Giovani, perché crolla la fede

Le statistiche affermano che l’82,1% degli italiani si riconosce ancora cristiano, anche se la percentuale di chi va in chiesa almeno una volta la settimana si riduce al 21% (Italiaindati).

Se si focalizza l’attenzione sui giovani con età compresa tra i 18 e i 29 anni, la percentuale di chi si dichiara credente si riduce al 72 % ma solo il 13 % frequenta settimanalmente i luoghi di culto (Eurisko). Fa riflettere il fatto che il 90% abbia ricevuto il Battesimo e la prima Comunione e il 77% la Cresima (Eurisko). Dai dati emerge anche con chiarezza che la secolarizzazione cresce nel tempo con sensibile accelerazione.

Posso dire per esperienza diretta, come direttore di una scuola di ispirazione cristiana, che il senso religioso nei bambini, ma anche nei ragazzi di scuola media, è vivo e palpitante. L’insieme di evidenze ed esigenze che, secondo don Giussani, costituiscono il nucleo elementare della religiosità – esigenze di bello, di vero, di bene – tutto ciò è ben vivo nell’età dell’infanzia e preadolescenza.

Perché nell’età della prima giovinezza questo germoglio, almeno in apparenza, non matura in una fede adulta, non sboccia in una religiosità consapevole e matura?
“Un grave difetto della cultura contemporanea è l’astrazione dell’idea di Dio dalla vita” dice don Giussani. Se Dio c’è, non c’entra con la quotidianità della vita. Di conseguenza le vicende dell’esistenza non sono affrontate a partire dal legame con Dio, ma secondo la cultura dominante.

Perché la fede cresca c’è bisogno dell’incontro con l’umanità cambiata di uomini che si riconoscono insieme a causa di Cristo: una relazione affettiva che attualizza Dio amore. La fede è sì un fatto di conoscenza, ma di conoscenza affettiva. È una conoscenza che viene trasmessa al cuore prima che alla mente. Per questo, forse, il catechismo, come metodo di trasmissione della fede, se non è accompagnato dall’incontro con una comunità viva e accogliente, ha risultati fallimentari.

È ovvio che il primo luogo in cui si realizza questo incontro dovrebbe essere la famiglia, per essere poi confermato nella scuola e nella società.
Ma nella società viviamo ormai nell’era post cristiana. Appartenenza ecclesiale e appartenenza sociale non si sovrappongono più. Dio non è più necessario e la fede è diventata un’opzione; per di più un’opzione penalizzante perché implica un alto standard morale e scelte controcorrente.

Non è facile oggi per un ragazzo di vent’anni sostenere all’interno della propria cerchia di amici di essere contrario all’aborto o alla famiglia gay. Si rischia l’infamia o il ridicolo. Il pensiero unico dominante punta alla decostruzione culturale della nostra civiltà avversando le certezze che ne sono a fondamento per creare un disorientamento diffuso nel quale l’individuo è facile preda del potere.

L’ambiente scuola, a parte qualche lodevole eccezione, opera per attrezzare culturalmente i giovani a realizzare questo scollamento, suggerendo come ovvia la contraddizione tra Dio e scienza, presentando la fede in Dio come un “vuoto di ragione” che convince dell’infondatezza di ogni certezza e apre la strada all’agnosticismo.

L’unico ambiente da cui si potrebbe sperare un’inversione di tendenza è la famiglia. “L’educazione all’appartenenza (a Cristo n.d.r.) accade se la coscienza di appartenere ad un altro è trasparente nei genitori. Quando c’è nei genitori, questa coscienza passa ai figli” dice don Giussani.

Premesso che il discorso è generico e la situazione varia molto da caso a caso, possiamo dire che la famiglia, oggi, solo in rari casi avvicina alla fede. La ragione principale è la crisi della figura dell’adulto: un adulto senza trascendenza, senza verità, condizionato dal mercato, dal sistema pubblicitario e dalla cultura televisiva.

L’adorazione di Dio viene sostituita con l’adorazione della giovinezza e del successo; il vuoto di Dio viene riempito con la carriera, i social, le serie televisive, la palestra, i trattamenti anti-age. È un adulto che preferisce non pensare, non vedere, non porsi problemi. Non si può neppure dire che non creda in Dio. Semplicemente, come abbiamo detto, Dio non interessa, Dio non c’entra. Il che è forse peggio di un buon ateismo fondato su solide convinzioni filosofiche, che impegnano in una lotta continua con un Dio sempre presente.

Le cause del crollo della fede nei giovani sono l’ambiente sociale ormai secolarizzato fortemente condizionante e l’adulto indifferente alla fede o incapace di trasmetterla. Il patrimonio di esigenze-evidenze elementari che il bambino ha in dote e che lo protende verso Dio cresce in mezzo ai rovi e i rovi lo soffocano.

Non ho soluzioni da proporre. La mia è solo una disamina della situazione attuale come appare ai miei occhi di uomo di scuola e di cristiano, certamente non completa e forse non oggettiva.

Ma l’esigenza che emerge con veemenza è la presa di coscienza da parte del mondo adulto della propria responsabilità in ordine alla diffusione della fede a partire dalla famiglia, dalla scuola, dal mondo del lavoro e della politica.
Una fede vissuta viene necessariamente testimoniata, altrimenti si tratta solo di un discorso.

Giuliano Romoli

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