radici nell’inconscio collettivo. Probabilmente essa coincide con l’archetipo dello “spirito” di cui parla Jung. (V. C.G. Jung, La simbolica dello spirito, Einaudi 1975).

Antonio Petrucci

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