Tra Gabicce e Manchester

Vedendo lo strabiliante spettacolo della semifinale Champions tra Manchester City e Real Madrid, finita con un pirotecnico 4-3 per gli inglesi e condita di tante emozioni e occasioni da gol, chissà cosa avrà pensato il papà di quel ragazzino under 12 che i giorni scorsi è stato messo fuori rosa e allontanato dalla sua squadra proprio a causa di suo padre, reo di aver aggredito e mandato all’ospedale l’allenatore della squadra che giocava contro quella del figlio.

Il motivo dell’aggressione è che l’allenatore, sedando un parapiglia per un contrasto di gioco, si è permesso di ricordare al piccolo calciatore le buone maniere del rispetto e dell’educazione.

Ancora una volta, l’ennesima, siamo alle prese con un fatto di cronaca che irrompe su un campetto da calcio, stavolta a Gabicce Mare, al torneo di Pasqua categoria under 12.

A fare scalpore è senz’altro il fatto che un genitore aggredisca un altro adulto per quella che dovrebbe essere una cosa che mette tutti d’accordo: l’insegnamento dell’educazione.

Ci lamentiamo tanto dei nostri ragazzi irrispettosi, privi di una bussola educativa e poi scopriamo che i primi a latitare nel dare il buon esempio sono gli adulti di riferimento.

Per l’ennesima volta lo sport, suo malgrado, è vetrina di episodi che non hanno nulla a che vedere con la formazione, il rispetto e il divertimento. Oggi educare è diventato perfino rischioso.

Muovere una critica o anche solo riprendere un ragazzo di 12 anni può essere pericoloso e allora la domanda è: ma chi ce lo fa fare? Perché chiedere a un ragazzo di credere in determinati valori se poi il padre annienta ogni tentativo di crescita pestando un altro uomo sotto gli occhi del figlio? Il rispetto, quello invocato durante le pubblicità targate UEFA prima delle partite di Champions, è forse diventato un optional?

Non esiste motivazione che possa giustificare un atto così violento. E poi per una partita di calcio. Quel che è peggio, è che a rimetterci prima di tutti non è il malcapitato allenatore, ma è proprio il ragazzino, vittima della frustrazione, dell’incompiutezza, dell’insoddisfazione del padre. 

Nel vuoto cosmico dei buoni esempi da seguire che oggi c’è attorno ai nostri ragazzi, provare a predicare i valori del buon senso e della convivenza civile è impresa molto ardua.

Sarebbe bello allora allenare i genitori.  E sarebbe bello che sugli spalti ci fossero i figli con gli occhi puntati sulle prodezze genitoriali… chissà con che occhi i ragazzi osserverebbero mamma e papà.

Non oso immaginare i cartellini che prenderebbero certe mamme che solo stando sulle tribune fanno arrossire i peggiori capi ultras. E il padre di quel ragazzino? Come agirebbe se lo riprendesse il mister avversario? Si farebbe giustizia da sé o si ricorderebbe che in tribuna c’è il figlio che guarda e quindi non contesterebbe l’autorità di riferimento in campo?

Chissà se guardando le prodezze (quelle vere) di Benzema, De Bruyne e compagnia bella e ripensando al comportamento di suo padre quel ragazzino ha capito non solo cosa serve per giocare a calcio, ma anche e soprattutto cosa serve davvero per diventare uomini, cominciando dal campo.

A Manchester non è solo andato in scena uno spettacolo, ma si è visto che a voler vincere voleva semplicemente essere la squadra più brava e non quella più “furba”, più violenta o che speculava di più giocando sugli errori degli altri. Ma è stata una sfida a colpi di gran classe tra uomini leali, rispettosi e solo preoccupati di giocare bene.

Ecco, dopo una squadra di orfani, mi piacerebbe allenare una squadra di genitori; forse capirebbero che per il bene dei figli è buona cosa che tutti gli adulti coinvolti nel  campo educativo parlino ad una sola lingua, possibilmente la stessa.

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