Un pallone mai banale

Sarà banale e scontato quanto sto per scrivere ma è quanto di più vero ci possa essere: ancora una volta la legge del calcio non guarda in faccia a nessuno e così il Real Madrid (che a ragion del vero non è l’ultima squadra arrivata) soverchiando ogni pronostico è riuscito a battere il Paris Saint Germain passando il turno di Champions League.

Nulla di male dato il blasone e l’importanza dei due club se non fosse che i parigini non sprizzano di simpatia essendo una multinazionale costruita pensando forse più al business che al calcio e si sa che quando si tratta di calciatori, soldi e sceicchi, scadere nel banale e in crociate avventurose contro la logica che i soldi non fanno le squadre è quanto di più banale possa accadere.

Se a questo sommiamo che il portiere del PSG è un certo Donnarumma e ripensiamo al modo in cui ha lasciato Milano, sponda Milan, per cercare gloria e fama (senza trovarla) a Parigi, scadremmo ancora di più nella retorica.

La cosa che invece così scontata non è, rimane sempre il pallone che non fa affatto distinzione di razza, ceto, ingaggio e chi più ne ha più ne metta.

Ed è questa la magia che più di ogni altra infervora chi del calcio ne fa la propria passione. Quella che solo gli amanti dell’arte pedatoria possono capire.

Così la cosa più bella di ieri, oltre alle giocate dei 22 giocatori in campo, rimane anche la voce sognante di un bambino di 11 anni che saltando sul divano al terzo gol madrileno si lascia andare al commento più onorevole per lo spettacolo del calcio: “ho visto la partita più bella della mia vita”.

Una frase banale quanto l’esultanza di Carlo Ancelotti in panchina, ma condita di così tanto trasporto ed entusiasmo da renderla il miglior spot di questo sport.

E chissà cosa avrà sognato quel bambino dopo lo spettacolo del calcio andando a dormire con l’adrenalina che solo divoratori di calcio e sogni possono avere.

Adrenalina è una parola che recentemente ha fatto il suo ingresso nello spogliatoio della mia squadra. Dopo una sconfitta meritata, nel momento dell’analisi fatta coi ragazzi, è emerso che la grande latitante della nostra gara è stata proprio l’adrenalina. Quella delle emozioni positive però. E non quella della paralisi dovuta alla paura. Se c’è una cosa che può rovinare una festa divertente come una partita di calcio è proprio la paura.

Quanti ragazzi terrorizzati si perdono le più belle emozioni del calcio: dal profumo dell’erba all’atmosfera dell’ambiente, dalla sacralità dello spogliatoio all’ebrezza del contatto con la palla. Troppo spesso vediamo ragazzi paralizzati dalla paura di sbagliare o peggio ancora, spaventati perché non si sentono in grado di poter giocare in questo o quel ruolo o addirittura peggio, non si sentono nemmeno capaci di giocare o bravi come altri, dimenticandosi di gustare le sensazioni più belle che ci sono dentro ad una partita.

Non credo che personaggi come Benzema siano mai sfiorati da questi pensieri ma credo che anche il bomber francese entri in campo con quel pizzico di tensione che ti stringe lo stomaco. Perché è in quella piccola pressione alla bocca dello stomaco che si racchiude tutta la concentrazione e la voglia di fare la cosa più meravigliosa che esista: giocare a calcio.

Alla fine, sempre banalizzando, quello che conta veramente è l’atteggiamento che si ha in campo che fa la differenza. Che ci si trovi al Bernabeu o all’oratorio, l’emozione e la strizza sono sempre le stesse e sono quelle cose che rendono indelebili nella memoria le partite più belle che un giocatore può disputare.

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