Le funzioni del linguaggio

In questo articolo si parla di linguaggio umano, di linguaggio verbale, cioè della più alta forma di comunicazione che si possa incontrare in natura.

Ovviamente noi comunichiamo anche con le espressioni (la mimica) e con i gesti (la pantomimica) e anche con alcuni “segni convenzionali”, ma queste forme di comunicazione appaiono decisamente povere se paragonate al linguaggio verbale.
Egualmente si parla di “linguaggi animali”, e certo la comunicazione fra animali (si pensi alle api ad esempio) ha una perfezione assoluta, matematica; ma, come tutto ciò che si deve all’istinto, non è “dinamica” e, soprattutto, ha una sola funzione; mentre il linguaggio umano ha una molteplicità di funzioni, come vedremo.

Le funzioni originarie
Mi pare che la funzione fondamentale del linguaggio, quella originaria, che precede tutte le altre – giacché senza di essa le altre non potrebbero esistere – sia il potere che ha il linguaggio di dare un nome alle cose. Questo potere si potrebbe definire denominativo o perfino battesimale ed è espresso bene da un passo del Genesi: “Con un po’ di terra Dio, il Signore, fece tutti gli animali della campagna e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati. Ognuno di questi animali avrebbe avuto il nome datogli dall’uomo. L’uomo diede dunque un nome a tutti gli animali domestici, a quelli selvatici e agli uccelli” (Gen, 2, 19).

Siccome, in un precedente passaggio, Dio ha invitato l’uomo e la donna a “crescere e moltiplicarsi” ma anche a dominare sugli altri viventi, è evidente che la possibilità di “dominare” sia fondata su quella di “denominare”; cioè che il linguaggio sia il più potente strumento di dominio.
(È vero che noi usiamo poco questo potere originario, giacché ognuno di noi trova una lingua già pronta da utilizzare, cioè non la inventa ma la impara; però questo “imparare” è un continuo “imporre nomi” – e poi la lingua, in continua evoluzione, ci coinvolge.)

Questo potere originario non servirebbe a nulla, se non fosse accompagnato da un “gemellare” potere evocativo: dal potere di “chiamare le cose”, e così farle, in qualche modo, apparire, quando non ci sono.
È questo potere evocativo che ci consente di “maneggiare gli oggetti” in loro assenza; e da qui si dipartono le “funzioni d’uso” del linguaggio; quella pragmatica, quella culturale eccetera.

Le (principali) funzioni d’uso
Che cosa è una funzione d’uso? È il motivo per cui si adopera il linguaggio ed il fine che si propone.

1. La prima “funzione d’uso” del linguaggio che si presenta alla nostra attenzione – la più semplice, la più spontanea – è quella pragmatica. “Avvicinati, allontanati, passami il sale, ci vediamo alle 4, ecc.” Il “linguaggio pragmatico” ha uno scopo immediato: vuole ottenere qualcosa: un oggetto, un’azione o un comportamento; si esprime sotto forma di preghiera ma anche come ordine o consiglio.
La funzione pragmatica darebbe al linguaggio un suono autoritario se non fosse temperata da formule di cortesia oppure accompagnata da adeguate spiegazioni.
Ma, se è accompagnata da troppe spiegazioni, “cede il passo” ad un’altra funzione.

2. La seconda funzione appare molto più complessa di quella pragmatica: essa va dalla conversazione fra amici alla lezione universitaria; ma, più si allontana dalla prima e si avvicina alla seconda, più si trasforma da “informativa” in formativa o culturale: il linguaggio trasmette allora le tecniche e/o i valori di una determinata cultura. Ciò può avvenire da individuo a individuo, da un individuo a un gruppo, da un gruppo a un altro gruppo, da una generazione a un’altra generazione.

Con riferimento alle sue modalità, e alla centralità del racconto in ogni forma di comunicazione, questa funzione potrebbe anche essere definita narrativa oppure descrittivo-narrativa: la descrizione infatti (di un oggetto, di un volto, ecc.) mi sembra subordinata alla narrazione. Se la prima è statica, la seconda è dinamica. Se la prima dice “piove”, la seconda dice “piove da ieri”. Se la descrizione, in senso stretto, si può paragonare a una fotografia, la narrazione si può paragonare a un film.

3. Dalla funzione culturale/narrativa va distinta quella argomentativa. Infatti, in questo caso il linguaggio si presenta come un ragionamento: cioè è condotto da una idea-guida e caratterizzato da uno sviluppo concettuale. Data una tesi, per successivi passaggi, la si porta a una conclusione coerente. C’è da dire che esistono vari tipi di argomentazione e che anche il testo più concettuale ha bisogno di esempi; il che significa che ha bisogno di ricorrere alla funzione culturale e alle sue modalità narrative. Ma il linguaggio, nella sua funzione argomentativa, si spinge fino alla matematica e alla logica e può avvalersi di simboli cioè di una forma di comunicazione assolutamente universale.

Probabilmente gli errori metafisici, di cui sarebbe costellata la tradizione filosofica, sono dovuti a un uso distorto del linguaggio nella sua funzione argomentativa.
Così sostenevano – sulla linea tracciata dal “primo” Wittgenstein – i pensatori del Circolo di Vienna.
Ma intanto Wittgenstein aveva “allargato l’orizzonte” – come diremo più avanti.

L’animale-che-parla
Se l’uomo è l’animale-che-parla, se ciò che lo distingue dagli altri animali è la parola, l’analisi del linguaggio, delle sue funzioni, dovrebbe rivelarci non solo qualcosa sul linguaggio, ma anche qualcosa sull’uomo.
E infatti, se la funzione pragmatica rivela che l’uomo è un essere materiale, con dei bisogni da soddisfare e dei desideri da perseguire, la funzione argomentativa ci dice che è un essere razionale, capace di analizzare i suoi obiettivi e di perseguirli con un comportamento adeguato. La funzione culturale/narrativa infine ci rivela che l’uomo è un essere relazionale (che si rapporta con gli altri uomini), sociale (che vive in gruppi) e culturale (che trasmette il suo sapere alle generazioni successive).

L’analisi del linguaggio ci conduce inoltre a una panoramica delle principali attività umane: ad es. la pubblicità, la propaganda, e perfino l’educazione, almeno nei suoi aspetti immediatamente “disciplinari”, corrispondono al linguaggio pragmatico; la letteratura e il (buon) giornalismo, ma anche le scienze storiche e le scienze naturali, alla funzione culturale/narrativa; la matematica e la filosofia a quella argomentativa.

La funzione metalinguistica e quella ludica
4. Si potrebbe però, a questo punto, ipotizzare una quarta funzione d’uso.
Quando l’oggetto del linguaggio non è un oggetto (o se si preferisce il concetto corrispondente), ma il linguaggio stesso studiato come oggetto, stiamo adoperando la funzione metalinguistica.
Ed ecco la grammatica, la sintassi, la etimologia, perfino la filosofia del linguaggio. Ma il linguaggio verbale è anche in grado di studiare linguaggi non verbali convenzionali: ad es. la segnaletica stradale.
Il “meta-linguaggio” può mettere a confronto varie lingue e perfino creare – mescolandole – una lingua artificiale (l’esperanto ad esempio). Può creare una lingua nuova, originale, che non esiste, come pare facciano a volte i bambini quando giocano (e così facendo sperimentano il potere denominativo che ha il linguaggio).

5. La funzione ludica è l’ultima funzione di cui ci occupiamo, ma è la prima a manifestarsi. Ce la rivelano le lallazioni del bambino, quelle ripetizioni di vocali o di sillabe che non hanno altro fine che il piacere e il divertimento (ma servono a esercitarsi nella lingua). Questa funzione d’altra parte si rivela anche nelle ninne-nanne, usate dall’adulto per addormentare il bambino, o nelle filastrocche… L’uso della rima e dei ritmi dati dagli accenti è sempre fondamentale. Il senso delle filastrocche è spesso il non-senso giacché ciò che conta è il suono.

Quando il bambino impara a parlare, come è facile intuire, le parole non sono più suoni, ma cose. Perciò per i bambini, come per i primitivi, la parola è magica e ha un potere “convocativo” giacché corrisponde, materialmente, alle cose.
Ma ben presto il potere convocativo diventa un semplice potere evocativo – e si allinea con tutto quello che abbiamo detto finora.

I «giochi linguistici»
Si potrebbe anche sostenere che la funzione originaria, che abbiamo definito denominativa o battesimale, sia da ricondursi alla poesia; o almeno vicino ad essa. Infatti l’atto denominativo è un atto creativo per eccellenza e in ciò somiglia all’espressione poetica. Si intende poi che la poesia può battezzare le cose del mondo, ma anche le cose d’un altro mondo – cioè creare un mondo che non c’è e trattarlo come se ci fosse.

Un atto linguistico rimane qualcosa di molto complesso nel quale possono darsi – anche contemporaneamente – più di una funzione.
Inoltre, se cambia il contesto in cui si usa il linguaggio, può cambiare il suo significato. Ogni professione, ad es., ha il suo “linguaggio specifico”, come d’altra parte ogni gioco.
Si deve a Ludwig Wittgenstein la teoria dei giochi linguistici secondo la quale una parola o una frase possono avere senso in un contesto e non averne in un altro. Così, mentre Rudolph Carnap, ad esempio, voleva ridurre il linguaggio a quello della scienza (secondo lui l’unico “corretto”), Wittgenstein spostava l’attenzione sull’uso quotidiano della lingua.

Antonio Petrucci

Autori citati
L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi 1974
H. Hanh, O. Neurath, R. Carnap, La concezione scientifica del mondo. Il Circolo di Vienna, Laterza 1979
L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi 1999

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