La storia di vocazione di Antonio Franco

Continuiamo la presentazione dei seminaristi che domenica 8 maggio alle ore 18 in Cattedrale saranno ordinati diaconi per l’imposizione delle mani e la preghiera dell’Arcivescovo Giacomo Morandi: conosciamo la storia reggiano Antonio Franco, della parrocchia di Sant’Antonio di Padova.

Sfido se c’è uno dei nostri lettori che non l’ha mai visto nel suo servizio di cerimoniere in qualche celebrazione con il vescovo: Antonio Franco è un volto noto in diocesi, ma la sua storia probabilmente lo è meno.
Nato a Parma il 4 gennaio 1984, Antonio riceve il battesimo nella chiesa di San Giovanni Battista poi da quando ha due anni diventa parrocchiano di Sant’Antonio a Reggio, insieme alla madre Giuliana Baligan, al papà Vincenzo e alla sorella maggiore Chiara, responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale sociale e del Lavoro. La sua testimonianza parte da una precisa consapevolezza: “In tutto ciò che ci permette di vivere, Dio ci parla. In questi anni di seminario mi sono accorto di quanto sia importante vivere intensamente il reale: è lì che il Signore si cela”.

Nessuna conversione eclatante, nella vicenda di Antonio, ma una vita semplice a contatto con “radici sante”, come le chiama lui, quelle dei genitori e dei nonni: “Nel loro amore veniva fuori la loro fede. E quando in famiglia si respira la fede, pian piano la assorbi. Ho sempre visto i miei genitori come degli insegnanti di gratuità dell’amore: ti fanno maturare sacrificandosi per te, e questo nel tempo mi ha sempre colpito, mostrandomi l’amore di madre e di padre di Dio”, istruisce Antonio, che ancora oggi nella preghiera dei fedeli inserisce spesso una sua intenzione per tutte le persone che nel nascondimento della vita sostengono le nostre giornate e le nostre comunità.

Le case dei parenti, poi, erano spesso visitate da frati cappuccini, missionari saveriani o da sacerdoti diocesani, come don Giuseppe Baiocchi, parroco di Felino, la località in cui il nostro passava buona parte dell’estate, al seguito del nonno veterinario. Sin da piccolo amante degli animali, con predilezione per i bovini, Antonio apprezza e “alleva” così l’immagine del prete contadino.

Di tutti i consacrati che ha incrociato nell’infanzia e nell’adolescenza, il nostro sottolinea l’attenzione ai più piccoli. La stessa attenzione e paternità che gli mostra monsignor Gibertini, una volta che Antonio si trova a fare il chierichetto con altri tre bambini in Ghiara alla Messa della Scuola San Vincenzo: “Alla fine della celebrazione il vescovo Paolo ci ha chiamato attorno a sé, in sagrestia, e ci ha detto: «Secondo me due di voi diventeranno sacerdoti». Sono tornato a casa in subbuglio, chiedendo a mia madre se uno avrei potuto essere io”. Grazie a questo incontro, che con il tempo si approfondisce, Antonio vede con chiarezza che “Cristo nella liturgia ti incontra e ti chiama”.

Un’altra figura sacerdotale che esercita un ascendente su di lui è il suo parroco, padre Francesco Marchesi, quando proprio a lui – persona un po’ chiusa e tendente a sentirsi inadeguata – chiede di diventare catechista ed educatore. “Mi sono buttato – dice Antonio – e ho iniziato a prendermi cura di qualcun altro, in particolare dei giovani”. Nei confronti di quella sessantina di ragazzi e ragazze, che accompagna fino alla Cresima, l’ordinando diacono vede spuntare il “germoglio della paternità”.
Alle superiori Antonio frequenta l’istituto “Zanelli”, compagno di classe di don Giovanni Valentini, che lo precede nell’ingresso in seminario.

Alla piena fioritura vocazionale contribuisce la stagione che Antonio vive nella scuola, come supplente per l’insegnamento della Religione, lungo sette anni: uno alla primaria e sei alle superiori (“Spallanzani”, “Moro”, “Galvani-Iodi” per un anno ciascuno, poi tre al “Nobili”, ex Ipsia “Lombardini”). “Quando insegni quello che sai, ma non quello che vivi, gli studenti se ne accorgono”, evidenzia Antonio. È la questione della credibilità del docente, che fa da banco di prova e di feriale verifica per la sua fede.

I primi tempi, specie all’istituto professionale, porsi alla classe non è facile e qualche attrito si crea, ma presto anche la scuola si trasforma in una “palestra di amore e di attenzione” per giovani che in diversi casi hanno sulle spalle il peso di vite familiari disastrate o ferite dalla violenza. Fino ad un punto di svolta: capire che “non mi bastava insegnare loro qualcosa, ma il desiderio era che anch’essi sperimentassero la bellezza e la gioia che io avevo trovato incontrando il Signore”. Lo sguardo del professor Franco, da didattico, si fa più pastorale, e sorge in lui una domanda, rilanciata peraltro anche da amici, colleghi e persino allievi: “Forse attraverso la vita di queste persone, il Signore mi chiede qualcosa in più?”.

I tre seminaristi Boniface, Antonio e Florent

E arriviamo ad un altro incontro significativo, quello con il vescovo Massimo: è il giorno di Natale del 2012, da poche settimane monsignor Camisasca è entrato in diocesi e si trova a Guastalla, ove visita il cantiere della Concattedrale; ha già notato quel giovane messogli accanto da don Casini, all’epoca direttore dell’Ufficio Liturgico e parroco in Duomo, e lo prende da parte per domandargli di fare il cerimoniere “almeno” in Cattedrale. Detto fatto.
“Un’altra esperienza importante – commenta Antonio – perché mi ha fatto conoscere la Chiesa diocesana, incontrare di fatto tutti i preti, toccare con mano la fede dei sacerdoti, delle comunità, dei giovani. Forse il Signore mi ha preparato così a scegliere questa Chiesa e a donarmi ad essa”.

Lo studio della teologia, prima alla Facoltà dell’Emilia-Romagna poi allo Studio interdiocesano di Reggio, era già iniziato intorno al 2004, ma è solo nel settembre 2018 che Antonio entra in Seminario.
Questo è il suo bilancio fino ad oggi: “Ringrazio molto il Signore per questi anni: i nostri superiori e formatori – don Alessandro, don Luigi, don Edoardo – mi hanno sempre accompagnato con grande presenza e delicatezza. La vita in Seminario è all’insegna della fraternità; la mia camera la chiamo ‘della visitazione’ perché ci si incontra e ci si racconta. Un grande elemento di forza questo”.

Come servizio pastorale, il nostro seminarista è stato impegnato tre anni nel gruppo vocazionale Samuel, poi nel “Pozzo di Giacobbe” e, da quasi due anni a questa parte, nell’unità pastorale della Pieve di Scandiano, al fianco di don Paolo Crotti, don Andrea Cristalli, don Fortunato Monelli, poi ci sono don Battista Cerlini e don Roberto Rapagnani a dare manforte. Dice Antonio che a Scandiano, nonostante l’epoca Covid, si vive un bel clima di attenzione umana e fraterna nei confronti di tutti e dei numerosi giovani: un’altra testimonianza non poco incoraggiante, per un seminarista.

A livello spirituale, avendo come filo rosso quello della paternità, Antonio è devoto anzitutto di san Giuseppe; inoltre lo accompagna da sempre questa frase del Vangelo: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà e chi perderà per me la propria vita la troverà”. Sulla scia di santa Teresa di Lisieux, Antonio è un cantore della santità del quotidiano, delle piccole cose: “È lì – dice mentre ci congediamo con ampi sorrisi – che costruisci la tua vocazione, la tua vita”.

I tre seminaristi ordinandi diaconi si presentano

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