Come è andata?

Dopo il terremoto Covid sembra essere tornata la normalità e con essa sta tornando la nostra solita routine: scuola, allenamenti, appuntamenti di lavoro, partite e potrei continuare. 

E insieme alla nostra vita “precedente”, perché con pandemia pare essere tutto cambiato, torna immancabile la classica domanda: “Come è andata?”.

Quanti papà o mamme la rivolgono ai figli dopo una giornata di scuola o quante volte anche tra amici si chiede come sia andato un impegno o un appuntamento. E con l’inizio dei campionati la domanda arriva immancabile al termine di ogni partita.

Nel 98% dei casi, soprattutto se a rivolgerla sono i tuoi dirigenti, il riferimento è sempre soltanto uno: il risultato. “Come è andata” sottende sempre il classico “abbiamo vinto o cambiamo perso?”.

Non importa come veramente è andata ma importa solo come è finita. I genitori stessi chiedono ai ragazzi come è andata al rientro dopo il match. Che vincere sia importante, come già ho avuto modo di dire tante volte, è fuori discussione.

Ma come si vince (o come si perde) lo è altrettanto se non di più. A volte sarebbe bello sentirsi chiedere “Come siamo stati?”, “come abbiamo giocato”, “vi siete divertiti?”, “come è andata…la prestazione?”.

Domande che di sicuro hanno la stessa importanza, se non di più, di quella riferita al mero risultato. Innanzitutto perché aiutano i ragazzi, addirittura i bambini, a focalizzarsi su ciò che conta e cioè il saper giocare e il divertimento. Seconda cosa perché mitigano quella pressione che avvolge sempre una partita di calcio e il suo esito. Perché perdere a volte diventa un dramma e vincere spesso diventa un accontentarsi.

Qualche riga fa ho scritto “addirittura i bambini”. Già, addirittura. Perché capita spesso che bambini dai 5 ai 10 anni vengano lusingati da allenatori di altre squadre con la promessa che dall’altra parte si vince o sedotti dal miraggio che dalle altre parti ti garantiscano il provino per questa o quella società.E genitori più o meno “ambiziosi” assecondano queste promesse vuote di sostanza.

A volte la sete di successo a tutti i costi inganna.

Può capitare di vincere qualche partita in più ma che senso ha vincere a 10 anni lasciando amici, compagni e società sportiva con cui sei cresciuto? Misteri del calcio giovanile.

Mi sento orgoglioso di appartenere a quel 2% che la prima cosa che ha a cuore è il come, il perché e il migliorare sempre e comunque dopo ogni risultato. Sicuramente vincere aiuta a vincere ma per crescere non è tutto o così indispensabile se prima non c’è forza di carattere e spirito di abnegazione.

O per lo meno questo è quello che mi hanno insegnato a casa dove di calcio si è sempre parlato come occasione e opportunità di crescita per la vita.

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