Nessuno può scrivere di me, solo io posso

Margaret Bourke White al lavoro in cima al Chrysler Buiding, 1934 (foto di Oscar Graubner)

Dopo un titolo così non è facile iniziare a scrivere, ma ci proviamo lo stesso.
Nel 1929 Henry Robinson Luce, fondatore delle riviste americane Time, Fortune, Life e Sports Illustrated, insomma colui che diede alla stampa periodica un’autorevolezza e una diffusione impensabili prima di lui, conobbe il lavoro di una giovane fotografa di 25 anni, che stava indagando sulle realtà industriali del paese. La invitò a trasferirsi a New York, stava organizzando la redazione di Fortune, il nuovo mensile da far uscire nel 1930 e che si sarebbe occupato di economia e finanza. La ragazza si chiamava Margaret Bourke White.

Margaret nasce nel 1904 nel Bronx, figlia di un inventore appassionato della natura. Dal padre impara l’amore per le macchine e la tecnologia, ma anche l’osservare le cose durante le rare lunghe passeggiate fatte insieme. Gli trasmette pure la passione per la fotografia, anche se lui era più interessato ai meccanismi dell’apparecchio che non ai risultati che si potevano ottenere con il suo uso. Inizia gli studi universitari, passa da un college all’altro frequentando corsi di fotografia. Nel 1927 si laurea in arte alla Cornell University di Ithaca, apre uno studio fotografico a Cleveland, concentrandosi sulla fotografia architettonica e industriale.

Nel ’29, come dicevamo, accetta la proposta di Henry Luce e apre uno studio nel nuovissimo Chrysler Building, iniziando a fotografare per la neonata rivista. Uno dei suoi ritratti più noto è quello scattato da Oscar Graubner e che la riprende affacciata a uno degli enormi doccioni zoomorfi raffiguranti l’aquila, simbolo dell’America, ma anche stemma dell’Imperial, uno dei modelli più prestigiosi della casa automobilistica Chrysler.

Margaret Bourke White al lavoro in cima al Chrysler Buiding, 1934 (foto di Oscar Graubner)

Vale la pena di soffermarsi un attimo a guardare la sua attrezzatura; non voglio fare commenti o paragoni, ma solo sottolineare con quale mezzo, tanto facile da usare oggi e quanto difficile da usare allora, riuscì a realizzare le sue fotografie. Arriva il 1936, anno in cui Henry Luce decide di trasformare la rivista Life dall’umorismo al fotogiornalismo e sulla prima copertina del nuovo corso, datata 23 novembre, appare una fotografie di Margaret: La diga di Fort Peck.

L’uscita del nuovo settimanale segna l’inizio del fotogiornalismo moderno, dove il ruolo del fotografo diventa prevalente rispetto a quello del redattore, a cui spettava praticamente solo una funzione didascalica. Il tempo diede ragione all’editore americano tanto che Life arrivò a vendere 9 milioni di copie alla settimana per parecchi anni. Sulle sue pagine apparivano i reportage di Alfred Eisenstead e Philippe Halsmann, di Henry Cartier-Bresson e Robert Capa, di Eugene Smith e David Douglas Duncan eccetera… In un ambiente dove le femmine erano relegate quasi esclusivamente al ruolo di segretaria, lei porta un talento indiscutibile e riesce a primeggiare; farà parte dello staff di Life quasi ininterrottamente fino al 1957, nel mondo di un fotogiornalismo popolato quasi esclusivamente di uomini. Potrei continuare con elencare le sue ‘prime volte’ dopo la copertina della diga, ma sono tante e risulterebbe noioso: quello che mi preme è portarvi a conoscere questa fotografa, molto meno nota di altre donne che invece riempiono l’immaginario di quelli che si avvicinano alla fotografia, come la Modotti, la Taro o la Miller Penrose.

Vale la pena di raccontare due episodi, fra i tanti, con cui possiamo farci un’idea di questa donna straordinaria. Nel 1941, in piena seconda guerra mondiale, viene inviata con il marito Erskine Caldwell, quello della ‘Via del tabacco’, in Russia. Avrebbe dovuto documentare quello che gli americani si aspettavano presto, una rottura del patto di non aggressione fra Stalin e Hitler. Lei, in Russia, c’era già stata dieci anni prima, unica donna dell’Occidente, manco a dirlo, che ottenne il permesso di fotografare il paese dopo la rivoluzione. Ne era scaturito sulle pagine di Life un ritratto che niente aveva a che vedere con il ‘pericolo rosso’ tanto sbandierato negli Stati Uniti e questo le procurò parecchie antipatie, ma a lei premeva documentare quello che vedeva e non quello che gli americani si aspettavano di vedere. Che poi i russi gli abbiano mostrato solo quello che pareva a loro, questa è un’altra storia.

Arrivata nuovamente a Mosca Margaret fotografò infatti gli attacchi notturni della Luftwaffe sulla città, ma chiedeva insistentemente di poter fare il ritratto a Stalin e capitò: “Non avevo idea di come avrei fatto a trasformare quella faccia di pietra in un volto umano”, scriverà poi. Arrivata nel grande ufficio del padrone di tutte le Russie, nel chinarsi per una inquadratura dal basso le caddero dalla tasca della giacca delle lampadine da flash che rotolarono sul tappeto. Il viso del dittatore, vedendo una donna americana chinata ai suoi piedi confusa e impacciata, per pochi minuti si aprì in un sorriso: “Durò abbastanza da permettermi di scattare due volte, poi, come se fosse caduto un velo, tornò a farsi di ghiaccio”.

Stalin, 1941

L’altro episodio è la storia di una delle più belle fotografie che un fotoreporter possa scattare: Mohandas Gandhi al suo arcolaio. Siamo nel 1946 a Poona, Margaret Bourke White era stata inviata per fotografare il protagonista della rivolta non violenta per l’indipendenza dell’India. Decide di fotografare il Mahatma accanto ad un simbolo della sua semplicità, l’arcolaio, attrezzo che rappresentava la possibilità di ogni indiano di confezionasi i propri vestiti, con lo scopo di boicottare le stoffe inglesi. Il segretario gli risponde, deciso, che prima deve assolutamente imparare ad usare il ‘charka’ (l’arcolaio) altrimenti non poteva comprendere il significato del gesto che compiva Gandhi.

Lo fa ed impara: “L’interno della capanna era più buio di quanto avessi immaginato. L’unico fascio di luce veniva da una finestrella alta sul muro… Non vedevo a sufficienza per comporre l’immagine, ma quando i miei occhi si abituarono alle ombre, intravidi il Mahatma seduto a gambe incrociate. Era filiforme, con le gambe magre e lunghe, la testa calva e gli occhiali. Era veramente questo l’uomo che stava guidando il suo popolo verso la libertà? Il piccolo uomo in perizoma bianco che aveva acceso l’immaginazione del Mondo? Mi prese un’emozione fortissima quasi uno sgomento, come mai un fotografo deve aver provato”.

Bourke White,1946, Gandhi, Pune

Grazie Margaret, è la stessa emozione che credo provino tutti quando guardano quella fotografia.

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