In libreria «Accendete l’eternità senza spegnere la vita»

È uscito da pochi giorni il libro “Accendete l’eternità senza spegnere la vita” di Massimo Camisasca (Cantagalli, 144 pagine, 15 euro) in cui il Vescovo raccoglie alcuni momenti del suo dialogo con i sacerdoti e i diaconi della nostra Diocesi e della Fraternità san Carlo Borromeo, tra il 2013 e il 2021, in occasione delle Ordinazioni sacerdotali e diaconali e delle Messe Crismali del Giovedì Santo mattina, quando il vescovo presiede la celebrazione eucaristica concelebrando con tutti i preti a lui affidati.

Una presentazione reggiana avrà luogo giovedì 16 dicembre alle 21 nella sala conferenze del Museo Diocesano con gli interventi di don Alessandro Ravazzini, rettore del Seminario, e del diacono Giacomo Capiluppi sotto la presidenza del Vicario generale monsignor Alberto Nicelli. Di seguito pubblichiamo il testo dell’introduzione del nuovo libro.

Parole di un dialogo

Il cuore della vita della Chiesa e di ogni diocesi è il rapporto tra il vescovo e i suoi preti e diaconi. Un rapporto complesso, ma necessario, verso una comunione sempre più profonda. È di primaria importanza che un vescovo cerchi tutte le strade possibili per essere vicino ai suoi preti. Pochi sono quelli formati da lui, molti coloro che hanno ricevuto il loro stile di vita dai predecessori. Bisogna andare oltre questa barriera. Negli incontri personali il pastore dovrà conoscere, per quanto possibile, la storia dei suoi preti e diaconi, la loro sensibilità, le loro attese, per individuare le responsabilità dove meglio potranno esprimere i loro doni. Sa che in molti casi non ci riuscirà, spesso per ragioni che non dipendono dalla sua volontà. Ma dovrà aiutare sempre i sacerdoti a una donazione totale, senza riserve.

Si può paragonare il rapporto tra un vescovo e i suoi preti a quello di un manager con i suoi dipendenti? No, assolutamente. Anche se si può imparare da tutte le relazioni.
Mi viene alla mente, piuttosto, un padre di famiglia con i suoi figli. Con una differenza: questi figli, i “suoi” preti, non sono “suoi”, gli sono stati affidati. Ma non è, in fondo, così per tutti? Come un buon padre egli è chiamato a curare la loro vita, la loro formazione, a correggerli. Non c’è infatti amore vero senza correzione reciproca.

L’arte del vescovo è, dunque, innanzitutto, la paternità: accogliere, conoscere, ascoltare, indicare la strada da percorrere assieme. Per lui, come per ogni padre, sarà talvolta difficile coniugare misericordia e riprovazione dell’errore, ma sta proprio qui il cuore della paternità: tacere e parlare, amare e correggere, aiutare sempre a guardare avanti, a camminare.

Forse nessuno come Gregorio Magno ha riflettuto su questi temi. Nella sua Regola Pastorale, non a caso libro fondamentale per i vescovi durante molti secoli, parla della guida delle persone come dell’arte più difficile e suprema: “Ars est artium regimen animarum” (I, 1: PL 77, 14).

Per tutte queste ragioni teologiche, pastorali, umane, vedo una stretta connessione tra educazione e vita comune. Una persona, anche un prete o un diacono, non può crescere al di fuori di una comunità.
Penso a sant’Agostino e alla sua decisa volontà di abitare con i suoi preti. Certo, erano 8 o 9. Penso a san Carlo e a come aveva voluto fare della sua casa il primo esempio di riforma della sua immensa diocesi. Il loro esempio deve spronare noi vescovi nella stessa direzione. Io ci sono riuscito? Forse.

Lascio comunque alla mia Chiesa un’indicazione di cammino che ritengo essenziale: la vita comune è la strada del presente e del futuro. Forme diverse di realizzazione devono essere previste e valorizzate: piccole comunità di preti, di diaconi, consacrati, famiglie. Non è necessario (e talvolta sarebbe impossibile e controproducente) vivere fisicamente assieme: attorno a un piccolo nucleo ci si può radunare per il pranzo, la cena, le preghiere, la condivisione, una o più volte durante il mese o la settimana.

La cosa importante è che la vita comune sia vissuta come scuola di comunione: essa necessita del rispetto reciproco, della valorizzazione dei carismi di ciascuno, di pazienza, perdono, affidamento a Dio e al suo Spirito, soprattutto di conversione del cuore e della mente. Esige anche una guida matura, serena e sicura.

Non c’è vita comune se non c’è autorità. Papa Francesco ci ha messi in guardia, durante gli anni del suo pontificato, dal rischio dell’autoritarismo, del possesso, della manipolazione (tutti vizi che lui racchiude nella parola “clericalismo”). È un rischio reale, assieme a quello reciproco: la freddezza, la distanza, l’anaffettività.

Chi esercita un compito di guida (il rector, per usare il linguaggio di Gregorio Magno), senza essere perfetto, angelicato, anzi restando un uomo in carne e ossa, un peccatore bisognoso di perdono, deve godere di una certa maturità affettiva, una capacità di vicinanza e distanza, di quell’equilibrio che favorisce l’amicizia senza equivoci, durezze o infantilismi.

Quale è il terreno buono su cui può nascere un’esperienza positiva della vita comune?
Innanzitutto, il silenzio. Solo il silenzio (che all’inizio è lontananza dalle parole e dalle suggestioni che ci assediano, ma poi è ben altro: dialogo con Dio e ascolto della sua Parola) ci permette di entrare nella vita della Trinità. Non vi spaventi questo riferimento. In realtà la comunione trova lì la sua origine, il suo fiume segreto, la sua forza, la sua possibilità di innervare la vita di noi uomini. Al principio di tutto non c’è la solitudine, il freddo, il lago gelato delle nostre divisioni. Al principio, meglio: il Principio è l’agape, la comunicazione, la donazione, l’affermazione dell’altro.

La copertina del nuovo libro di Massimo Camisasca

Non c’è vita comune se non c’è silenzio, preghiera comune, se non ci si abbevera assieme, ogni giorno, alle sorgenti della Scrittura, dei Padri, dei Maestri dello Spirito. Lungi da me pensare che basti far silenzio, pregare, meditare, perché nasca un’attitudine nuova nei confronti dei nostri fratelli. Sarebbe un terribile pelagianesimo spirituale.
Proprio per ciò che ho detto in riferimento alla Trinità, la fiamma della comunione è Dio e solo Lui può trasmetterla. Battesimo ed Eucarestia costituiscono il fondamento di tale trasmissione e la sua alimentazione continua.

Il battesimo – radicando ciascuno di noi, con i suoi doni e la sua vocazione specifica, nell’unico corpo di Cristo – ci svela il disegno di Dio, l’uguale dignità di ciascuno di fronte al Mistero, la bellezza di un popolo in cui tutto concorre al bene dell’unità. È Cristo che ci ha svelato e donato la vita comune e con il suo esempio ci educa alla necessaria conversione del cuore, porta stretta attraverso cui entrare sul cammino dell’unità.
Infine, l’Eucarestia: essa è veramente fonte reale e traguardo prefigurato dell’intera vicenda comunionale degli uomini e delle donne sulla Terra. “Siamo una sola cosa perché mangiamo dell’unico pane” (cfr. 1 Cor 10, 17). “Chi mangia di me vivrà per me” (Gv 6, 57).

La vita comune non è un sogno, un’utopia. È il dono di sé che Dio fa ai suoi, è la profezia del futuro e anche la strada del presente, del necessario rinnovamento della vita della Chiesa.

Massimo Camisasca

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