L’omelia di Camisasca per la Festa delle Case della Carità

Pubblichiamo l’omelia pronunciata dal vescovo Massimo Camisasca in occasione della festa delle Case della Carità nel santuario della Beata Vergine della Ghiara a Reggio Emilia il 15 ottobre 2021

Cari fratelli e sorelle,

il tema centrale di questa liturgia è annunciato con chiarezza da san Paolo nel brano della lettera ai Romani che abbiamo ascoltato: è il tema della speranza.

Che cosa vuol dire sperare? Sperare è attendere il compimento di qualcosa che è già cominciato. Qualcosa, Qualcuno è tra noi. Non lo vediamo ancora con chiarezza, lo intravediamo e domandiamo perciò che la sua presenza sia sempre più chiara, aiuti la nostra debolezza, prenda possesso di tutta la nostra vita.

 

Nella prima lettura, il meraviglioso capitolo XXXI del libro di Geremia, il fondamento della speranza è raccontato nella fedeltà di Dio. Il popolo è stato a lungo lontano dalla sua terra, prigioniero nel deserto della dimenticanza, sempre dominato dal timore della spada dei nemici. Il profeta annuncia un cammino di liberazione. Il ritorno non è ancora compiuto, ma sta già iniziando: torna la gioia, tornano le danze, si potrà cominciare di nuovo a piantare la vigna. Il popolo sperimenterà la salvezza.

 

In una visione piena di luce, Geremia vede non solo la liberazione degli uomini, ma anche la guarigione dalle malattie. Coloro che erano partiti nel pianto tornano nella gioia. Soprattutto, essi non sono più un popolo disperso e sfiduciato. Riconoscono il loro pastore, colui che li raduna. Per questo possono cantare, godere della gioia procurata dal vino, dalla forza evidenziata dall’olio e della sazietà portata dal grano.

 

Anche il Vangelo ci parla della speranza. La samaritana è liberata dall’angoscia del suo passato, dal senso di colpa che la paralizza. È illuminata sulla vera religiosità e il vero culto, ma soprattutto le è promessa un’acqua che è la persona stessa di Gesù che non si esaurirà mai e che, infinita, potrà rispondere alla sua sete di infinito.

 

Cosa dice a noi oggi la parola speranza? Cosa dice a voi, fratelli e sorelle delle Case della Carità, a voi volontari, ospiti, famiglie? Racchiudo la risposta a questa domanda in due parole: la casa e il tempio.

Don Mario Prandi, di cui 5 giorni fa abbiamo celebrato il 35° anniversario della nascita al cielo, ha avuto la geniale intuizione di non inaugurare delle case in cui alcuni accolgono degli altri, ma delle vere e proprie case in cui tutti sono accolti gli uni dagli altri. Le 14 piastrelle con le opere di misericordia corporale e spirituale che costituiscono il portale d’ingresso nella prima casa della carità, (l’ospizio S. Lucia di Fontanaluccia, fondato 80 anni fa), rappresentano ancora oggi il cuore di un’esperienza che non è mai solo offerta o solo ricevuta. La carità, che è Dio, ci fa entrare in una vita di continua donazione e continua accoglienza.

Si riceve donando e si dona ricevendo. Esteriormente situazioni di disagio evidenziano la necessità che gli ospiti ricevano delle cure. In realtà, in una famiglia ciascuno è affidato a tutti gli altri. Le Case della Carità sono e devono essere proprio delle famiglie. Per questa ragione devono custodire lo spazio di relazioni autentiche, segnate da una proporzione numerica fra sorelle, volontari e ospiti che renda il carico e i pesi da portare leggero e dolce, come ha detto Gesù.

 

In una casa c’è spazio per la preghiera, ma anche per sedersi a tavola assieme con agio di tempo. C’è spazio per le serate passate assieme, per la conversazione, per il silenzio, per il canto, per la gioia, per la condivisione reciproca delle fatiche e dei dolori. In una casa, in una famiglia, non tutti hanno lo stesso compito. C’è una suddivisione di responsabilità, ma c’è anche un’autorità. Una casa senza guida non può sussistere. Non c’è vera libertà senza obbedienza.

 

Don Mario ha voluto che ogni casa fosse anche tempio. Per la presenza dell’Eucarestia, per la liturgia delle ore pregata assieme, per la presenza degli ospiti accanto alle sorelle e ai volontari. Questa relazione reciproca fra Eucarestia, poveri e Parola di Dio fa di ogni casa non solo un tempio, ma anche una scuola, un luogo di crescita continua nella conoscenza di Dio e nella lode.

Affido a voi queste mie riflessioni sulla casa e il tempio perché possano costituire un aiuto a ritrovare sempre quella serenità, quella pace e quella letizia che sono i segni fondamentali della abitazione di Dio in noi e della adesione serena alla sua volontà.

 

La nostra sorella Chiara, che oggi fa la sua prima professione, ci ricorda il cuore infuocato da cui tutta la nostra vita trae luce e linfa: Gesù sposo, il solo per cui vale la pena lasciare tutto, il solo che vogliamo amare e servire nei poveri, nell’Eucarestia e nell’ascolto della Parola di Dio. Assieme a Chiara, saluto anche tutte le carmelitane minori della carità, i fratelli e le sorelle, tutti i consacrati e le famiglie che tra poco rinnoveranno le loro promesse.

 

Benedico di cuore il “Cammino di Identità e Missione Oggi” che con questa celebrazione ha inizio, un cammino che coinvolgerà tutta la famiglia delle Case della Carità nella riscoperta del carisma che ad essa è stato donato per la Chiesa e per il mondo intero. Non abbiate paura di vivere il vangelo! Non abbiate paura di lasciarvi illuminare dalla luce che proviene dalle vostre origini. Non vergognatevi mai di Gesù! Il mondo in cui viviamo ha un bisogno urgente di imparare che cosa, o meglio chi, è la carità. Santa Teresa d’Avila, vostra patrona e la Madonna vi aiutino ad essere discepoli e maestri della carità per il nostro tempo.

 

Amen.

 

+ Massimo Camisasca

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