Quell’attesa di uno stato di grazia

Fatica letteraria. Nel mercato editoriale il termine è un po’ inflazionato, ma si attaglia alla perfezione a Forse nel cuore della notte, il nuovo romanzo appena pubblicato da Antonio Petrucci (Edizioni San Lorenzo 2021, 102 pagine, 15,50 euro). Perché l’autore se l’è portato appresso per decenni, lo ha scritto e riscritto, stentando da principio a vedere il disegno ricamato dai tanti fili che andava tirando; addirittura, nell’ennesima fase di blocco, stava per eliminarlo e se infine l’opera è stata portata a compimento il merito va alla figlia Valeria, a cui il libro è dedicato.
I lettori conoscono il professor Petrucci come giornalista e narratore. Il suo debutto come romanziere risale all’anno scorso, attraverso Lottando con l’angelo, ispirato alla vita di Dostoevskij. Là lo sfondo è l’Ottocento, qui la prima metà del Novecento. Là l’ambientazione è Pietroburgo, solo visitata dallo scrittore, qui è la Sicilia dei monti, dov’egli ha trascorso infanzia e adolescenza. Là una spola tra le esperienze del tempestoso Fëdor e fatti inventati, qui la storia straordinaria di un uomo come tanti. Una storia molto particolare, in cui i morti ritornano per continuare un dialogo mai interrotto e richiami misteriosi legano eventi lontani nel tempo. Con la ricerca del Trascendente come leitmotiv che già caratterizzava Lottando con l’angelo e che potrebbe mantenersi in un prossimo romanzo, a completare un’ideale trilogia sul senso della vita. Vedremo. Per ora stiamo alla nuova, letterale… fatica.

Petrucci, perché il titolo “Forse nel cuore della notte”?
Perché, nel cuore della notte, è possibile una “rivelazione”. Nel cuore della notte è possibile, forse, comprendere il senso della propria vita. Oppure avere un’esperienza estatica, liberarsi dalla volontà di vivere e dal dolore che ne consegue – come dice Schopenhauer – e cioè “aprirsi” alla trascendenza. Ma per il mio personaggio queste due cose coincidono.

Chi è il protagonista?
Si chiama Pietro Rame. È un uomo di settant’anni che sente fastidio per la vecchiaia, che rifiuta, e ha paura della morte; vuole però fare i conti con il suo passato, perciò lo vediamo in momenti diversi della vita.

Un uomo del Novecento?
Attraversa il “secolo breve” e ne diviene anche un po’ il simbolo. Il momento narrativo parte grossomodo dalla fine degli anni Sessanta; Pietro Rame potrebbe essere uno dei ragazzi del ’99…

La Città in cui il romanzo è ambientato è un luogo preciso?
È Palermo ed è riconoscibile: in copertina si vede piazza Pretoria, che a Palermo è chiamata piazza della vergogna perché ci sono le statue nude. Ma quella del romanzo potrebbe essere qualunque grande città. La cosa singolare è che si tratta di una città/personaggio.

Una Città narrante?
Nel romanzo parla la Città, così come parlano i defunti, sì. La Letteratura, a differenza della Storia, non narra solo gli eventi realmente accaduti, ma anche quelli possibili e perfino quelli solo sognati, che comunque fanno parte della nostra vita e possono essere altamente significativi. Il testo è costellato di apparizioni: il padre, la ragazza dai capelli rossi, il Visitatore… Il tempo è mescolato come un mazzo di carte.

Il testo però non è di genere fantastico…
Forse nel cuore della notte è un romanzo realista, ma ogni tanto l’irreale irrompe nel reale, ovviamente come proiezione della vita, o meglio della mente, del protagonista. La struttura è post-moderna: presente e passato si alternano. Ripeto: sono i privilegi della letteratura, che non è costretta a seguire la cronologia. Il libro esprime una condanna della guerra, della mafia e del fascismo.

Dalle pagine il protagonista appare “vecchio”, quindi fragile, ma anche pieno di vitalità…
Pietro Rame ha combattuto la prima guerra mondiale e la carneficina della Bainsizza; torna a casa segnato da una sorta di nevrosi. Vive la seconda guerra mondiale, è insofferente al fascismo, subito cerca contatti con un sedicente partito rivoluzionario ma finisce invece per fuggire nel gioco del poker.

Quali sono gli eventi più importanti nella vita del protagonista?
Mi è difficile dirlo. Tutti gli eventi mi sembrano importanti. Certamente sono fondamentali il rapporto del protagonista con il padre e quello con padre Felice, che è il suo “padre ideale”.
Poi ci sono le figure femminili: la moglie Adele, grande amore tormentato, ma anche Rosalia e Simonetta.

E… la ragazza dai capelli rossi?
La ragazza dai capelli rossi è una qualunque ragazza, forse tentata dal suicidio, ma a Pietro ricorda la sua maestra… e alla fine diventa il simbolo della regina della Notte… cioè della morte.

Ecco, il tema della morte è trattato espressamente nei capitoli dal 7° al 9°. C’entra con il Visitatore?
Il Visitatore si identifica con il vecchio amico mancato di recente ma anche con il compagno d’armi caduto sulla Bainsizza che, tenendo fede a un antico patto, va a cercare Pietro per raccontargli com’è la vita nell’aldilà, ma il nostro sta dormendo e si perde la rivelazione…
È l’inviato della regina della Notte che, non senza scherzi e contraddizioni, aiuterà il protagonista a confrontarsi con la necessità di morire. Anche se a quel punto il romanzo sposta l’asse narrativo proponendo altri episodi del passato.

Senza voler rovinare il piacere della lettura altrui, trovo che tra le pagine più belle ci siano quelle dedicate al rapporto con il padre, o meglio con il suo fantasma…
Un rapporto litigioso. Vediamo il padre prima emigrato in America, poi tornato arricchito tra i sospetti dei compaesani, infine rovinato dal gioco. Il figlio “gli” parla per recuperare il legame con lui, con se stesso e con i suoi figli, verso i quali, mutatis mutandis, tende a replicarne gli errori…

Il protagonista può dirsi un uomo di fede?
L’episodio decisivo forse è l’incontro con padre Felice, un prete che il protagonista ammira e intende subito prendere come modello, ma che si rivela diverso da quello che dovrebbe essere. Pietro mette in discussione l’esistenza di Dio, ma in fondo l’accompagnerà sempre la nostalgia della fede. Forse… In ogni caso è mosso dall’attesa e dalla speranza di una rivelazione decisiva che sia accettazione della propria esistenza ma anche apertura alla trascendenza: insomma uno stato di grazia che lo liberi dal dolore e dal dubbio.

Domanda ineludibile: questo romanzo è autobiografico?
Beh, la storia si svolge quasi tutta in un tempo che non è il mio. Pietro Rame appartiene a una generazione diversa; con mio padre, ad esempio, io ho avuto un rapporto splendido… Però ci ho messo degli anni per scrivere questa storia e posso dire che, adesso che ho l’età del mio personaggio, mi sono accorto di somigliargli. Mi ritrovo nelle sue emozioni.

Con lo stesso timore della morte?
A me la morte non fa paura, ma rabbia: temo che mi lasci a metà in qualcosa che sto facendo. La mia è più una difficoltà di accettazione.

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