18 marzo, in memoria delle vittime della pandemia

Perché fare memoria di quest’anno o Signore? Delle donne e uomini morti a seguito del Covid? Che senso può avere ora ricordare? La prima reazione può essere quella di rimuovere le immagini dolorose, che riportano alla memoria fatiche e rinunce e non aggiungere parole a parole. Forse sarebbe meglio il silenzio, nel tentativo di andare avanti e voltare pagina.

Ma il recente passato parla ancora fortemente al nostro presente, le nostre comunità piangono i cari scomparsi e molti di noi portano le cicatrici di degenze prolungate e isolamenti estenuanti. Tutti noi abbiamo nel cuore una storia da raccontare. Soprattutto tu Dio, Signore della storia, ci richiami a fare memoria.

Questa indicazione non fa riferimento ad un innocuo sforzo della mente ma ci porta a mantenere viva una relazione con Te nostro Padre. Ricordare è rendere presente ciò che è avvenuto e non impegna solo il passato ma il presente e il futuro, significa riconoscere che Tu accompagni il popolo nel cammino di salvezza, che non ci abbandoni, significa ripercorrere il tragitto della nostra barca in burrasca, soccorsa da Te, leggere i segni che hai manifestato a ciascuno di noi e alla Chiesa, pellegrina nel mondo, indicandoci già ora dove esplorare nuovi sentieri all’interno della Verità del Vangelo.

20 febbraio 2020: il virus che appariva lontano e estraneo è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e in pochi giorni, mentre la tv trasmetteva senza interruzione immagini di ospedali sovraffollati, strade e piazze deserte, sono emersi volti di donne e uomini comuni che di fronte all’emergenza hanno scelto di spendersi interamente e senza sosta per dare sollievo alle molte emergenze che velocemente affioravano. Alcuni li hanno chiamati “angeli”, in realtà appartenevano a categorie fra loro molto diverse: dal personale sanitario impegnato in prima linea fino al sacrificio di sé, ai volontari che distribuivano pasti e sarte che confezionavano mascherine, tassisti che portavano gratuitamente i medici in albergo e ristoratori che preparavano il cibo da donare agli operatori in ospedale per rendere la loro fatica meno dura. Donne e uomini di buona volontà che hanno sentito il richiamo del Vangelo che parla ad ogni cuore. Di questo Signore ti ringraziamo!

Contemporaneamente è emerso fin da subito un aspetto crudele di questa malattia: chi ne è colpito deve essere isolato completamente, escluso fin da subito dagli affetti familiari e dalla comunità; abbiamo dovuto quindi assistere a questo doloroso rito di persone a noi care che, dopo essere state prelevate velocemente e in sicurezza, sono scomparse in pochi giorni ai nostri occhi senza la possibilità da parte dei familiari di un accompagnamento, di un saluto, un rito di commiato. Questa esperienza vissuta da molti ha prodotto una grande ferita che tutt’oggi sanguina. Per tutto questo Signore ti chiediamo aiuto!

Infine la tua Chiesa: anche le nostre parrocchie e comunità sono state travolte, interrotte bruscamente nelle attività ordinarie e immerse in una Quaresima dal sapore tutto speciale. In mezzo al disorientamento generale, a seguito dell’interruzione delle celebrazioni e degli appuntamenti consueti, siamo andati alla ricerca di modi e tempi per continuare a manifestare prossimità tra uomini a donne improvvisamente consapevoli della propria fragilità, con un bisogno forte e autentico di preghiera.

Papa Francesco è venuto in nostro aiuto ricordandoci nella celebrazione del 27 marzo 2020 che Dio non abbandona la sua barca in tempesta e la Chiesa come madre ha manifestato la sua vicinanza in modo creativo, attraverso le celebrazioni eucaristiche televisive e le parole di esortazione del vescovo Massimo, le attività che i nostri sacerdoti hanno velocemente organizzato per rendersi presenti in ogni modo, per incoraggiare e confortare. Gli incontri serali su Meet e le preghiere nelle case hanno espresso un forte bisogno di combattere l’isolamento prodotto dal virus e fare comunione attraverso la rete invisibile della preghiera.

Ti abbiamo sentito forte e presente o Signore oltre le nostre paure nei volti di chi soffriva e di chi se ne prendeva cura, nella battaglia che ogni giorno abbiamo combattuto! Al termine di quella Quaresima ti abbiamo voluto raccontare nella Via Crucis cittadina attraverso voci e sguardi di operatori sanitari, volontari, sani e ammalati, testimoniando come tu, Signore, vesti i panni del sofferente e di chi se ne prende cura e come la tua passione si intrecci indissolubilmente con la nostra.

Ed ecco con il riaccendersi della pandemia, grazie ad una bella collaborazione con la Direzione ospedaliera, la nostra Chiesa diocesana ha avuto l’opportunità di far entrare nei reparti Covid 15 giovani sacerdoti, opportunamente formati e messi in sicurezza. Attraverso di loro tutti ci siamo sentiti dentro quei reparti, desiderosi di sostenere e confortare chi è nella malattia e nella prova e il personale sanitario immaginando di essere figlio, nipote, fratello o sorella delle persone lì ricoverate.

Molti sono gli ammalati che i sacerdoti volontari hanno visto uscire e tornare alle loro case, altri sono stati accompagnati al termine della loro esistenza terrena sostenuti dalla preghiera in una comunione che va oltre il tempo. Tu ci hai ancora una volta indicato Signore che ogni futuro della Chiesa passa attraverso la condivisione e il servizio e che la memoria è l’arma più potente per costruire il nostro futuro.

Lucia Ianett

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