A ciascuno la sua verità

H.L. Selfportrait, Rome 1955

Luigi Pirandello quando scrive il romanzo “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” credo intendesse indagare le tante prospettive della percezione del reale interpretata dalla macchina, cosa che l’autore siciliano approfondì in altri scritti ed ancor di più nel testo teatrale “Così è (se vi pare)”, riguardo però all’interpretazione di ciascuno dei fatti che accadono.

Quanto sopra calza a pennello con la fotografia, in primo luogo perché interpretiamo il mondo attraverso una macchina e in secondo perché ciò che inquadriamo, da dove e come lo facciamo, sarà sottoposto all’interpretazione di colui che poi guarderà la fotografia. Cosa che non coincide necessariamente con le intenzioni della persona che ha premuto il pulsante di scatto.

Il fotografo Herbert List (Amburgo, 7 ottobre 1903 – Monaco di Baviera, 4 aprile 1975) amava spesso citare Pirandello parlando delle sue fotografie, dove, soprattutto nel primo periodo, la realtà rappresentata celava altre verità. Il saggio di Günter Metken, a corredo di una importante monografia su List (Herbert List, Das Gesamtwerk, Schirmer /Mosel, 2008), si intitola fotografia metafisica, dove l’autore elenca una serie di motivi per cui il nostro fotografo viene indicato come un maestro nell’individuare la natura ultima e assoluta della realtà, al di là delle sue determinazioni relative (dalla definizione di Metafisica dell’Enciclopedia Treccani).

È vero, infatti anche lo stesso List ha più volte ribadito che la sua ricerca era volta a: “Che si manifestasse il significato interiore” delle cose che lui fotografava.

Autoritratto, Roma,1955

Herbert List nasce in una ricca famiglia di importatori e commercianti di caffè di Amburgo, cresce nel benestante ambiente borghese della città e nel 1921 si diploma al ‘Gelehrtenschule des Johanneums’ un istituto superiore incentrato sullo studio delle lingue e letterature classiche. Ne sboccia un amore per quel mondo antico che lo attanaglierà per tutta la vita. Si iscrive ai corsi di letteratura e storia dell’arte dell’università di Heidelberg e si appassiona all’idealismo metafisico di Platone e dei poemi omerici.

Nel 1923 abbandona l’università, entra nella ditta paterna e inizia una serie di viaggi di lavoro per visitare le piantagioni di caffè in Sudamerica, nell’America centrale e negli Stati Uniti. Durante questi lunghi soggiorni all’estero comincia a scattare fotografie, ma è l’incontro con Andreas Feininger nel 1930 che cambia tutto. Quest’ultimo viene dalla Bauhaus di Dessau ed ha un approccio pratico e tecnico con la fotografia; List ha al contrario una visione romantica e meditativa della realtà. Insieme iniziano ad usare la neonata Rolleiflex che permetteva, con il suo ampio mirino, una composizione dell’immagine più rigorosa.

Con la morte del padre prende il timone della Ditta, ma inizia a sentire il lavoro come una limitazione che lo costringe a relegare la fotografia, tanto più appagante, ai fine settimana. Le immagini che scatta in questo periodo trovano ispirazione nei movimenti culturali del tempo e in artisti come Man Ray, Ernst, Dalì e Giorgio De Chirico.
Il 1936 è l’anno in cui la Germania nazista inizia a diventargli particolarmente stretta. Marchiato come mezzo ebreo e per giunta omosessuale, è costretto una notte ad abbandonare tutto, il commercio del caffè e la Germania.

Passa attraverso la Svizzera e l’Italia con il suo amico ‘Ritti’. Le immagini di quella fuga sono ricolme, tuttavia, di serenità e di pace, come se tante catene si fossero spezzate per regalargli finalmente una vita piena. Le sue inquadrature tendono ad essere indipendenti da ciò che realmente è rappresentato e due occhiali da sole che si sfiorano, appoggiati su un tavolino, sullo sfondo del Lago di Lucerna, diventano la rappresentazione di un dialogo fra amici. La spiaggia di Portofino è il suggello della profonda armonia che lega il cane dalmata all’uomo sdraiato al sole.

Occhiali da sole, Lucerna,1936
Uomo e cane, Portofino, 1936

Si stabilisce in alberghi modesti a Londra e a Parigi, incontra il mondo culturale delle due capitali e tenta, con poco successo per dirla tutta, di entrare nel campo della fotografia di moda, ma l’influsso del mondo surrealista lo spinge ad utilizzare lo studio per fotografare i manichini che ci trova dentro. L’anno successivo parte per il primo lungo soggiorno in Grecia, ne seguiranno altri e allo scoppio della Guerra si stabilisce ad Atene. Finalmente l’incontro con il tanto amato mondo classico e l’aiuto degli amici che lo accompagnano, lo spingono verso un progetto che, dopo una mostra ad Atene nel 1940, vedrà la luce solo nel 1953 con il libro “Licht uber Hellas”. Lavora senza un incarico preciso, intento a seguire solo la propria immaginazione per “Cogliere il magico dell’apparenza delle immagini” (List uber List, in Du, luglio 1973).

Leone arcaico, Delo, 1937
Porta della cella del tempio di Poseidone, Nasso, 1938

Fotografa non solo templi e sculture, ma anche paesaggi, visioni metafisiche e in tutte le immagini la luce, anzi per meglio dire il controluce, quello che in fondo dà il volume a tutte le cose, è l’elemento primario. È l’anno in cui scatta a Santorini una delle sue immagini più famose, “Vaso con pesce rosso”: “Un vaso con un pesce rosso posato su una balaustra, sullo sfondo un mare scintillante. Una affascinante natura morta, una composizione ben calibrata. Un altro significato vi viene espresso: il pesce prigioniero nel suo vaso piccolo e fuori il grande mare come simbolo dell’uomo che a causa del suo legame con la terra, non può mai liberarsi del tutto dalla materia e che riesce solo a intuire il sublime trascendente, ma non può immergersi in esso finché è legato al proprio corpo” (H. List, ‘Zur Photographie als Kunst, La fotografia come arte, 1943).

Vaso con pesce rosso, Santorini, 1037

Inizia a esporre le sue immagini a Londra e a Parigi attirando l’attenzione dei critici e di tanti editori anche oltre Atlantico. Arrivano i primi incarichi, riviste famose come Life, Harper’s Bazar, Epoca gli affidano fotografie di moda e reportage. Questo continuerà per il resto della sua vita anche se lui non ha mai cercato questi successi, ma l’appagamento della sua esistenza, sempre rivolta alla ricerca del bello, non sempre evidente, più sovente nascosto. “L’essenziale è invisibile agli occhi” ha scritto nel suo romanzo più famoso l’aviatore Antoine de Saint-Exupéry, ma direi che Herbert List durante tutta la sua vita abbia cercato di rendere visibile proprio l’essenziale delle cose.

Concludo con un suo ultimo ‘aforisma’ oggi più attuale che mai: “Ogni giorno viene prodotto un numero incalcolabile di fotografie, ma un’immagine che possa essere apprezzata come opera d’arte non è più frequente di una parola di poesia tra tutto quanto scritto”. Se avrete occasione di indagare un poco più a fondo di queste mie poche righe il lavoro di Herbert List vi accorgerete di quanto sia vero.

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