Scoperta e conquista dell’America

Quest’anno si celebrano i 700 anni dalla fondazione di Tenochtitlan, l’attuale Città del Messico, il 13 agosto la conquista nel 1521 della stessa città ad opera di Hernan Cortès e il bicentenario dell’indipendenza del Messico.

Ci sembra interessante pubblicare questo saggio del professor Daniele Semprini sul tema della conquista spagnola dell’attuale Messico perché consente di rivedere giudizi unilaterali spesso presenti nelle narrazioni – soprattutto scolastiche – degli eventi basate sulla cosiddetta “leggenda nera”, aprendo l’orizzonte per consentire di riconoscere “luci ed ombre” nelle relazioni tra spagnoli e popolazioni indigene, così come Giovanni Paolo II dichiarò nel suo viaggio in Messico nel 1979 e come, del resto, anche lo storico Emilio Lamo de Espinosa ha chiarito in un suo articolo apparso su Avvenire il 6 agosto scorso, anticipo di un saggio scritto con altri sei studiosi delle due sponde dell’Atlantico, dal titolo “Espana, Mexico y la leyenda negra” (Turner).

Svolgerò il tema della scoperta-conquista dell’America facendo riferimento, in particolare, alle vicende che riguardano l’attuale Messico, zona che conosco meglio grazie all’esperienza di otto anni di volontariato che ho vissuto in quel paese, dal 1992 al 2000. La versione della conquista, tanto più nei manuali scolastici, si attiene ai termini della cosiddetta “leggenda nera” che presenta l’operato degli spagnoli in quelle terre e con le popolazioni indigene in termini di genocidio.

Alcuni dati storici: nel 1492 Colombo scoprì il nuovo continente (anche se il primo a rendersi conto che si trattava di un “nuovo” continente sappiamo che fu Amerigo Vespucci); le prime terre esplorate furono Cuba e le isole caraibiche; solo nel ’500 i primi spagnoli approdarono nello Yucatan e Cortès sbarcherà nella zona dell’attuale Veracruz verso il 1519 e conquisterà Tenoctitlàn, capitale dell’Impero azteca, nel 1521; ricordiamo lo scopritore dell’istmo di Panama, Nunez Vasco de Balbòa e Pizarro, il conquistatore dell’Impero degli Incas, Impero che si estendeva dal Venezuela all’Argentina.

Che cos’è la “Leggenda nera”? è un giudizio sull’operato degli spagnoli in America che si basò sulla “Brevissima relazione sulle Indie” del domenicano Bartolomeo De Las Casas, relazione che attaccava durissimamente il comportamento spagnolo, fornendo quei dati, quelle cifre e quei giudizi che i nemici della Spagna sfruttarono ampiamente.

Las Casas è l’unico missionario di cui tutti i manuali di storia parlano, non per attenuare la gravità del “genocidio” perpetrato, ma per dire che fu l’unico a difendere gli indigeni. Per inciso ricordiamo che dal 1500 al 1900 andarono in Messico 8.000 domenicani, per non parlare dei francescani, dei Gesuiti eccetera. In un’Europa già divisa in stati confessionali in lotta tra di loro, i protestanti si impadronirono dei dati dell’opera di Las Casas e li usarono come arma di propaganda, sfruttando la stampa e le tecniche della xilografia per illustrare e divulgare le malefatte spagnole in terra americana.

Oggi le immagini prodotte negli stati tedeschi luterani riempiono i manuali e, a volte, vengono presentate come testi documentari, dimenticando la loro genesi. Ci sarebbe la possibilità di documentarsi ulteriormente e di rivedere i giudizi di Las Casas e di altri, ma, probabilmente, manca da parte di molti storici e delle case editrici la volontà di farlo. Un piccolo libro come quello di Jean Dumont, “Il Vangelo nelle Americhe”, sarebbe sufficiente per aprire la mente ad una prospettiva diversa sul tema, per non parlare dell’enorme mole documentaria sull’opera di tutti gli ordini religiosi in America Latina dell’editrice messicana Porrùa.

Quali sono i termini della “Leggenda nera”?
• Tra le popolazioni del nuovo continente erano presenti grandi civiltà. E questo è vero: basti pensare ai Maya, agli Aztechi o agli Incas.
• I popoli indigeni erano sostanzialmente pacifici (e questo è sottolineato a dismisura dal Las Casas), cosa che continuano a sostenere perfino sacerdoti messicani, i quali attribuiscono agli europei l’uso della violenza.
• Erano popolazioni mansuete e aperte all’incontro con altri popoli, caratteristica di cui approfittarono gli spagnoli per conquistarli, soggiogarli e sfruttarli.
• La conquista è dovuta, soprattutto, all’uso delle armi da fuoco, dei cavalli, delle corazze e delle spade di ferro, cosa che gettò nel panico gli indigeni e provocò la loro sconfitta.
• Imposero la struttura della “encomienda” su tutto il territorio conquistato, luogo di schiavitù e di sfruttamento disumano dei lavoratori.
• Distrussero le culture locali, codici, templi, edifici e quant’altro.
• Evangelizzarono le genti a forza o superficialmente (ad esempio, con battesimi di massa).
• Trapiantarono in queste società la struttura gerarchica tipica della società spagnola.
• Furono razzisti, considerando l’indio un essere inferiore, addirittura un essere non umano.
• I sovrani spagnoli, a partire da Isabella e Ferdinando (e gli altri di seguito), assecondarono lo sterminio e le distruzioni, senza far nulla per impedirla.

Di questa “lettura” esistono varie versioni, più o meno radicali e non crediate che gli storici di ispirazione cattolica siano i più moderati, anzi!
Il punto finale di tale impostazione storiografica è la tesi secondo cui la differenza di sviluppo tra Nord e Sud America è data dal fatto che la parte settentrionale è stata “civilizzata” dagli inglesi (protestanti), mentre il centro e il meridione hanno visto all’opera portoghesi e spagnoli (cattolici). La mia intenzione non è quella di contrapporre altre “idee” rispetto a quelle vigenti ed egemoni, ma di allargare l’orizzonte mediante l’esposizione di tanti fatti che non sono presi in considerazione; per cercare la “verità storica”, anche in questo caso occorre avere una passione per la realtà a trecentosessanta gradi.

A questo proposito, prima di procedere alle “risposte” alla leggenda nera, vorrei sottolineare un punto importante tratto dal manuale che sto utilizzando in classe, “La città nella storia” della Pearsons, in cui si afferma che, a proposito del numero di abitanti dell’America precolombiana, il numero varia… a seconda del giudizio che ognuno dà sul “genocidio”; c’è chi dice 30 milioni, altri 40 eccetera e, conseguentemente, varia il numero delle vittime. Generalmente si parte dai “dati” a disposizione e poi su questa base si formula un giudizio; in questo caso avviene il contrario: c’è un giudizio a priori e poi, da esso, si deducono le cifre! Probabilmente è l’unico caso nella ricostruzione storica; se questa è passione per la verità o serietà nella ricerca scientifica, lascio a voi il giudizio. Cominciamo.

Punto di partenza: lo stesso nome “America latina” indica la realtà di una sintesi originale e ricca che, fin dall’inizio, si è compiuta tra il continente europeo e quello americano, come ricorda lo scrittore messicano, laico, Andrès Henestrosa, quando affermò, in una sua conferenza all’Unesco, che si era realizzato il “miracolo dell’unità” tra civiltà diverse. In tal senso è significativo il termine “mezcla” (mescolanza), perché indica la logica dello sviluppo di questa nuova civiltà.

Per cogliere il carattere eccezionale di tale sintesi, basta allargare lo sguardo a tutto l’orizzonte spazio temporale della storia; nella stragrande maggioranza dei casi il rapporto tra popoli e civiltà fu di puro scontro distruttivo, tendente al puro annientamento del nemico (la colonizzazione del Nord America rappresenta il caso più emblematico: lì non si realizzò alcuna “sintesi” come, del resto, ovunque giunsero gli inglesi).

È vero che gli spagnoli incontrarono grandi civiltà, ma esse presentavano “lacune” non irrilevanti: non conoscevano l’uso della ruota, dell’aratro pesante, del mantice, del ferro (le armi erano di ossidiana), dell’arco e della volta e, soprattutto, non esistevano animali da traino e tutto era trasportato dagli uomini. Inoltre, i Maya già volgevano al termine della loro vicenda, gli Aztechi erano convinti di trovarsi alla fine di un “ciclo cosmico”, coincidente con la fine prossima del loro dominio, gli Incas attraversano un periodo di crisi a causa delle divisioni interne.

A tal proposito occorre precisare che gli spagnoli, con 600 uomini Cortès e con 110 Pizarro, mai avrebbero potuto sconfiggere i loro avversari senza l’aiuto delle popolazioni indigene locali. In Messico gli Aztechi avevano creato un impero che spadroneggiava sulle altre etnie, esigendo pesanti tributi materiali ed umani (la cattura degli schiavi da sacrificare mediante le sistematiche “guerras floridas” che si svolgevano ad ogni primavera); ogni gruppo era ansioso di liberarsi da tale giogo e molti chiesero aiuto agli spagnoli (non solo gli abitanti di Tlaxcala, ma anche tanti altri, ad esempio gli zapotechi dell’Istmo di Tehuantepec); in Perù lo scontro fratricida tra Atahualpa e il fratello Huascar fu decisivo per la vittoria di Pizarro.

Questa, e non la “novità terrificante” delle armi, permise ai pochi spagnoli di sopraffare imperi con centinaia di migliaia di guerrieri, come ammette, a malincuore, anche la storica messicana Maria Flores Ruiz, docente di Storia del Messico nel suo libro “ El sol y la cruz”.

Il genocidio è dovuto, in gran parte, allo shock microbico. I massacri perpetrati dagli encomenderos ci furono, ma non rappresentarono il fattore determinante per il numero grande delle morti degli indigeni. Se consideriamo che, verso la metà del ’500, gli spagnoli giunti sul territorio messicano erano circa 50.000, è impossibile individuare nella loro opera di sfruttamento la causa principale della moria generale. Come si vede, in questa “nuova” versione dei fatti, non si censura nulla, ma si cerca un “ordine” dei fattori in gioco realistico, diverso da quello pregiudiziale di tanti manuali di storia.

L’“encomienda”: “encomendar” significa “affidare”; lo storico messicano Zavala, esperto del tema, sostiene che tanti studiosi confondono l’encomienda (del 1500) con il “repartimiento” (del 1600) e, soprattutto, con la “hacienda” (dal 1700 in avanti). L’encomienda era un territorio, che restava di proprietà indigena, affidato temporaneamente dal Sovrano spagnolo all’encomendero, amministratore per conto del Re di quel territorio, mentre il repartimiento, dopo un lungo dibattito in Spagna, sarà la nuova struttura socio-economica che sostituirà l’encomienda; esso permise ai signori locali di diventare proprietari della terra con diritto di eredità per i propri discendenti.

La hacienda è, invece, la grande proprietà terriera latifondista, luogo di grande sfruttamento umano; trasformare l’encomienda in una specie di “campo di sterminio” ante litteram è sbagliato. Del resto gli amministratori spagnoli avevano anche l’obbligo della formazione religiosa dei loro “affidati”; inoltre non potevano esigere un tributo maggiore di quello che in precedenza gli indigeni versavano a Moctezuma, se lo facevano i loro confessori non li assolvevano, come testimonia il frate francescano Motolinia.

Detto questo, è evidente che non pochi trasgredirono patti e regole; proprio per tale motivo vennero istituiti dei tribunali, “audiencias”, che avevano come compito specifico quello di difendere i diritti dei nativi, come avvenne in numerosi casi ( lo stesso Cortès ne fece le spese). Da notare è il fatto che encomenderos divennero anche capi locali che si erano distinti per la loro fedeltà alla Corona ed essi entrarono a fai parte della casta dei “grandi” di Spagna.

La distruzione della cultura e dei templi: tanti templi furono distrutti e sulle loro rovine, spesso, vennero costruite chiese. è importante notare che in America non si fece niente di diverso da ciò che era stato già fatto in Europa dal 400 d.C. in poi; Montecassino, per esempio, fu costruito sul monte in cui sorgeva un tempio dedicato a Giove e in cui si facevano sacrifici umani. Perché i templi cristiani vennero innalzati sulle rovine di quelli pagani? Per noi la risposta pratica è la più ovvia ed esauriente: per il reperimento e il riutilizzo dei materiali; ciò è vero, ma insufficiente perché insieme ad una motivazione di tipo “tecnico” era presente un motivo “teologico”: là dove aveva trionfato l’Inferno occorreva impiantare il “luogo” della vittoria di Cristo, compiendo un esorcismo radicale e liberando luoghi e uomini dagli influssi dei demoni.

Tale preoccupazione “salvifica” allora prevaleva nettamente su qualsiasi preoccupazione di tipo culturale (talebani, Isis sono fermi a quei secoli). La conservazione degli elementi della cultura indigena, in ogni caso, è dovuta all’opera di tanti missionari (Bernardino di Shaagun, per esempio), opera che ha permesso di venire a conoscenza di tanti aspetti delle culture di allora.

Nacque, per la “mezcla”, una nuova cultura, una nuova lingua (lo spagnolo latino americano), una nuova arte (il barocco latino americano, sia nel campo figurativo, sia in quelli letterario, architettonico e musicale), nuovi usi e costumi in campo civile e religioso (tantissime sono le forme di “trasfigurazione” cristiana delle credenze indigene operate dai missionari, come, ad esempio, nel culto dei morti, come si vede ancor oggi negli “altares para los muertos”). Arrivarono per primi i francescani, poi i domenicani, poi gli agostiniani, i mercedari, i gesuiti eccetera.

L’unico paragone possibile per indicare sinteticamente l’opera compiuta dai missionari è quello con l’opera dei benedettini in Europa, poiché essa fu realizzata in tutti i campi. Occorre ricordare che l’evangelizzazione fu fatta in lingua indigena; fino al 1750 circa si predicò in dialetto locale e ogni missionario era obbligato ad imparare almeno quello della popolazione presso cui era mandato; ci fu chi, come fray Andrès de Olmos, ne imparò almeno addirittura 13! Il missionario più importante fu Fray Toribio de Benavente, detto “Motolinia”, che in lingua nahua significa “il povero”.

Costui è una specie di san Francesco dell’America Latina; percorse tutta la zona centrale del Messico o a piedi o sul dorso di un mulo e quando stava per giungere in un villaggio, la gente gli correva incontro, tanto era grande la sua popolarità. Ed è lui che, in numerose lettere, critica Bartolomeo de Las Casas, le sue cifre esagerate, le sue critiche generalizzate contro gli encomenderos, la sua visione mitica (secondo lo stereotipo futuro di Rousseau del “buon selvaggio”) dei locali. Non era certamente un “agente” del Sovrano, né tanto meno fu tenero con gli encomenderos che, spesso, non assolveva in confessione.

Facciamo menzione del fatto che i vari ordini religiosi si “divisero” l’ampio territorio in zone di competenza; i francescani ebbero il territorio da Città del Messico fino a Puebla e tutto lo Yucatan; i domenicani il sud del Messico fino al Guatemala incluso; entrambi costruirono decine di conventi che, è bene sottolinearlo, non furono opera di schiavi, ma di lavoratori liberi che parteciparono liberamente e creativamente a tale opera. Non si può dimenticare l’“evento guadalupano”, l’apparizione, cioè, della Vergine sul colle del Tepeyac (Città del Messico) nel 1531 all’indio Juan Diego evento che ebbe un influsso enorme sulla diffusione della fede nel paese.

Per ciò che attiene al presunto “razzismo”, basti ricordare il fatto che, dallo stesso Cortès in poi, gli spagnoli si mescolarono con le genti locali, con unioni matrimoniali che portarono alla generazione di un meticciato che dura fino ai nostri giorni, a differenza degli inglesi. Inoltre, con Francisco De Vitoria (già a metà del ’500) si giunse alla proclamazione del “diritto indigeno”, basato sul chiaro riconoscimento del carattere integralmente umano dei nativi, dotati come tutti di un’anima razionale e immortale, nozione che era già presente nei documenti ufficiali dei sovrani, ma che fu fondata filosoficamente e teologicamente dal domenicano spagnolo, contro qualsiasi attacco o possibilità di equivoco.

Sull’importazione dalla Spagna delle strutture gerarchiche: come tutti gli storici riconoscono, la struttura delle società precolombiane non era affatto egualitaria, essendo basata su un rigido sistema di caste chiuse, con al vertice, nel caso delle etnie minori, un’élite di nobili ritenuti discendenti diretti degli dei e, nel caso degli Imperi, dopo l’ Imperatore, avevamo la casta dei sacerdoti e dei guerrieri; il resto della popolazione sottostava passivamente a tali gruppi al comando, fino ai lavoratori più umili ridotti in condizioni di schiavitù. Gli spagnoli non inventarono nulla, ma adattarono le nuove strutture sociopolitiche a quelle già esistenti, imprimendo in esse, tuttavia, quel “dinamismo interno” che, con l’andar del tempo, consentirà alla società americana di evolvere verso altri assetti (basti pensare, a tal proposito, che Benito Juarez, considerato il padre fondatore del Messico, era di umili origini indie).

Per finire, ricordiamo che le lotte per l’indipendenza delle colonie dalla Spagna e dal Portogallo, all’inizio dell’800, furono sostenute da Stati Uniti ed Inghilterra, finanziariamente e militarmente.
La famosa “dottrina Monroe”( Presidente degli Usa, attorno al 1830) sintetizzabile nello slogan “l’America agli americani”, significò, di fatto, la fine del colonialismo ispano-portoghese e l’inizio di quello anglo-statunitense nella parte centro-meridionale del nuovo continente. L’ultima colonia spagnola che passò agli Usa fu Cuba, nel 1898.

Daniele Semprini

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