“Una grande eredità spirituale e civile”

All’alba dei suoi 98 anni, il suo carisma era ancora intatto e lui lo spendeva senza riserve, come in tutte le numerose decadi precedenti, per la sua missione.

E’ indimenticabile la figura solida e sobria di don Eleuterio Agostini, i suoi occhi limpidi, la voce profonda e affabile, pronta ad essere rivolta a chiunque lo avvicinasse. Era facile, negli ultimi anni, trovarlo dopo le 9 di sera della domenica, alla tavola dei Poveri della Casa della Carità della Beata Vergine della Ghiara, in via Rosselli, per una cena frugale di ritorno da una messa celebrata in qualche chiesa della Diocesi.

Era la Casa della Carità che don Eleuterio – amico fraterno e collaboratore di don Mario Prandi, per lui un modello – aveva voluto per tutte le parrocchie di Reggio Emilia, per tutti i cristiani, i non credenti o i discepoli di altre confessioni, perché quel Pane dei Poveri doveva essere spezzato il più possibile con tutti, per andare incontro a tutti, per essere conosciuto da tutti. Quella è la Casa che lo ha ospitato negli ultimi tempi della sua vita e in cui ci ha lasciati.

Possiamo dire che fino all’ultimo, don Eleuterio non si è sottratto al suo ministero, ai Poveri di ogni genere. E’ stato un evangelizzatore e un portatore di pace, senza sosta e senza clamore, nel rispetto di ogni coscienza personale.

Autentico ‘risultato’ del Concilio Vaticano II, diceva con semplicità – e traduceva con il suo comportamento e nella Liturgia – che la Chiesa senza i Poveri non può essere Chiesa. La sua spiritualità, affiancata da una cultura matura e profonda, la sua capacità di leggere ‘i segni dei tempi’ e di interessarsi del mondo, con un utilizzo intelligente anche delle comunicazioni sociali, diventavano talenti da dividere insieme. Bastava ascoltarlo, ad esempio nelle sue omelie per la messa di suffragio del 25 Aprile in Ghiara, per accorgersene subito.

Nell’esprimere cordoglio per la scomparsa di questo figlio della Chiesa reggiana-guastallese ed espressione autentica anche del modo di essere della sua terra, che amava moltissimo, desidero ricordare di don Eleuterio l’incarico di parroco di Sant’Alberto, da lui ricoperto per più di 30 anni, vissuto in maniera ascetica: viveva di niente e condivideva tutto quello che arrivava con chi non aveva niente. La sua canonica era di fatto una Casa della Carità: ospitava chi usciva dal vicino ospedale psichiatrico San Lazzaro e non aveva nessuno; fu tra i primi ad accogliere migranti, senza tetto e senza parole di conforto. Così diventava padre, col tempo nonno, e fratello di tutti.

Lo ricordiamo poi nei primi anni Settanta, come prete operaio, immerso in un’esperienza di incontro e testimonianza originale, coraggiosa e libera; come assistente diocesano delle Acli e direttore dell’Istituto Artigianelli: il lavoro era per lui un valore di dignità umana, di crescita e riscatto civile, era un terreno di incontro, confronto e testimonianza.

Don Eleuterio, il povero, ci lascia un patrimonio spirituale e civile inestimabile. Alla sua città ora il compito di moltiplicarlo.

Luca Vecchi

sindaco di Reggio Emilia

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