Umanità

Sono entrata in Acer Reggio Emilia per la prima volta verso la fine di gennaio del 2008. Era una giornata fredda e brumosa e quando la doppia porta di ingresso si spalancò, mi accolse il calore vociante delle persone sedute in sala d’attesa. Non ebbi il tempo di sedermi, mi stavano già aspettando al piano di sopra, ma con un rapido sguardo riuscii a riconoscere almeno dieci etnie differenti nei volti delle persone in attesa di essere ricevute dal personale in servizio.

Non conoscevo nulla dell’azienda, sapevo soltanto che si trattava dell’ex Istituto Autonomo Case Popolari, specializzato nella locazione di alloggi di edilizia sociale di tutta la provincia.

Soltanto pochi giorni prima, ero arrivata stranamente in anticipo sul binario 4 della stazione ferroviaria di piazzale Marconi. Il treno per Roma in alcune giornate canoniche era punto di ritrovo di molti: parlamentari, imprenditori, funzionari pubblici. Quella mattina il silenzioso buio invernale donava alle persone e alle cose un’aria rarefatta e misteriosa che nessuno aveva voglia di svelare.

Poco prima di salire in carrozza, un paio di voci conosciute avevano azzardato un saluto garbato, ricambiato con un formale scambio di convenevoli.
In poco più di tre ore di viaggio, in compagnia di un caffè annacquato e qualche trattenuto sbadiglio, mi spiegarono sommariamente cosa fosse Acer, il recente rinnovo dei vertici aziendali e, tra una chiacchiera e l’altra, mi dissero: “La nostra è una realtà particolare e avremmo bisogno di una persona come te”.

Provenivo da un lungo e impegnativo percorso di lavoro di comunicazione finanziaria per la quotazione in Borsa Italiana di una realtà aziendale molto competitiva. Non avevo mai lavorato per una azienda di servizi alla persona. Ci pensai a lungo, poi mi decisi ad andare, più per educazione che per convinzione.

Quella mattina, mentre salivo le scale per raggiungere gli uffici direzionali di Acer, dopo aver attraversato in pochi passi almeno dieci nazioni differenti, sicuramente tra le più povere del mondo intero, nella mia consueta divisa d’ordinanza, come sono solita definire gli immancabili vestiti a giacca da lavoro, ricordo che ho pensato: “ma cosa ci faccio io qui?”.

Concetti come capacità produttiva, posizionamento di mercato, competitività, concorrenza non erano nemmeno contemplati in questa inconsueta realtà dove gli ultimi asset venivano messi al primo posto della classifica degli obiettivi aziendali. Il bilancio era un successo soltanto se si chiudeva con un utile bassissimo, il più vicino possibile al pareggio, poiché questo significava aver saputo investire con diligenza tutte le risorse disponibili per la fascia di popolazione più fragile e bisognosa.

Oltre 5.000 appartamenti di proprietà dei Comuni di tutta la provincia, in cui la gestione degli alloggi rappresenta il 40% del lavoro aziendale. La parte più rilevante dell’attività consiste nel gestire nuclei familiari il cui reddito annuale non supera i 24mila euro. Anzi il 53% di essi non arriva a 7.500 euro di reddito annuo.
Una complessità gestionale dettata da problemi di ogni tipo, situazioni familiari complicate gestite insieme ai Comuni, alle associazioni no profit e a una generosa rete di volontariato, giovani generazioni di immigrati desiderosi di integrazione e tanta voglia di riscatto per chi troppo a lungo ha vissuto ai margini di una società segnata spesso da egoismo e indifferenza. Una sfida, da affrontare ogni giorno, per assicurare a una parte numericamente importante di popolazione un presente dignitoso e un futuro di opportunità migliorative per sé e per i propri figli. Questi sono i clienti di Acer.

Qui non si parla di milioni di euro, non si parla di road show per illustrare con fierezza agli stakeholder strategie aziendali e utili milionari.
Qui la soddisfazione dei bisogni primari è l’obiettivo quotidiano di tutti i collaboratori aziendali, che con paziente umiltà accolgono richieste e speranze. L’ascolto, l’attenzione, l’aiuto e il supporto all’utente sono le leve strategiche che guidano le giornate di lavoro di tutti, dai centralinisti al consiglio di amministrazione.

La visione aziendalista si spoglia dei numeri puri per lasciare spazio a parole differenti come welfare, rigenerazione, coesione sociale, solidarietà, programmi formativi.
Una realtà complessa, con dinamiche che richiedono una forte flessibilità adattiva e linguaggi completamente diversi, in grado di toccare le corde più intime di una umanità fatta nella maggior parte dei casi di sacrifici, rinunce e sofferenze, di vite normali scivolate improvvisamente nella povertà, di dignità calpestate da flussi migratori incontrollati e un sistema capitalista severo, che nella corsa verso lo sviluppo guarda al profitto e dimentica l’uomo.

Un mondo di fragilità economiche e sociali che fanno parte del nostro territorio e della nostra quotidianità, che dobbiamo imparare ad aiutare e a gestire, così come fanno i collaboratori di Acer che ogni giorno non vanno semplicemente al lavoro, ma in missione.

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