Mank

Attendevo l’uscita nelle sale di questo film da tempo. Un po’ per i nomi coinvolti (Fincher e Oldman non sono esattamente gli ultimi arrivati nel settore) ma soprattutto da fan sfegatato dell’opus magnum Wellesiano “Citizen Kane”, conosciuto ignobilmente nelle nostre lande come Quarto Potere.

SI, lo so che questo film era disponibile su Netflix già dallo scorso autunno, ma ritengo la visione in streaming uno sciapo surrogato senza sapore in confronto alla magia del grande schermo e alla bellezza di una sala cinematografica, specie quando è praticamente vuota come è capitato al sottoscritto per la visione di questa pellicola (eravamo in quattro e nessuno si è azzardato a dire una sola parola durante la proiezione come invece capita spesso nei cinema).

L’attendevo da tempo dicevo, con un miscuglio di timore e tremore che neanche Kierkegaard avrebbe potuto immaginare. Avevo avuto giudizi e recensioni contrastanti da coloro che già lo avevano visto sulla summenzionata piattaforma, e i pareri oscillavano dal capolavoro alla ciofeca più assoluta.

Ovviamente (e per fortuna) la verità sta nel mezzo.

Mank racconta attraverso una serie di flashback la storia dello scrittore Herman J. Mankiewicz, autore insieme a Welles dello script di Citizen Kane che gli valse un Oscar nel 1942 per la miglior sceneggiatura originale.  Attraverso il pretesto di svelarci i retroscena sulla genesi del capolavoro di Orson Welles, il regista David Fincher (Seven, Fight Club, Zodiac, The Social Network giusto per citare le sue opere più famose) ci regala uno spaccato della Hollywood degli anni Trenta visto attraverso gli occhi del geniale sceneggiatore di origine ebraica magistralmente interpretato da un Gary Oldman in stato di grazia.

Il film prende il via con il protagonista, costretto a letto immobile dopo un pauroso incidente automobilistico, avvicinato da un giovanissimo Orson Welles (astro in ascesa del teatro e in procinto di sbarcare ad Hollywood) che gli commissiona la sceneggiatura del suo primo film. Questa sequenza posta nella prima parte, una scena quasi da cinema espressionista tedesco esaltata dal bianco e nero scelto dal regista e che riecheggia il patto diabolico tra Faust e Satana, è l’incipit che da il la a tutta la storia.

Attraverso i ricordi delle avventure e delle peripezie personali e professionali vissute dallo scrittore quando lavorava per le più grosse case cinematografiche della Hollywood degli anni Trenta, vediamo la sceneggiatura del più grande capolavoro della storia del cinema prendere lentamente forma tra questioni legali, minacce di boicottaggio da parte dei distributori e i problemi con l’alcolismo del protagonista.

Ora, sarà perché il protagonista (uno scrittore alcolizzato con pochi peli sulla lingua, schiavo di ogni tipo di vizio e perennemente nei guai con famigliari, amici, colleghi e superiori a causa delle proprie intemperanze) mi ricorda qualcuno che vedo con estremo piacere ogni mattina allo specchio quando mi lavo i denti, ma a me il film è piaciuto; e mi è piaciuto abbastanza da superare alcune prese di posizione da parte del regista che non condivido, tipo quella di ritrarre Welles come un arrogante usurpatore che non ha scritto neanche una virgola della sceneggiatura del suo film.

Chiaramente per poterlo apprezzare si dovrebbe aver visto almeno una volta Quarto Potere e conoscere qualche retroscena di quel capolavoro.

In ogni caso il mio giudizio su questa pellicola è positivo, e credo meriti di essere vista.

REGIA: David Fincher

CAST: Gary Oldman, Amanda Seyfried, Charles Dance, Lily Collins, Arliss Howard, Tom Pelphrey:, Sam Troughton, Tuppence Middleton, Tom Burke

USA 2020

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