Sorridi, sei in campo!

Il sorriso che non ti aspetti in questo calcio post Covid è quello di un arbitro che uscendo dal campo alla fine del primo tempo, al mio cenno di saluto, risponde con un grande sorriso, pieno di soddisfazione per essere in quel momento in quel posto, seppure si trattasse di un’amichevole tra una squadra di Promozione e una di Prima Categoria.

Eppure in quell’espressione c’era tutta la passione e l’amore per questo gioco in chi molto spesso viene solamente criticato o insultato.

Una cosa che mi ha fatto riflettere se penso ad alcuni musi lunghi, mogi e arrabbiati presenti nella mia squadra in questi giorni di allenamento.

Vero che l’adolescenza è un periodo inquieto della vita, vero che si sta crescendo e si inizia a fare i conti con se stessi e con l’umore varia a seconda delle emozioni; vero anche che questa situazione precaria dovuta alla pandemia abbia segnato alcuni dei miei ragazzi.

Ma è altrettanto vero che un campo di calcio l’ho sempre pensato come quella terra franca in cui esiste solo voglia, spensieratezza, passione e quell’energia che serve per spaccare il mondo.

Certo i tempi sono cambiati, per me c’era solo quello, oggi invece i ragazzi hanno tutto e anche il campo da calcio si trasforma in un’abitudine come tante altre, permeabile agli stati d’animo e alle cose che succedono fuori. Perché tutto questo? Forse ha ragione chi dice che ai nostri ragazzi abbiamo dato tutto e fin troppo incondizionatamente, togliendo loro il piacere e il sapore della conquista, del sapercela fare con le proprie forze anche dopo periodi turbolenti.

Questo ha probabilmente permesso alle fragilità, alle frustrazioni e alle difficoltà dei nostri ragazzi di conquistare anche lo spazio dedicato interamente al pallone, che oltre ad essere gioia e divertimento è anche il modo più salutare per scaricare tensioni e preoccupazioni. Non c’è nulla di più bello che fare fatica correndo dietro a quella palla scaricando tutte le tensioni e le tristezze accumulate.

Eppure ci sono sempre musi lunghi, arrabbiati, mogi. Forse per aspettative disattese, per problemi di natura privata o più semplicemente perché a 15 anni è giusto essere lunatici.

Ma dietro a questa insoddisfazione cosa si cela? Cosa è così forte da prendere il sopravvento sulla voglia di giocare?

Difficile entrare nella testa di un adolescente… così come difficile è chiedergli di aprirsi e raccontare di sé. Non lo fanno gli adulti, figuriamoci i  ragazzi.

C’è chi ha troppe aspettative su di sé, e quindi al primo errore va in tilt. C’è chi si prende troppo sul serio arrabbiandosi con se stesso. E poi c’è quello che si sente più bravo degli altri e quindi sprecato per trovarsi in questa squadra e smette di lavorare o di contro c’è quello che si reputa il più scarso e quindi anche lui smette di allenarsi perché pensa che sia tutto inutile. Per non parlare di tutti quei ragazzi che somatizzano le situazioni extra sport vissute in famiglia o a scuola trasferendole in campo. Insomma un mondo di stati d’animo.

Se fossi un medico prescriverei a tutti la stessa cura: prendere una palla, e iniziare a correre su un campo. Liberamente. Fino a non rimanere più in piedi dalla stanchezza. Staccando la spina della mente, lasciandosi guidare solo dall’emozione. E nello zizzagare con quella palla, sorridere, perché in troppi dimenticano che su quel campo si sta facendo una delle cose più belle del mondo, giocare. E che sia nel campetto sotto casa, all’oratorio o a San Siro il sorriso è sempre lo stesso.

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