Sorry we missed you

Sarà che la sera siamo comunque costretti a casa per via delle restrizioni della pandemia, sarà che adesso la tv è diventata molto di più che un semplice elettrodomestico, ma un vero e proprio concentrato di tecnologie che permettono di connettersi al web e a tutti i servizi on-demand, ma la scelta di cosa vedere la sera o nel tempo libero può diventare problematica.

Complice poi la chiusura dei cinema (speriamo ancora per poco), la tv è rimasto l’unico mezzo con cui possiamo fruire della settima arte. Se quindi vorrete seguire qualche consiglio mi accingo a proporvi qualche titolo con non so quale cadenza e senza una precisa logica che sia o temporale (cioè di anno di uscita) o di priorità, ma semplicemente “quello che mi ha ispirato o colpito” durante le mie visioni più o meno recenti e che ritengo essere di nutrimento per l’anima, sia per la qualità del realizzato che per i contenuti espliciti o impliciti. è bello almeno poter condividere le sensazioni che mi hanno suscitato.

Premetto subito che non sono un critico cinematografico ma un semplice appassionato che almeno prova a fare una cernita fra le infinite possibilità che i vari media ci propongono, perdonate quindi se non condividerete ciò che scriverò, anzi… vi invito a comunicarmelo.

Il primo film che vi propongo è “Sorry we missed you” (2019) di Ken Loach (disponibile su Sky- Now Tv e su Dvd). Il titolo, che tradotto significa “spiacenti non ti abbiamo trovato” ma può intendersi anche come “ti abbiamo perso”, si riferisce al biglietto che i corrieri dei vari servizi di consegna a domicilio lasciano nella cassetta postale quando non trovano il destinatario del pacco. Siamo in Inghilterra ai tempi odierni e protagonista del film è Ricky, vero working class hero, e la sua famiglia, la moglie Abbie e i due figli: Seb adolescente problematico e Liza più piccola e “tranquilla”.

Ken Loach è da decenni il più grande narratore di temi di impegno sociale del cinema europeo (e forse mondiale), basti ricordare titoli come “Io Daniel Blake” (Palma d’oro a Cannes 2016), “Piovono pietre”, “Bread and Roses” “La parte degli angeli, “Il vento che accarezza l’erba” tutti pluripremiati e anche qui non si smentisce affrontando senza sconti (il film è durissimo, fa stare male) il tema della “gig economy” cioè i lavoretti a cottimo che sotto la promessa di “mettersi in proprio” diventano in pratica una nuova forma di schiavismo.

Come solitamente fa il regista gli interpreti sono tutti attori non professionisti, uomini e donne comuni, che proprio per questo sanno trasmettere una autenticità e una lotta interiore che difficilmente un cast di “star” avrebbe potuto restituire. Illuminante è la scena iniziale del colloquio di lavoro presso la ditta di spedizioni: “Tu non lavori per noi, lavori con noi; non guidi per noi, tu fornisci dei servizi; non ci sono salari ma parcelle; non timbri il cartellino ma ti rendi disponibile; se firmi con noi diventi il titolare di un’azienda affiliata, padrone del tuo destino!”.

Il nuovo lavoro sembra all’inizio andare bene ma poi basta un piccolo intoppo per cominciare la discesa di Ricky in un girone infernale fatto di indebitamenti per comprarsi il furgone, compensi da fame, nessuna tutela, nessuna assicurazione, giornate che arrivano fino a 14 ore di guida, multe salate se qualcosa va storto e nessun tempo da dedicare a moglie e figli che invece ne avrebbero un immenso bisogno. A ciò si aggiunge che anche la moglie Abbie è una assistente di anziani (adesso si direbbe caregiver), pagata a ore e il quadro della precarietà dei lavori odierni si completa.

Il film è stato girato prima dell’era-Covid e quindi è ancora più amaro considerare che fra le poche aziende che hanno aumentato spropositatamente i propri utili durante la pandemia vi è proprio una multinazionale del commercio on-line che ha fatto della consegna veloce il suo punto di forza.
Abby, Ricky, Seb e Liza Jane non sono supereroi, non hanno nulla di straordinario nelle loro vite. Sono semplicemente una famiglia, con le proprie difficoltà e con una unità che si vorrebbe far vacillare.

Ken Loach ci ricorda che elemento imprescindibile della coesione familiare è, oggi più che mai, la dignità del lavoro che troppo spesso viene sistematicamente negata. La schiavitù non è stata abolita. Ha solo cambiato nome. Loach e con lui (in tutt’altro ruolo) Papa Francesco non smettono di ricordarcelo. Se quindi alla fine c’è una fragile speranza di uscita da questo inferno, ad impedire che il protagonista si perda definitivamente, è la faticosa riconquista dell’unità familiare.

Concludo con l’avviso che il film è stato incluso dalla Commissione nazionale valutazione film della CEI nel Sussidio di quaresima/Pasqua dal titolo “Piaghe del presente e orizzonti di resurrezione” e disponibile al link: http://www.cnvf.it/wp content/uploads/sites/2/2021/02/Sussidio_Cnvf_Quaresima_Pasqua.pdf.

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Scheda Film
Paese di produzione: Regno Unito, Belgio, Francia;
Anno: 2019;
Durata: 101 min;
Genere: drammatico;
Regia: Ken Loach;
Sceneggiatura: Paul Laverty;
Fotografia: Robbie Ryan;
Montaggio: Jonathan Morris;
Interpreti e personaggi:
Kris Hitchen – Ricky Turner;
Debbie Honeywood – Abbie Turner;
Rhys Stone – Sebastian “Seb” Turner;
Katie Proctor – Liza Jane Turner.

Alberto Saccani

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