Ora di promuovere il bene

Riflettendo sulle festività pasquali, penso alla primavera della natura che sta esplodendo nella sua bellezza laddove ci sono piante e alberi che trovano ancora intatta la loro linfa vitale. Le giornate di sole ci invitano a uscire, anche soli e muniti di mascherina, per respirare, appena fuori dalla città, un’aria frizzante e rigenerante.

Ecco, guardare fuori dai nostri soliti circuiti mentali e spirituali può essere il senso religioso e laico della Pasqua. Andare oltre i nostri schemi spesso condizionati da una società che tende a privatizzare, monetizzare, organizzare ogni cosa con l’illusione di tenere tutto sotto controllo.

Il ciclo della natura non necessita del controllo degli uomini per fare il suo corso, anzi spesso questa azione esterna è risultata nefasta per l’ambiente che ci ospita. Anche chi non partecipa ai riti pasquali, ma ha a cuore le sorti dell’umanità e si adopera perché vengano rispettati persone e ambiente, contribuisce a trasmettere un messaggio d’amore verso una Terra dolente.

È vero, siamo circondati da ingiustizie, non troviamo risposte alla pandemia, alla malattia, alla morte, alle guerre agite o ideologiche mai risolte. Il contrasto tra “il bene e il male” ci accompagna dalla comparsa del genere umano sul pianeta. La Pasqua ci invita a non vedere solo il negativo al di fuori di noi, ma ad essere noi stessi promotori del bene, del giusto, dell’umano.

Perché questo cambiamento interiore possa realizzarsi occorre alleggerire il nostro cuore dalla stanchezza e dalla sfiducia che porta alla disperazione e all’immobilità. Vita, morte e resurrezione sono i momenti cruciali del periodo pasquale e possono farci riflettere su quanto sia breve il tempo che ci è concesso per agire l’interiore rinnovamento che porta ad una un’umanità migliore.

Fare Pasqua significa sentire di camminare insieme, cercando di comprendere le parole dell’altro, facendo attenzione al suo dolore, gioendo della sua felicità senza invidia per ciò che l’altro possiede e che a me manca. Cammineremo con ritmi diversi, ognuno con il proprio passo, i propri inciampi, le proprie soste.

Sostare significa non avere fretta e nemmeno irritarsi perché il cammino è troppo lento. Non importa quanta strada faremo insieme, né quale sarà la nostra meta, ma è importante sentirsi parte del mistero della vita, morte e resurrezione, mistero della Pasqua. Voglio terminare con un pensiero di un mio amico Vescovo: “Lasciamoci alle spalle la stanchezza, la sfiducia e la disperazione, e mettiamoci a correre sulla via della speranza e dell’amore, ma non domani: subito”.

Franco Torricelli

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