Usate la verità come pregiudizio

La Valle d’Aosta per le sue bellezze, i tanti castelli e le sue vette immacolate, ha sempre attirato i fotografi a cominciare da Vittorio Sella (Biella, 1859-1943), considerato il pioniere della fotografia di alta montagna, per arrivare ai tanti dilettanti e professionisti che sono ritornati a casa, dopo un soggiorno in Vallée, quasi sempre con delle buone immagini. Così l’attenzione verso l’arte fotografica è ricambiata dalla giunta regionale col proporre ogni anno importanti mostre fotografiche soprattutto al forte di Bard e nel capoluogo.

L’estate di alcuni anni fa al Centro Saint-Benin, in pieno centro ad Aosta, ne ho visitata una dal titolo ‘Io amo l’Italia’ dedicata a Leonard Freed, fotografo che conoscevo poco sapendo solo che era un membro della storica agenzia parigina Magnum. Ne sono uscito affascinato e coinvolto, come se ci fosse una qualche affinità fra me e lui, anche se mi restava da capire che in che cosa consistesse questa affinità fra un piccolo fotografo di provincia, Codazzi, e un famoso fotografo americano, membro di quell’agenzia che rappresenta il sogno o il traguardo di ogni fotoreporter, ma che potrebbe essere paragonato, per un regista, all’essere annoverato fra quelli che hanno ricevuto il Leone d’Oro alla carriera al festival del cinema di Venezia. Ho iniziato perciò a studiarlo per capire meglio.

Leonard Freed nasce a Brooklin il 23 ottobre del 1929 da genitori ebrei immigrati dall’Europa orientale, proprio alla vigilia di quel ‘giovedì nero’ che segnò l’inizio della grande depressione. Da giovane vorrebbe fare il pittore e, nonostante il parere di sua madre che diceva: “Lascia perdere, non ne hai la stoffa”, si mette a studiare design con Alexey Brodovitch di Harper’s Bazaar. È in quest’ambiente che Freed scopre che la sua vera vocazione è la fotografia, acquista una Rollei 6×6 ed inizia a scattare immagini. Ne porta qualcuna a Edward Steichen, allora direttore della sezione di fotografia del MoMA, che ne acquista tre, gli batte una mano sulla spalla e lo congeda con un, anche lui: “Non hai la stoffa per fare il fotografo, ti consiglio di provare a diventare un camionista!”. Leonard non ci sta e testardo continua. Un giorno, nella metropolitana di New York, si trova seduto di fronte ad un gruppo di ebrei Chassidici, membri di quel movimento, sorto nella Polonia del XVIII secolo, basato sul rinnovamento spirituale dell’ebraismo ortodosso: “Mentre li guardavo parlare tra loro – dirà – ho sentito una marea di ricordi d’infanzia sorgere, correre dentro di me e rimandarmi verso il mio passato ebraico”. 

Leonard Freed, Israel, La danse des fidèles, 1984
Leonard Freed, Israel, La danse des fidèles, 1984

Nei giorni successivi corre spesso a cercare immagini a Williamsburg, il quartiere di Brooklyn con una forte presenza chassidica, in seguito parte per l’Europa alla ricerca di altre comunità. Trova la Rollei lenta per i suoi lavori di reportage, così cambia formato comprando una più veloce Leica 35 mm. con un 50 e un 35, obiettivi a cui rimarrà sempre fedele. Il lavoro dà i suoi frutti, con buona pace di Steichen, e nel 1959 esce il suo primo libro: ‘Joden von Amsterdam’, a cui segue nel 1965 ‘Deutsche Juden Heute’. Questa indagine sulle comunità ebraiche, continuata si può dire per tutta la vita, viene a compimento con la pubblicazione nel 1984 dello splendido volume: ‘La danse des fidèles’. Guardando le sue immagini trovo una delicatezza e una dolcezza squisite, unite ad un profondo amore del fotografo per il soggetto che gli sta davanti. Perdonate la presunzione nel trovare una prima affinità, ma è lo stesso amore che io ho avuto nei dieci anni trascorsi a realizzare il libro ‘…E videro dove abitava’ che racconta la realtà delle Case della Carità di don Mario Prandi.

Sono anni in cui Leonard Freed lavora a saggi per Life, Look, Paris-Match, Fortune, Der Spegel, Stern, insomma per i più importanti settimanali del tempo. Nel 1972 entra a far parte di Magnum, la mitica agenzia parigina fondata da Bob Capa, George Rodger, David ‘Chim’ Seymour e Henri Cartier-Bresson. Durante questi incarichi continua a raccogliere immagini per le sue ricerche personali. Alcuni anni prima aveva ottenuto dall’allora sindaco di New York, John Lindsay, di poter seguire la vita dei poliziotti della città. Lo fa senza pregiudizi, li segue al lavoro e a casa, nelle lunghe indagini e negli arresti, nei momenti di riposo e in quelli di svago. E racconta la verità, il solo vero compito del fotoreporter. Infatti lo disse bene Eugene W. Smith dando il titolo ad una delle sue più belle monografie: “Let Truth Be the Prejudice”, usate la verità come pregiudizio. Una prima parte del lavoro uscì sul Sunday Times Magazine di Londra e il servizio fu accolto con indignazione, gli stessi newyorkesi si ritennero insultati da immagini tanto crude, altri si scagliarono contro il fotografo parlando di un lavoro rozzo, che chiunque armato di macchina fotografica e di un po’ di coraggio avrebbe potuto fare. Il lavoro completo esce nel 1980 con il titolo ‘Police Work’  e con la prefazione del premio Pulitzer Studs Terkel. A mio parere è uno dei migliori e più completi reportage della storia della fotografia. La colpa di Freed è stata quella di aver raccontato semplicemente quello che accadeva davanti al suo obiettivo, certo scegliendo cosa, ma quello che riprendeva stava accadendo, indipendentemente dalla sua presenza. Il cosa potrebbe aver dato fastidio a qualcuno, soprattutto in una società puritana come quella americana, ma provate a pensare se non ci fosse stato un obiettivo a riprendere l’arresto di George Floyd in Minnesota! La verità, l’ho già scritto, può far paura, ma il fotoreporter ha il dovere e anche il diritto di raccontarla, con buon pace di tutti ed il fatto che egli fotografi un avvenimento non vuol dire necessariamente che lo approvi, ma spesso le sue immagini servono a smuovere le coscienze. Potrei qui citare tanti esempi, ma sono sicuro che chi legge queste note ne ha altrettanti in mente.

Una poliziotta gioca con i bambini, Harlem, 1978
La polizia interviene in una lite familiare, New York City, 1978

Il terzo lavoro che ho nel cuore firmato da Leonard Freed è quello sulla condizione degli afroamericani negli Stati Uniti dagli anni ’60 in poi. Lo inizia il 28 agosto del 1963, il giorno in cui Martin Luther King Jr. davanti a 250.000 persone, radunate al Lincoln Memorial, pronuncia il suo storico discorso ‘I have a dream’. L’idea gli rimuginava in testa da quando a Berlino ovest nel 1961 gli capita di fotografare un soldato afroamericano in piedi davanti al muro. L’ironia di questo soldato di colore che difendeva gli Stati Uniti in terra straniera, mentre gli afroamericani a casa stavano combattendo per i loro diritti civili, era una cosa che andava portata all’attenzione di tutti. Ne nasce il libro ‘Black in White America’ pubblicato nel 1967/68, recentemente ristampato da Getty Pubblications nel 2010, che contiene certo le storiche immagini della marcia su Washington, ma anche una ‘fotografia’ completa delle condizioni degli afroamericani nella società USA, condizione che ancora oggi, in quella che è considerata la più grande democrazia dell’Occidente, qualche problema sembra avercelo.

Berlino Ovest,1961
Martin Luther King Jr. dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la Pace, Baltimora, Maryland, 964

Un’ultima cosa rimane da sottolineare su Leonard Freed, il suo amore per l’Italia come dice il titolo della mostra che vidi in Aosta, un po’ perché a Roma ha conosciuto sua moglie Brigitte, ragazza tedesca in pellegrinaggio nella città santa che diventò anche la sua preziosa stampatrice, un po’ perché ci è ritornato per 45 volte e infine perché non si può non amarla, pardon eccezion fatta, a volte, per tanti che la abitano, me escluso. In conclusione l’altra affinità.

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