La terza dimensione nella fotografia

È stato uno dei miei primi innamoramenti e, come succede sempre per le prime passioni, non è possibile che io lo dimentichi. Wynn Bullock l’ho incontrato in quel sancta santorum dei libri d’arte che era il retrobottega dell’edicola di Ivo Gazzini, affacciata sulla centralissima via Emilia Santo Stefano a due passi da piazza del Monte. Mi fermavo spesso a curiosare su quei banconi zeppi di pubblicazioni che arrivavano un po’ da tutto il mondo; il libro stava lì, piccolo e quadrato, con la sua copertina bianca da cui il nome di Wynn Bullock sembrava chiamarmi.

È stata una delle prime monografie che ho comprato; stava finendo il 1978 ed ero agli inizi della mia avventura fotografica; i pochi soldi che avevo in tasca li spendevo in riviste di tecnica: allora era l’unico modo per imparare qualcosa. Meno di cento pagine raccoglievano una breve presentazione e 40 fotografie che ancora oggi mi riempiono di stupore.

Erosion (1956)

Wynn Bullock nasce a Chicago nel 1902, cresciuto dalla mamma Giorgia, una donna forte e intraprendente che gli lascia ampia libertà di scelte. Con gli studi non va molto d’accordo, preferisce lo sport. Al liceo scopre di avere una gran bella voce e di saper cantare. Ci prova per un po’ con una band locale, va a New York per studiare canto e per cercare nuove opportunità di carriera e il successo arriva.

Una sera viene chiamato a sostituire Irving Berlin, la star di Music Box Revue, in un teatro di Broadway; quella sera fra il pubblico ad applaudire c’era il presidente Harding e sua moglie. Per Bullock fu un colpo di fortuna. La carriera di cantante prosegue a Parigi; qui l’incontro con i quadri dei pittori impressionisti e post-impressionisti, e soprattutto la loro interpretazione della luce, inizia ad incrinare la sua voglia di continuare a cantare.

Si compra una Leica per cercare di catturare quella luce così viva e plastica: “I colori in realtà non si muovevano, ma quei dipinti me lo hanno fatto credere”, dirà poi. Torna negli Stati Uniti nel 1930, per qualche anno lavora nell’azienda della moglie, tenta di studiare legge ma smette dopo qualche mese… quella luce intravista a Parigi lo perseguita e allora cambia tutto e si iscrive ai corsi di fotografia della Art Center School di Pasadena. Finisce il corso quadriennale in tre anni, sviluppa una tecnica di solarizzazione che gli vale il primo di numerosi brevetti e anche una importante mostra personale al Los Angeles County Museum.

Dopo la guerra viaggia in camper per tutta la California per realizzare cartoline pubblicitarie per i grandi alberghi della zona e nel 1946 inizia a lavorare come fotografo presso la base militare di Fort Ord lungo la baia di Monterey.

Due anni dopo la svolta definitiva arriva con l’incontro con Edward Weston. L’amore per la natura, l’incanto della luce fissata nelle ampie variazioni tonali delle stampe del fotografo nato a Higland Park, incantano definitivamente Bullock. Compra una Ansco 8×10 e percorre instancabilmente la costa centrale della California fra Big Sur e Point Lobos, scattando quelle immagini che ancora oggi mi commuovono.

Point Lobos (1958)

I successivi anni ’50 gli assicurano il posto fra i grandi della fotografia con due immagini scelte da Edward Steichen per l’indimenticabile mostra “The Family of Man” del 1955 al Museum of Modern Art. La prima, ‘And God sai, let there be light’, sta sul frontespizio del catalogo della mostra, la seconda, ‘Child in forest’, sta a corredo del prologo scritto dal poeta vincitore di due premi Pulitzer Carl Sandburg.

Il suo nome è così nella storia, la mostra di Steichen parte nel 1955 e gira il mondo per otto anni, i pannelli originali restaurati sono oggi visibili in permanenza al castello di Clervaux in Lussemburgo. La collettiva di Steichen, esposta nei sei continenti e con un numero di visitatori attorno ai 10 milioni, varrà la pena di raccontarvela in un’altra puntata di questa rubrica.

The Family of Man

Negli anni successivi Bullock tenta nuove strade, utilizza il colore realizzando delle diapositive. Acquista una Exacta 35 mm, utilizza pezzi di vetro colorato, di cellophane, prismi e qualsiasi altra cosa possa riflettere o rifrangere la luce. Lo spinge la reminiscenza dei giorni parigini, ma i limiti tecnologici della stampa del tempo non lo accontentano e torna al bianco e nero sperimentando nuove tecniche. Chiude il diaframma dell’obiettivo a f/64 e monta un filtro grigio neutro sulla fotocamera per allungare i tempi di posa; con questo metodo realizza una nuova serie di immagini dove l’acqua e le nebbie assumono movimenti morbidi e luminosi che trascendono la realtà ordinaria.

Wynn Bullock non si è sottratto all’insegnamento salendo in cattedra per diversi seminari di fotografia. Insieme ad Ansel Adams, Harry Callahan, Aaron Siskind e Frederick Sommer, ha fatto parte del gruppo che ha collaborato alla fondazione nel 1975 del ‘Center for Creative Photography’ presso l’Università dell’Arizona, un istituto che oggi conta nella sua collezione 110.000 opere di oltre 2.200 fotografi.

Infine ci sono due fotografie che mi tornano spesso alla mente: la prima, dal titolo ‘Christmas, Sandy’s (Black cat on stove)’, mi stupisce tutte le volte che la guardo per l’atmosfera che suggestiona, con quella luce che rende alla stufa, al gatto nero accovacciato sopra e agli oggetti che stanno intorno una terza dimensione, quella dimensione che a leggere le parole dell’artista americano va a braccetto col tempo. E ancora di più la trovo nella seconda, Driftwood del1951, con quel tronco sicuramente modellato proprio dal tempo. Bullock ha sempre cercato il connubio fra il tempo e quella terza dimensione che non è una delle caratteristiche propria della fotografia, ma la sua ricerca ha dato i suoi frutti.

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