Morandi: la nostra capacità di preghiera, ascolto e pazienza per custodire il dono della comunione

Un tocco con il pugno a mo’ di stretta di mano, una rapida presentazione con lo staff del Centro Diocesano Comunicazioni Sociali, e poi un colloquio di quaranta minuti, dedicati in primis al giornale e infine a La Libertà Tv. Il primo incontro con il vescovo eletto di Reggio Emilia-Guastalla monsignor Giacomo Morandi avviene nella stanza delle udienze pubbliche del Palazzo vescovile attigua al salone degli Armigeri, con una spontaneità favorita dalla comune matrice emiliana. L’intervista si svolge in un clima di cordialità, intervallata da qualche risata di “sano umorismo” che, oltre a creare da subito familiarità, aiuta a dare il giusto peso anche alle questioni più importanti, come quando rispondendo alla domanda sulle aspettative che sempre accompagnano l’attesa del nuovo vescovo monsignor Morandi ci raccomanda di avere pazienza perché il Salvatore è già venuto ed è Gesù Cristo. Dalla voce calda del vescovo Giacomo emerge tanto della sua personalità: dalle sue origini familiari, con l’adesione alla Comunità dei Figli di Dio di don Divo Barsotti e i diciassette nipoti attuali, alla frequentazione assidua con la Parola di Dio e con la Missionologia, fino ai temi che investono la Chiesa in epoca Covid e alle prospettive del cammino sinodale. Tra le urgenze subito sottolineate dal nuovo vescovo della Chiesa reggiano-guastallese, la preghiera da riscoprire e intensificare e la centralità delle relazioni personali basate sull’ascolto, per il bene sommo della comunione.

Monsignor Morandi, quali sono le prime impressioni dopo l’incontro con l’Amministratore Apostolico monsignor Camisasca e con il Vicario generale?
Ho avuto tante conferme della vivacità della Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla, che già nel passato avevo avuto modo di sperimentare, per le frequentazioni che ormai conoscete. Nell’incontro ho percepito questa Chiesa così impegnata, ricca di sfaccettature, di doni, di carismi; credo questo sia l’aspetto più rilevante che emerge. Naturalmente non mancano le difficoltà, le situazioni di fatica che sono un po’ comuni a tante altre comunità e diocesi, italiane e non.

Ci può raccontare della sua famiglia d’origine?
Vengo da una famiglia di cinque figli, con un papà, Adolfo, particolarmente impegnato nella vita spirituale, nell’amore alla Parola di Dio, negli esercizi spirituali e una mamma, Adriana, dotata di uno spirito pratico che era molto importante, perché la gestione di una famiglia così numerosa richiedeva una presenza puntuale e fattiva che lei ha sempre assicurato.
Il mio fratello maggiore, Emmanuele, morto nel 2015, era una grande figura di intellettuale, era docente di Filosofia all’Università di Verona; con lui c’è sempre stato un confronto aperto su tanti aspetti. Ho due sorelle, Giovanna e Gabriella, poi vengo io e infine Filippo, diacono, padre di sei figli.
Ho diciassette nipoti, comincio ormai a contare i pronipoti…

Una famiglia in cui la spiritualità era di casa…
Un po’ tutti siamo stati legati all’esperienza di don Divo Barsotti, alla Comunità dei Figli di Dio; per anni abbiamo avuto la grazia di avere don Divo come uno di famiglia e i miei genitori erano fortemente radicati in questa esperienza. Mio padre in modo particolare, oltre ad amare la Parola di Dio, era solito organizzare corsi di esercizi spirituali, perciò quando andai a studiare Sacra Scrittura e successivamente incominciai il mio apostolato era oltremodo contento di poter avere un figlio impegnato a tempo pieno nell’annuncio e nella predicazione. Quindi, sì, un contesto familiare molto religioso e anche umanamente ricco. Papà a tutti noi figli aveva proposto di guardare se, insieme alla possibilità di formarci una famiglia nostra, non vi fosse l’opportunità di abbracciare una vita di consacrazione: ci sono caduto dentro io! (ride)

Com’è sbocciata la sua vocazione sacerdotale?
Ho iniziato questo itinerario vocazionale da adolescente. Finite le scuole medie, mi sono iscritto al liceo in seminario, che tra l’altro era a trecento metri da casa mia, perché la mia parrocchia di origine è la Cattedrale di Modena. Sono entrato come un ragazzo che era rimasto colpito dalla vita della Cattedrale e dei Canonici, dall’incenso, da tanti aspetti della liturgia, forse elementi un po’ accessori che però mi hanno portato, pian piano, ad approfondire la chiamata di Dio al sacerdozio. È stata una via abbastanza normale, una scoperta progressiva; anche in questo senso è stato decisivo l’incontro con don Divo Barsotti e con la Comunità. Alla fine è maturata questa consapevolezza e devo dire che ringrazio il Signore di questo cammino!

Un cammino personale e familiare supportato dalla Chiesa diocesana…
Certo, c’è stato il tempo dello studio: l’allora arcivescovo monsignor Santo Bartolomeo Quadri mi mandò a studiare Sacra Scrittura a Roma prima, poi a Gerusalemme, quindi sono rientrato in diocesi a Modena con il compito dell’insegnamento della Sacra Scrittura. Successivamente ho preso un’altra specializzazione sul tema della Missionologia, Teologia dell’Evangelizzazione, all’Università Gregoriana: quello è stato il compimento di un itinerario spirituale prima che accademico.

Se dovesse condensare in poche frasi il carisma del Servo di Dio don Divo Barsotti, come lo descriverebbe?
A me ha colpito la sua esperienza di fede, di mistico, di persona veramente eccezionale sotto tanti punti di vista. Sono contento che a Firenze sia stata avviata la causa di beatificazione, perché questo sacerdote è stato una figura molto importante per la Chiesa, soprattutto per la Chiesa in Italia. La sua grande intuizione è quella di vivere la realtà battesimale dei figli di Dio come un monachesimo nel mondo. Don Divo è stato un grande appassionato di Dostoevskij e possiamo dire che tante intuizioni spirituali – lui stesso lo riconosce – affondano le radici nel pensiero del grande scrittore russo. Credo che la sua sia stata un’illuminazione affascinante e per certi aspetti anche pionieristica, ha aperto una strada.

Tra i santi, quali sono i suoi riferimenti più importanti?
Da don Divo ho ereditato anche l’amore per i santi, perché in fondo i santi sono il miglior commento al Vangelo. Direi su tutte tre grandi figure: santa Teresina del Bambin Gesù, con la sua spiritualità; san Giuseppe Benedetto Labre, un altro grande testimone; quando ero a Roma andavo spesso nel luogo dov’è sepolto, vicino a Santa Maria dei Monti; un altro grande santo che ha sempre accompagnato l’esperienza della nostra famiglia è san Leopoldo Mandić, un frate cappuccino veramente eccezionale…

Nel suo curriculum vitae spicca anche la collaborazione con il Centro Aletti di Roma…
Possiamo dire che c’è una continuità, perché don Divo nel suo tempo ha portato in Italia la conoscenza della grande spiritualità dell’Oriente cristiano. Un respiro che anch’io ho ritrovato incontrando anni fa il cardinale Špidlík, altra grandissima figura del cammino della Chiesa, quindi il Centro Aletti è certamente un altro punto importante del mio itinerario.

E arriviamo alla chiamata a vescovo di Reggio Emilia-Guastalla; come ha accolto questa nuova responsabilità?
L’ho accolta con un certo desiderio. Il lavoro nella Curia romana è stato molto interessante sotto tanti profili: fa cogliere il respiro della Chiesa universale con un’angolatura particolare, che è quella della dottrina e della promozione della fede. Quello che tradizionalmente era chiamato Sant’Uffizio ha conosciuto dopo il Concilio Vaticano II grazie a san Paolo VI una riforma molto importante, con l’obiettivo della promozione della fede. I tanti incontri che ho avuto con vescovi di tutto il mondo hanno rappresentato una straordinaria opportunità per acquisire uno sguardo francamente universale. Non posso che ringraziare di questa esperienza e nello stesso tempo – come del resto è sempre stato nella mia vita – ho accolto i suggerimenti e le indicazioni dei miei superiori e quindi ho accolto questa nuova missione a Reggio Emilia con serenità e anche gioia, oltre che con un po’ di trepidazione, come ho scritto nel mio primo messaggio alla Diocesi.

Nel suo saluto iniziale ha citato anche il Beato Rolando Rivi. Come l’ha conosciuto?
Insieme al compianto arcivescovo di Modena-Nonantola Antonio Lanfranchi abbiamo preparato la solennità della beatificazione del seminarista martire. In quel periodo è per noi stato molto importante conoscere Rolando Rivi e poter vivere a Modena la gioia di quella liturgia, in quel 5 ottobre 2013. Ricordo i vari problemi anche logistici che dovemmo affrontare, che all’ultimo momento fecero preferire il palasport come luogo per la cerimonia solenne. Credo sia stato un bel momento di fede! Con il senno di poi viene da pensare a questo Beato che ha unito le due diocesi di Modena e di Reggio, e che oggi avviene un nuovo scambio tra queste Chiese…

Ecco, a proposito di Modena e Reggio… lo Studio Teologico è già condiviso, l’Università a rete di sedi si chiama UniMoRe… Crede che, come ha auspicato l’arcivescovo Erio Castellucci, la nomina di un modenese a vescovo di Reggio Emilia-Guastalla intensificherà i rapporti tra le due Chiese?
Sì, al di là della tradizionale competizione tra le due città (ride) e di quello che può essere un aspetto di sano campanilismo, la via tra queste Chiese sorelle è quella della collaborazione e del portare insieme non solo le fatiche ma anche le gioie dell’annuncio cristiano…

Scusi l’insistenza, però nel suo stemma episcopale ci sono il giallo e il blu di Modena, mentre monsignor Camisasca è padre spirituale della Reggiana. Con il calcio, dove le due squadre si contendono la testa della classifica in serie C, come la mettiamo?
…Ma io sono un milanista! (ride) Beh, per affrontare i granata i canarini dovranno essere in forma, eh? Lo sport è certamente un luogo importante di educazione e di crescita, però uno sport sano, in cui la passione non travalica mai e il tifo si può vivere senza animosità o peggio violenza, con grande serenità.

Restando in argomento di evasioni, oltre allo sport ci sono altre passioni nella sua vita?
Ho ereditato dai miei genitori la passione per l’opera, sono un melomane, e ogni tanto, nei momenti di riposo, mi piace molto ascoltare il canto lirico. In questo campo Modena ha avuto delle figure di valore. E ricordo che Luciano Pavarotti debuttò con La Bohème proprio al Teatro Municipale di Reggio Emilia, interpretando il ruolo di Rodolfo, nel 1961.

Anche la Chiesa soffre un calo di partecipazione dei fedeli, dopo due anni di pandemia. Nel contempo è stato iniziato, da Papa Francesco e dalla CEI, il cammino sinodale. Come vede il futuro di questo itinerario?
Ritengo che il cammino sinodale sia una grande opportunità, una grazia che ci è data per crescere insieme. Anche se il camminare insieme non produce automaticamente una crescita; bisogna che questa parta da un cammino di rinnovamento spirituale, di vita nuova, di adesione sempre più profonda all’esperienza cristiana. Allora il camminare insieme viene ad essere un lievito indispensabile per l’evangelizzazione. L’uomo ha di per sé una sua struttura relazionale, pertanto da un certo punto di vista il camminare insieme è inevitabile; il punto, tuttavia, è riuscire a camminare in un modo giusto, evangelico, portando i pesi gli uni degli altri… e se proprio ci dev’essere una gara tra di noi, è quella della stima reciproca. In fondo, comprendiamo come oggi più che mai l’evangelizzazione sia una realtà corale, sinfonica. In questo senso ritengo che non dobbiamo assolutamente sprecare l’opportunità che ci è data.

La Chiesa sconta da anni una seria crisi di vocazioni, o meglio di risposte alla vocazione… perché?
La vocazione non cade dall’alto, ma s’innesta in un tessuto di relazioni. Prima le ho parlato un po’ della mia famiglia, dove innanzitutto ho vissuto un’esperienza cristiana: questo è indispensabile! Le vocazioni – che siano matrimoniali, presbiterali o religiose – scaturiscono all’interno di una vita quotidiana di fede. I primi discepoli sono diventati tali perché hanno accettato una vita, il Signore li chiamò perché stessero con Lui; quindi, è nell’esperienza vocazionale che si sperimenta il dono della salvezza. Diciamo che la crisi vocazionale impone una verifica della qualità della vita cristiana nelle nostre comunità parrocchiali e nelle nostre famiglie. San Giovanni Paolo II, quando scrisse la Novo Millennio Ineunte, disse esplicitamente che non c’è un nuovo programma per la Chiesa – il programma c’è già, è il Vangelo – e auspicava che le nostre comunità cristiane diventassero luoghi dove si educa alla preghiera. Io pertanto credo che una delle urgenze più essenziali da cogliere sia proprio educare e aiutare le persone a pregare. La preghiera intesa come il luogo ove rinnovare un’amicizia, consolidare una relazione… perché in fondo, come dice il Signore, la bocca parla dalla sovrabbondanza del cuore.

Conosce già una buona parte dei sacerdoti della Diocesi e a Reggio trova anche il dono di numerosi diaconi permanenti: su quali basi imposterà il rapporto con il clero?
Guardi, il grande rischio è di fare dei proclami, che poi sono disattesi… e i preti hanno buona memoria. Come diceva un vescovo mio amico, “io sono certo che là dove ci sono due o tre preti, io sono in mezzo a loro” (ride). A Modena sono stato per alcuni anni Vicario generale e in parte ho sperimentato l’importanza del rapporto con il clero. Bisogna investire sulla relazione, sul conoscersi, anche e soprattutto se si hanno sensibilità diverse! Ritengo che questo sia uno degli aspetti fondamentali per ciò che riguarda tutta l’evangelizzazione. Credo sia indispensabile questo dare tempo, che è la cosa più preziosa che noi abbiamo, perché nessuno ce lo rifonde. L’altro aspetto necessario è esercitare nell’ascesi dell’ascolto, perché ascoltare è difficile ed è estenuante, se lo facciamo veramente. Mi ricordo che quando ero vicario parrocchiale a Fiorano – già lì lambivo la diocesi di Reggio (ride) – e andavo in visita alle famiglie nel contesto della Pasqua, a volte appena entrato ero travolto dalle parole e dalle situazioni che vivevano; alla fine riuscivo a dare una benedizione, anche perché avevo diverse case e vie da coprire, quindi c’era una sorta di scadenza alla visita. Mi colpiva come a volte queste persone, al momento di salutarci, mi ringraziassero tanto per quello avevo detto: ma io non avevo detto quasi nulla!

L’ascolto come realtà urgente in quanto poco praticato?
È vero che viviamo nel mondo della comunicazione, ma è vero pure che oggi come non mai c’è un forte senso di solitudine o di relazioni virtuali, che puoi accendere o spegnere a tuo piacimento. Perciò voglio investire nella capacità di ascolto: la comunicazione avviene in questo contesto.
Come ho espresso nel messaggio di saluto alla Diocesi, desidero più che altro che tra presbiteri e diaconi ci sia innanzitutto una fraternità, perché la gente, popolo di Dio, coglie immediatamente se ci vogliamo bene: saper gioire del bene che incontriamo negli altri è il segno di una grande maturità spirituale! E così, tanto più, la collaborazione tra presbiteri e diaconi diventa una via insostituibile ed efficace di evangelizzazione. La competizione intra-ecclesiale – nella forma descritta dalla Lettera ai Corinzi, “io sono di Paolo, io di Cefa, io di Apollo…”, ma che può manifestarsi anche in altri modi – sottrae energie all’evangelizzazione e può renderla inefficace nonostante la nostra capacità oratoria o la miglior preparazione teologica. Nell’esperienza di fede, ciò che contamina positivamente è la manifestazione della comunione. Questo vale più di tutte le prediche e le lettere pastorali!

Quindi anche il rapporto con i laici, giovani e famiglie, sarà basato sul dono del tempo e dell’ascolto?
Nella seconda parte del mio itinerario di formazione ho approfondito i grandi temi dell’evangelizzazione, e uno di quelli più importanti, maturato teologicamente e spiritualmente, è il tema della bellezza: dobbiamo far vedere quanto vivere da credenti sia affascinante! Perché la bellezza è qualcosa che mostra ma senza creare costrizione e io mi auguro di suscitare delle domande, perché credo che oggi ci sia bisogno di entrare in profondità nelle situazioni che incontriamo. Mi ha colpito in “Sunset Limited”, un libriccino teatrale scritto da Cormac McCarthy, l’autore del romanzo “La strada”, il dialogo tra un credente e un filosofo ateo; mi chiedo: quando le persone che prescindono dalla fede ci pongono queste domande così decisive, noi siamo in grado di intercettarle e di non lasciarle cadere?
Nella mia vita spirituale conoscere delle famiglie e stare con loro è stato molto importante perché mi aiuta a percepire ciò che manca, come ricchezza, alla mia vocazione. L’evangelizzazione è riuscire a purificare gli sguardi, per cui l’altro non è un inferno ma un dono, e noi dobbiamo chiedere questa purificazione del cuore e degli occhi ed accogliere incondizionatamente, perché quando l’altro si sente accolto senza condizioni, si apre, si dona.

Il 13 marzo 2022 prenderà possesso di una diocesi vasta e con gente laboriosa, generosa, forse un po’ spigolosa, che ha sempre aspettative molto alte nei confronti della figura del vescovo. Come si prepara a questo incontro “esigente”?
È centrale il tema della pazienza, una delle esperienze che impariamo innanzitutto da Dio, lento all’ira e grande nell’amore. Mi viene in mente un detto dei padri del deserto: a un certo punto un discepolo chiede al suo maestro che cos’è il peccato e il maestro lo guarda e gli dice “il peccato è la fretta”. Allora io dico ai reggiani che hanno tante attese per il vescovo… che il Salvatore è già venuto ed è Gesù Cristo! (ride) Bisogna avere anche un po’ un sano umorismo, che ci aiuta a prenderci sul serio ma non troppo, a sorridere delle nostre mancanze. So che molti in diocesi mi conoscono e molti preti giovani mi hanno avuto come insegnante: a loro dico che il vescovo, per usare un’espressione presa dagli studi biblici, è un genere letterario diverso rispetto all’insegnante… Quello che a noi deve stare a cuore è il bene delle persone affidate alla nostra cura. Noi non dobbiamo soltanto fare il bene, ma dobbiamo volerci bene, così come siamo. Dicevano che il cardinale Siri raccontava che per fare il vescovo ci vogliono cinque virtù: la prima è la pazienza, la seconda è la pazienza, la terza e la quarta idem… la quinta è avere pazienza con chi ci dice di avere pazienza! (ride).
Ai cari fratelli e sorelle reggiani dico allora “pazienza”, nell’avere e nel darci tempo, nella consapevolezza che un vescovo viene non perché si è autocandidato, e io vengo molto volentieri a mettere a disposizione quello che sono per il bene di questa Chiesa. Come diceva un parroco antico, “sono venuto qui per salvare la mia anima e aiutarvi a salvare la vostra”; anche se quel linguaggio adesso non si usa più, il senso è quello: siamo in cammino verso la piazza d’oro della Gerusalemme celeste e tra qualche anno se tutto va bene ci ritroveremo al piano superiore.

Pazienza va a braccetto con benevolenza…
Mi ha colpito una pagina che ho letto di recente, appartenente all’epistolario che intercorre tra Tommaso Moro e la figlia Margherita; mentre il santo è prigioniero nella torre, in una lettera scrive: come potrei avere sentimenti di rabbia o rancore verso coloro che attualmente mi tengono in carcere, quando tra qualche anno saremo insieme in paradiso?
Ecco, questa visione ridimensiona tanti problemi; credo che oggi sia urgente anche evangelizzare le realtà ultime, quelle dinanzi alle quali – come dice san Paolo – le sofferenze del momento presente non sono paragonabili. Ciò ci aiuta ad avere quella sana distanza e dagli onori e dalle umiliazioni, una sana xenitia (cioè estraneità), come dicevano i maestri della vita spirituale, il che non significa affatto sminuire l’importanza dell’impegno nel mondo, ma al contrario puntare su ciò che conta e rimane.

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