Ibra vs LeBron, chi ha ragione?

ibrahimovic

Tiene banco in questi ultimi giorni la querelle tra Zlatan Ibrahimovic, calciatore del Milan, e la LeBron James, giocatore di basket dei Lakers, sulla convenienza per uno sportivo di impegnarsi in battaglie politico-sociali.

Se il primo è un fautore del farsi gli affari propri e che il mondo dello sport non deve assolutamente intromettersi in altre vicende per non essere a sua volta strumentalizzato o usato in malo modo, è di diverso avviso il cestista americano, convinto attivista dei diritti dei neri negli Stati Uniti e voce di tante battaglie sociali a favore dei più deboli.

Dibattito aperto e opinione pubblica divisa: chi ha ragione effettivamente?

Che lo sport abbia una valenza sociale e universale è riconosciuto da tutti. E sono tanti gli sportivi che si sono prodigati per battaglie giuste, anche a discapito della propria carriera.

La storia è piena di episodi del genere: Jessie Owens alle Olimpiadi di Berlino del 1936 scompaginò i piani di Hitler che attraverso l’evento sportivo voleva esaltare la superiorità ariana, ma il velocista di colore mise le cose a posto aggiudicandosi l’oro; Tommie Smith e John Carlos a Messico ’68 con la sola forza del loro pugno alzato hanno denunciato a tutto il mondo lo scandalo del razzismo. E poi ancora, il rifiuto di Cassius Clay di arruolarsi e le sue posizioni pacifiste contro la guerra in Vietnam che gli costarono parecchio in termini di premi e di libertà. Tutti Uomini, con la u maiuscola, prima che atleti, consegnati alla storia ai quali potremmo affiancare altri grandi nomi.

Il mondo dello sport, coi suoi campioni, oltre a generare grandi profitti economici, è certamente un ottimo mezzo per veicolare ogni tipo di messaggio avendo come platea il mondo intero: basti pensare come Olimpiadi o Mondiali di calcio siano fenomeni di massa che investono ogni classe sociale a qualsiasi latitudine. E il rischio di strumentalizzare eventi di tale portata per lanciare messaggi politici non va certo trascurato.

Tutti ricordiamo la famosa partita Argentina-Inghilterra, al Mondiale 1986, con la mano de dios, spiegata da Diego Armando Maradona come la vendetta sudamericana all’invasione delle isole Malvinas da parte delle forze britanniche.

Cosa c’entra la politica o peggio ancora la guerra con l’evento sportivo che dovrebbe portare solo gioia e spensieratezza? Lo sport è fatto di uomini, e come tale è soggetto a tanti tipi di pressione e di business.

Ci si aspetta sempre che sotto una divisa da gioco e dietro ad un ingaggio faraonico ci siano anche idee e valori, e non solo portafogli pieni, auto di lusso e belle donne.

I campioni, soprattutto, dovrebbero essere investiti di quel ruolo morale che li rende l’esempio per tutti. Non a caso quando ci rivolgiamo ai più piccoli, per infervorare la loro passione, li incitiamo a fare il gesto tecnico di questo o quel campione. E non sarebbe affatto male se li citassimo anche come i modelli da seguire ed ascoltare per battaglie etiche e a difesa degli oppressi.

Peccato solo che nell’era del grande fratello e del pettegolezzo sfrenato, faccia più notizia lo stile di vita discutibile di molti sportivi che la rettitudine di altri, ma questo è un altro discorso.

Fatto sta che non solo i più piccoli guardano i miti dello sport, ma anche i grandi della terra: lo stesso LeBron James è stato attaccato niente di meno che da Donald Trump in persona per il suo impegno a favore dei diritti dei neri negli Stati Uniti. Un voce scomoda  che ha spaventato le stanze del potere.

In conclusione capisco il discorso di Ibra nel non voler “contaminare” lo sport con cose extra, ma ammiro il grande LeBron James che, da uomo prima e sportivo poi, si è preso la responsabilità di impegnarsi contro la discriminazione razziale. Si può essere campioni anche di umanità.

Che poi alla fine, al di là del duello verbale tra i due campioni, è su un punto fondamentale che dovremmo rivolgere il nostro sguardo: possibile che nel 2021 siamo ancora qui a dover parlare di razzismo?

Staremo a vedere se Ibrahimovic dal palco del teatro Ariston di Sanremo replicherà al giocatore dei Lakers o se si concederà l’ennesimo monologo in cui parlerà in terza persona di se stesso definendosi come un grande uomo. Ai fatti l’ardua sentenza.

Una risposta su “Ibra vs LeBron, chi ha ragione?”

Complimenti per l’articolo.
Vorrei aggiungere alla lista di atleti che si sono distinti per le loro battaglie politiche ed etiche, Marco Lokar: un nome sconosciuto ai più, ma non ai tifosi di basket come me. Triestino di nascita e grande talento, cercò l’avventura americana militando nell’università “Seton Hall” di New York. Qui si rifiutò di giocare con la bandiera americana cucita sulla maglietta durante la prima guerra del Golfo. Questa scelta, di fatto, gli stroncò una promettente carriera

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