Un calcio al Covid

Ancora una volta il Covid impone lo stop a tutti i campionati dilettantistici e giovanili, minacciando anche di interrompere i campionati di serie A, B e Lega Pro.

Si va così verso il ritorno all’allenamento individuale, al distanziamento, al non utilizzo degli spogliatoi e a tutte le misure necessarie per contenere il contagio.

Tra queste si sta discutendo anche, giusto o sbagliato che sia, di non far scendere sul terreno di gioco i ragazzi non vaccinati. Quasi un controsenso se pensiamo che sport è sinonimo di inclusione. Ma in questo periodo ogni tentativo può essere quello buono per tutelare la salute di tutti.

Non sta a me dire se le misure introdotte dal governo verso (e non contro) i non vaccinati siano giuste o meno.

Approfitto di questa interruzione momentanea di calcio giocato per affermare ancora una volta quanto lo sport, e noi addetti ai lavori, possiamo allenare i ragazzi a diventare persone pensanti, anche se ultimamente mi sia stato detto che non è necessario.

Essere individui pensanti non è solo saper scegliere la giocata giusta da fare, cosa che magari spetta più ai professionisti che a noi “poveri” dilettanti; ma è anche un modo per scoprire sempre di più se stessi e l’uomo che alberga dentro ognuno di noi.

A fornirmi l’assist per la mia tesi, è un anti-divo, se penso ai giorni nostri, uno di quelli che potremmo incontrare ogni giorno per strada.

Si tratta di Pietro Carmina, professore di filosofia, da poco scomparso nella maniera più incredibile e drammatica (il crollo della casa per una fuga di gas), totalmente anonimo fino al giorno della tragedia e recentemente tornato agli onori della cronaca per essere stato citato dal nostro capo dello Stato mentre si rivolgeva ai giovani esortandoli ad essere il presente e il futuro del nostro Paese.

Aiutare i ragazzi, spronarli a raggiungere la loro consapevolezza di uomini è l’allenamento più difficile. Richiede tempo, pazienza e molto spesso non dà i risultati che uno si attende. Del resto il principale errore che facciamo coi giovani è di riprodurre come stampini la visione della vita di noi adulti. Ma così non facciamo di certo il loro bene. A noi adulti spetta il compito di dare una direzione o di fare da bussola quando il viaggio si fa impervio: il mister può suggerire un sistema di gioco, sta ai ragazzi interpretarlo.

Cosa c’entra tutto questo col Covid e col calcio?

Rispondo con le parole del prof di filosofia, che un po’ ricordano il professor Keating del film L’attimo fuggente. Un bell’esempio di come la realtà sia più vera e concreta di un film.

“Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha; non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi: infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non adattatevi, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa: voi non siete il futuro, siete il presente”.

“Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare, non state tutto il santo giorno incollati a cazzeggiare con l’iphone. Leggete, invece, viaggiate, siate curiosi”

Una squadra di calcio è simile alla società civile in cui viviamo, in cui le idee e la solidarietà fanno la differenza. Persone pensanti, capaci di sporcarsi le mani e quindi di fare, agire, con la forza delle idee, della passione e con quella dose di coraggio che serve sempre.

Innanzitutto una partita va giocata (mordere la vita), impegnandosi, con l’ambizione di giocare sempre meglio senza la paura di rischiare e di poter fare la propria parte. Dentro e fuori il campo. Maturando così una certa consapevolezza di se stessi e anche una certa autostima, che non fa mai male.

Senza essere pretestuoso, mi piacerebbe assistere ad un confronto tra un padre, No vax convinto, e un figlio che magari ammette l’importanza del vaccino. O viceversa.

Sarei curioso di sentire se il figlio avesse l’ardire delle proprie idee o se rinunciasse in partenza appiattendosi sulle idee del proprio genitore o trincerandosi dietro lo schermo del proprio smartphone.

Lungi da me il voler mettere figli contro padri. La mia è solo una provocazione per stimolare una riflessione su quanto i nostri ragazzi siano consapevoli di ciò che li circonda e quanto siano protagonisti della loro partita.

Far parte di una squadra non è questione di vantare solo diritti e credere di poter sbraitare il proprio pensiero a  piacimento.

Il senso di appartenenza ad una comunità e ad una squadra è anche un invito ai ragazzi ad avere il coraggio di prendersi la responsabilità verso chi abbiamo vicino a noi, che sia il compagno di squadra, di banco o un amico.

Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha, scriveva Carmina. Leggendo questa frase mi vengono in mente tutte le vittime della prima ondata Covid quando ancora i vaccini non c’erano…. E allora di parole tutti ne avevamo ben poche.

Ecco che, forse, se stimoliamo i nostri ragazzi a pensare con la propria testa e non quella dei social o dei giornali, se li stimoliamo per davvero a pensare fino al punto di non aver paura di essere i protagonisti della loro partita, bè, allora davvero potremo dare un calcio non solo al Covid ma a tanti altri mali che affliggono la nostra società e il nostro sport.

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