Covid, tra ripresa e democrazia

A Chinese security official wearing a face mask stands guard after the opening session of China's National People's Congress (NPC) at the Great Hall of the People in Beijing, Friday, May 22, 2020. (AP Photo/Ng Han Guan, Pool)

Invitato alla seduta del Consiglio Generale di Fnp-Cisl Emilia Centrale per illustrare la crisi del sistema economico internazionale e la strada da seguire per un rilancio dell’economia italiana, Alberto Berrini (foto), consulente economico della Segreteria Generale Cisl, non si è sottratto alle nostre domanda rivoltegli sullo specifico tema.

Come si può oggi parlare ancora di flat tax, dopo l’esperienza della pandemia, che ha mostrato limiti e difficoltà causate da anni di tagli alla sanità pubblica, obbligando certi medici a fare la scelta su chi curare

L’economia è molto collegata alla questione sanitaria. Non esiste stato sociale senza questione fiscale. Parlare di flat tax, ovvero di tassazione basata su un’unica aliquota eliminando l’idea stessa di progressività fiscale, è assurdo. Ciò che lega economia e società, economia e territorio è proprio la questione fiscale. Il neoliberismo di Freedman degli anni Settanta aveva come pilastro “quante tasse per quanto welfare”, dove il focus era pagare le tasse in funzione del welfare desiderabile. Negli anni Ottanta tale paradigma è stato sostituito dagli slogan dei tagli fiscali, nascondendo l’effetto successivo dell’indebolimento dello stato sociale. L’importante è capire che fisco e stato sociale sono strettamente collegati. C’è un’egemonia culturale individualista che spinge esclusivamente a rispondere ai propri interessi personali.

Il Covid-19 scoperto in Cina ha fatto emergere le contraddizioni del sistema capitalistico e, soprattutto, ha fatto tremare il mondo per l’affermarsi dell’egemonia cinese. Dove si colloca in questo contesto l’Europa?

Non è mai successo sulla terra che esistesse solo un modello di economia. La questione ruota attorno al dualismo tra il modello americano e quello cinese: con le loro contraddizioni. In uno non c’è un minimo di democrazia, nell’altro le tensioni sociali e distributive stanno distruggendo alla base la coesione sociale. Fino a prima della crisi finanziaria (2007) questi due modelli erano complementari: uno produceva e l’altro consumava. La Cina non aveva mire espansionistiche. Gran parte della produzione della Cina è infatti retta da multinazionali americane. Oggi ci sono questi due giganti che si confrontano e sono arrivati allo scontro. Se dopo l’esperienza della pandemia noi non abbiamo capito che l’Europa non è il problema, ma la soluzione, significa che non abbiamo capito in che mondo viviamo.

Cosa ci sta dicendo la Cina, che sembra essere il paese detentore dell’egemonia globale?

Che è un paese capitalista senza democrazia. In passato era naturale collegare democrazia politica ed economia di mercato, ovvero non c’era economia di mercato senza democrazia politica. Oggi sembra che la democrazia sia un costo. Il futuro è un mondo sempre meno democratico e qui è fondamentale il ruolo del sindacato e dei corpi intermedi. Anche all’interno dell’Europa abbiamo queste contraddizioni; il capitalismo non va di pari passo con la democrazia ed emergono i nazionalismi. Alla fine di tutti i discorsi quello che deve essere chiaro è che ci stiamo giocando la democrazia.

Cosa dobbiamo apprendere dall’esperienza della pandemia?
Che occorre ripartire. E qui la disputa si aggira attorno a: reform o recovery? Basta la ripresa o serve una riforma? La politica economica può limitarsi a sostenere la ripresa o porsi più lungimiranti obiettivi di riforma degli assetti economico-sociali che hanno prodotto quella crisi? Noi abbiamo avuto due esempi storici ai quali possiamo fare riferimento. Il primo è sicuramente la crisi finanziaria del 2008, che non ha prodotto in Europa alcun cambiamento di politica economica. L’altro è il New Deal americano degli anni Trenta, che è stato un cambiamento profondo, un nuovo modello di fare economia. Da quell’esperienza nasce il capitalismo regolato che ha sconfitto il nazismo e il socialismo portando ai trent’anni d’oro seguenti. Oggi siamo a un bivio: recovery o reform (declinata nel Piano nazionale di ripartenza e resilienza)? Significa dire se serve solo la ripresa, bassi salari, giovani maltrattati, ripartire proponendo lo stesso modello. Oppure riformare il sistema Paese introducendo innovazione, digitalizzazione, competitività, transizione ecologica, infrastrutture per una mobilità sostenibile eccetera, pur con tutte le contraddizioni sociali che tale passaggio può ingenerare se non accompagnato dallo Stato.

Cosa sta portando a livello mondiale la congiuntura economica?

Nell’autunno 2020, prima di ogni speranza, sono arrivati i vaccini sostenendo una curva della ripresa a V. Al di là di ogni previsione abbiamo una crescita del Pil mondiale che si aggira attorno al 4%. La grossa novità sono i 6 mila miliardi di dollari investiti dall’amministrazione Biden che porteranno l’America a crescere più della Cina. Biden ha deciso di adottare questa politica per due motivi: coprire il buco ingenerato dal Covid e reprimere i populismi che vivono di disagio sociale. Le persone vedono nelle risposte semplici la risoluzione ai loro problemi. Biden vuole quindi eliminare il “rimpianto sociale”. Se si delegano al mercato i grandi interessi sociali si perde la democrazia, per cui serve che lo Stato intervenga nel mercato. Se l’America vuole vincere la battaglia con la Cina, deve mobilitare le risorse statali. Le ricadute a livello sociale sono però tutte da verificare. L’Europa che negli ultimi anni era l’Europa dell’austerità, oggi è un’Europa completamente diversa. In passato sì è ridotto il debito ammazzando i consumi. Lo stesso Keynes diceva che il capitalismo è il miglior modo di produrre, ma il peggior modo di distribuire. Oggi le politiche americane possono ingenerare effetti positivi anche in Europa.

L’uscita monetaria dalla forte recessione in atto, la monetizzazione del debito, non sono prive di rischi e contraddizioni sociali. Quale il ruolo del sindacato nel mondo di domani?

Il problema dell’Italia è che riparta l’inflazione ancora prima che ci sia una solida ripresa. Noi abbiamo bisogno di una crescita non inflazionistica, non possiamo permetterci un’inflazione che incida sul potere d’acquisto di salari e pensioni già basse. Tutta la ripresa mondiale è trainata dalla domanda. Se l’Italia è cresciuta di meno è perché, avendo bassi salari, ha consumato di meno. Se riparte la domanda, avendo salari e pensioni bassi, rischiamo la stagflazione. Occorre sviluppare la contrattazione. Occorre un modello partecipativo, un nuovo patto sociale. Il cuneo fiscale è un problema, ma c’è un problema ancor più grave di bassa produttività. L’Europa si appresta ad avere un ruolo chiave. Il debito pubblico è per ora al sicuro in quanto è detenuto in parte dalla Banca centrale europea. Qui non c’è in gioco solo un modello sociale, ma la democrazia che, come diceva Keynes, diventa un lusso se le crisi economiche si aggravano oltre un certo punto. E il mondo sta andando a Est, dove non c’è assolutamente democrazia.

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