Il capitano

Tra le tante cose belle che Euro 2020 ci sta regalando c’è sicuramente la riscoperta della figura del capitano.

Simon Kjær, capitano della Danimarca, è finito alla ribalta non solo per aver prestato il primo soccorso ad Eriksen salvandogli la vita, ma anche per aver dato prova di leadership quando ha ordinato a tutti i compagni di fare scudo al giocatore soccorso e trasportato via in barella affinchè le indiscrete telecamere tv non spettacolizzassero oltremodo il dramma del compagno di squadra.

Come se non bastasse lo abbiamo anche visto consolare la moglie del centrocampista danese che in lacrime sembrava pietrificata a bordo campo.

Storie di calcio, storie di amicizia, storie di uomini, con la U maiuscola. Già perché il capitano non solo è il calciatore più rappresentativo ma è l’uomo più carismatico e autorevole di uno spogliatoio.

La storia del calcio ci racconta di tante figure leggendarie che hanno onorato al meglio non solo la maglia che indossavano ma la fascia che portavano orgogliosamente al braccio. Quello sinistro. Perché la fascia deve stare lì, sul braccio vicino al cuore. 

Chi non ricorda Scirea, gentiluomo bianconero, il nerazzurro Beppe Bergomi o Baresi con le sue lacrime al Mondiale 94 che fecero il giro del mondo. Gente che, prima di essere campioni in campo, erano campioni fuori. Uomini semplici, con le stesse emozioni di tutti, ma dalla qualità morale e dall’autorevolezza innata. Perché il capitano deve dare l’esempio a tutti.

Indossare il simbolo della leadership non solo è un onore ma è anche un onere. Si rappresenta una squadra, una società e si è portavoce di un gruppo di uomini dalle mille caratteristiche e sensibilità differenti. Ci sono capitani silenziosi ma dai fatti che dicono più di tante parole: bastava una sola occhiataccia di Maldini perché il gruppo iniziasse a lavorare seriamente.

Il capitano è quello che arriva per primo al campo, tira il gruppo stando sempre davanti e poi va via per ultimo.

E nel calcio liquido di oggi in cui le bandiere non esistono più e in cui assistiamo continuamente al cambio di casacca di questo o quel giocatore, l’esempio in mondovisione di Simon Kjær è un grande spot per questo sport che, tra tante cose marce, ha ancora valori da diffondere e custodire, quelli che solo uno sport di squadra sa dare.

Tralasciando l’olimpo del pallone e guardando più ai campetti di periferia delle nostre giovanili, oggi la fascia di capitano, sempre più spesso, ha solamente un valore distintivo, che serve ai fini del regolamento.

Se da pulcini i bimbi se la contendono pensando che sia uno degli onori più grandi, con la crescita questo simbolo diventa un fardello: per alcuni diventa un peso troppo gravoso da portare e si agitano al punto da non riuscire a giocare bene,  per altri invece è solo un vezzo che non fa ne caldo ne freddo.

Il capitano non è necessariamente il più bravo a giocare, ma è sicuramente quello che dimostra più impegno, attaccamento, serietà. È quello che tutti i compagni ascoltano sia nell’incoraggiamento che nel rimprovero.

E in un’epoca in cui nessuno ha più il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie scelte e di rappresentare altre persone, anche indossare una fascia è diventata una cosa superata.

Ricordo qualche anno fa quando il “mio” capitano mi mancò di rispetto.

La partita successiva lo spedii in tribuna. Pianse. Ma credo che da quel momento quella fascia gli sia quasi diventata un tatuaggio.

Emozioni che solo il calcio giocato sa regalare. Quello della Play invece no. Perché non è vita quella in cui basta spegnere tutto per ricominciare una partita. È invece realtà quella in cui dopo una sconfitta amara si sceglie di continuare per amore della propria squadra e della propria gente, rialzandosi dopo il colpo subito.

Come fece Alessandro Del Piero che all’indomani della retrocessione della Juventus in serie B decise di rimanere in bianconero e accettare la sfida di riportare la sua squadra in serie A, rinunciando sicuramente a tante proposte allettanti in termini di fama e soldi.

Anche questo è un capitano, anzi è IL Capitano.

Una risposta su “Il capitano”

IL Capitano! una parola che contiene molti significati e aforismi.
Wikipedia, l’enciclopedia digitale libera una delle tante cose buone del mondo internet, tra le tante descrizioni scrive: “Non necessariamente il capitano di una squadra è il giocatore più talentuoso o rappresentativo in termini di classe e tecnica. In genere la scelta del capitano ricade su quel giocatore che abbia autocontrollo e autodisciplina, sia sintonizzato con l’allenatore per poter trasmettere celermente le sue indicazioni ai compagni in campo e sappia trattare con l’arbitro. Non ultimo, il capitano dovrebbe anche avere un buon rapporto con i tifosi e saper aiutare i giocatori nuovi arrivati a inserirsi nella squadra. Questo giustifica il criterio d’anzianità per la scelta del capitano.”
Per la fedeltà alla maglia, alla squadra, alla città mi vengono in mente le parole Francesco Totti: “Avrei potuto vincere molto con altre squadre, ma sono orgoglioso di ciò che ho fatto con questa casacca. Altri trionfi con una maglia diversa non mi avrebbero dato le stesse emozioni che ho provato qui da capitano.“
La personalità del capitano, il trascinatore quasi ipnotico, la si assapora come “sensazione” nell’immagine commovente del film “L’attimo Fuggente” quando gli alunni del professor Robin Williams salgono sui banchi a declamare: «Oh, capitano, mio capitano»

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