Sogni non in vendita

“Richi, cosa ne pensi della Superlega?”

“Era ora che si facesse!”

A rispondermi così è Riccardo, 11 anni di passione juventina, che probabilmente ha già vinto diverse Champions e giocato diverse Super League alla Play, e che ha le idee ben chiare sull’argomento che per 48 ore ha paralizzato il mondo del calcio. È ora che le partite siano spettacolo puro.

La cosa più divertente della saga Superlega è stata l’alzata di scudi che si è sollevata al grido “stanno uccidendo il calcio”: all’improvviso ci siamo riscoperti tutti calciofili ma soprattutto dei romantici nostalgici del calcio che fu.

Sociologicamente parlando è sempre uno spasso vedere come l’Italia pallonara si infervora e si divide su certe questioni.

Che il calcio non sia più un gioco ma un business è oramai acclarato da decenni, così come è chiaro che i grandi club per “starci dentro” (come dicono i professori della tastiera – ma solo in attesa della riapertura dei bar quando ritorneranno i veri intenditori di calcio-) devono aumentare i propri ricavi. Il calcio a certi livelli è diventato  spettacolo e la gente, sempre più esigente, vuole goderselo appieno dato che guardare le partite costa.

Poco importa dei più idealisti (o ipocriti!?) che improvvisamente hanno riassaporato il gusto dello sport, con le squadre piccole a sognare di battere le grandi perché in tutte le storie è sempre affascinante credere che Davide possa sconfiggere Golia.

Peccato solo che a fare questi discorsi non siano solo i grandi intenditori dei bar, ma siano soprattutto quelli che il calcio lo hanno consegnato nella mani di uomini di affari, in quelle di tifosi più o meno interessati a tutto fuorchè al gioco e che hanno lasciato ai procuratori il potere di dettare leggi di mercato da fantacalcio.

Fortunatamente, che sia Superlega, Champions o campionato, tra diritti tv, ingaggi faraonici e sponsor, c’è una cosa che nessuno ancora riesce a comprare: la magia che c’è nel pallone che rotola su un prato verde. Che a calciarlo sia un bimbo di 11 anni, Mbappé o Leo Messi, l’effetto è sempre lo stesso: la trepidazione per vedere dove va la palla, la sua traiettoria, se il portiere ci arriva, la gioia per il gol, il rammarico per il palo, l’entusiasmo per la vittoria o la delusione e le lacrime per una sconfitta. Non esiste business che possa comprare le emozioni di chi ama questo sport.

Nello spirito dei bambini c’è ancora tutta l’essenza di quello che è il calcio, un gioco, anzi IL gioco, quello capace di scatenare la fantasia e lo stupore che si dipinge sul loro volto grazie a questa sfera così magica. Ho visto ragazzi che dopo un gol hanno scoperto un’incredibile consapevolezza di se stessi, galvanizzati dal loro gesto. Ho visto bimbi timidi e introversi diventare idoli della squadra, portati in trionfo dopo questa o quella giocata. Storie di sogni e di amicizie.

Gli affari che ruotano attorno al calcio stanno provando a strumentalizzare la nostra passione e a comprare i nostri desideri. Ma non sono ancora riusciti a domare il sogno che accende i bambini mentre giocano; per loro la Superlega è davvero una cosa super, ma solo perché lo dice la parola stessa.

Nessuno, per adesso, è ancora riuscito a intaccare la purezza di questo gioco che solo nelle partite dei più piccoli si può respirare e toccare con mano. Di certo dobbiamo vigilare perché nessuno riesca a sgonfiare il pallone disilludendo i bambini e permettendo alla playstation di prendere il sopravvento sulla partitella al campetto tra amici.

Ed è grazie a Richi e a tutti quelli come lui che il calcio non morirà mai.

2 risposte su “Sogni non in vendita”

…”Nello spirito dei bambini c’è ancora tutta l’essenza di quello che è il calcio, un gioco, anzi il gioco, quello capace di scatenare la fantasia e lo stupore che si dipinge sul loro volto grazie a questa sfera così magica.”
La fantasia scatenata dai campioni che vedono alla TV.
La parola Super che significa il massimo e per un bambino di più, indentifica l’eroe, gli eroi (Superlega). E’ proprio grazie al sogni di Richì e dei bambini di tutto il mondo che il calcio non morirà , ma si evolverà.
Io mi sono chiesto se la Superlega potesse essere un’evoluzione di quanto si vede già nei vari campionati nazionali. I primi di ogni campionato , che sono già una élite riconosciuta per fatturati, e giocano in una categoria più alta rispetto alle attuali esistenti.
Quanta strada ha fatto il calcio dalla sua nascita (il 1863 fu la data di nascita della Football Association in Inghilterra), e come è cambiato questo sport senza mai morire. Una delle prime regole era non avere tesserati professionisti. Regola che fu subito tolta perché professionista poteva essere anche l’operaio che si allenava solo dopo il turno di lavoro. Al tempo, il termine professionista indicava chi veniva pagato per giocare, non chi lo faceva per mestiere.
Tornando ai giorni nostri , (150 anni dopo) l’altra cosa che mi fa pensare che il calcio non può morire è che il calcio dei ricchi rimarrà sempre legato al calcio dei poveri perché il primo ha bisogno di del secondo. Il giocatore di talento per fortuna non sceglie dove nascere, e a me piace sempre pensare come Richì e i bambini di tutto il mondo a calciatori come Maradona e Pelé.

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