La questione del genere

La «querelle» circa la parità di genere nel governo

È di questi giorni la polemica riguardante la composizione del nuovo governo; molte voci, da più parti, si sono levate sottolineando la mancanza di equilibrio tra la componente maschile e la componente femminile, con quest’ultima, a detta di molti, ancora penalizzata. Anche questa querelle, come molte altre in questo momento storico, ha però il merito di portare ancora più alla ribalta l’ipocrisia e la contraddizione che riguardano la questione del genere, o del gender come più esoticamente si tende a definire.

L’ipocrisia e le contraddizioni

Da una parte infatti, in maniera abbastanza ridicola per la verità, si tende a negare la differenza di genere e così si vorrebbe sostituire a mamma e papà – che certamente non lo sono per tradizione, ma per realtà – l’impersonale definizione di genitore 1 e genitore 2, dall’altra si contesta una sbilanciata ripartizione di posti tra maschi e femmine all’interno di istituzioni, luoghi di lavoro, eccetera. Ma allora il genere, il maschile e il femminile, esistono o no? Ed è possibile negarne la differenza in alcuni ambiti e, invece, rimarcarne le peculiarità in altri settori?

Ancora, in ambito medico, negli ultimi tempi è stata molto enfatizzata e oggetto di numerosi studi la cosiddetta medicina di genere, cioè quel settore della medicina che tende a studiare le caratteristiche delle malattie nel sesso femminile e nel sesso maschile rimarcando le differenze e peculiarità, che evidentemente, dal punto scientifico esistono eccome.

Il genere non è un’opinione, ma realtà

Dunque, il genere non è un’opinione, ma una realtà dal punto di vista della natura e della scienza e conseguentemente non è corretto, né operazione di verità, negarne l’evidenza. L’evidenza e la scienza ci raccontano che la generazione di una vita, di un figlio necessita di una cellula maschile e di una cellula femminile. Ci raccontano che le caratteristiche fenotipiche, cioè riguardanti la struttura fisica, sono differenti tra uomo e donna, in quanto solo quest’ultima è veramente in grado di portare nel suo grembo uterino la nuova vita che si va via via sviluppando.
Che solo alla donna appartengono quegli organi, le mammelle, che possono nutrire il piccolo neonato. Che la relazione che il piccolo fin dal grembo uterino e via via crescendo sviluppa nei confronti della madre lo porterà tra le prime parole a pronunciare quelle semplici sillabe che diranno “mamma” e non genitore 1 o genitore 2. Tutto il resto è e rimane una artificiosa distorsione della realtà.

Il genere maschile e femminile, radice delle nostre relazioni

In un mondo nel quale – oggi in particolare nella pandemia che viviamo, ma in generale anche prima per la destrutturazione della società moderna – abbiamo perso in gran parte la profondità e la bellezza delle relazioni interpersonali, sarebbe ed è veramente molto pericoloso il perdere anche quelle che sono e rimangono le primordiali e fondamentali relazioni dell’uomo. Il potere pronunciare dandovi un senso profondo e vero quelle parole di poche sillabe: papà, mamma. Esse rimangono sempre o forse di più oggi il fondamento di ogni relazione. Il caposaldo di quella relazione di amore, di custodia, di protezione di cui ogni uomo ha profondamente bisogno e senza le quali una società perde la sua anima, la sua connotazione più profonda e conseguentemente anche il senso del vivere.

Non mera ripartizione di posti, ma rispetto di merito e competenze

Poi tornando al problema dell’equa ripartizione dei posti credo che se parità – com’è giusto che sia – tra figure maschili e figure femminili nella società vi debba essere, questa non può essere uno schema costruito a tavolino, ma debba rimanere una questione di merito, di competenza e di impegno, indipendentemente dalla questione di genere.

Giuseppe Chesi
Associazione Medici Cattolici Italiani – Reggio Emilia

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