La Messa domenicale in famiglia?

Da semplice e povero cristiano desidero esprimere alcune riflessioni in merito al problema della partecipazione alle funzioni religiose ed in particolare alla santa Messa domenicale in questo momento particolarmente difficile di pandemia. A tale proposito ho seguito il dibattito a livello nazionale e diocesano nel quale ho visto particolarmente impegnato il nostro vescovo monsignor Massimo Camisasca. Senza voler mettere in discussione le indicazioni del nostro vescovo e pastore che sottolineano l’indubbia importanza della Messa partecipata fisicamente in chiesa, vorrei però umilmente esprimere un mio personale dissenso su alcune posizioni assunte e manifestate a livello mediatico televisivo dallo stesso vescovo che hanno di fatto messo in dubbio o in discussione la possibilità di ottemperare al precetto festivo con modalità alternative e diverse, come quelle messe in onda da alcune trasmissioni televisive.

In un momento di gravissima pandemia come il nostro, nel quale si rischia di mettere in pericolo la salute e la stessa vita di centinaia e migliaia di persone, trovo inopportuno che un Pastore della Chiesa continui a ribadire e a rimarcare in modo così insistente e ripetuto il principio inderogabile della presenza fisica dei cristiani alla Messa domenicale, nel tentativo di rinchiudere una parte del gregge in steccati ben definiti e sicuri, lasciando che il resto delle pecore si disperda senza alcuna guida.
Nulla da eccepire sul piano teologico, ambito nel quale non oso mettermi a disputare col mio Pastore (ci vorrebbe altro!), ma sul piano umano, sociale e morale, ritengo che la santa Messa seguita attraverso i mass media, considerata l’eccezionalità e la gravità delle circostanze, potrebbe e dovrebbe essere suggerita e caldamente consigliata a livello pastorale come valido strumento di profonda crescita spirituale, con pari dignità e validità della stessa Messa in presenza.

Aggiungo inoltre che potrebbe essere rivolto un caldo invito ai cristiani, da parte dei competenti organismi ecclesiali e pastorali, di cogliere l’opportunità offerta dai mass media con la trasmissione delle Messe domenicali, per unire la famiglia, minata nella sua solidità in questi momenti di difficile convivenza, in un rinnovato spirito di fede e di comprensione reciproca.

Vorrei inoltre far presente come il numero necessariamente limitato e giustamente contingentato, legato il più delle volte a prenotazione, delle presenze in chiesa, rischi di creare qualche discriminazione tra i fedeli, favorendo le solite persone dell’entourage ecclesiastico o parrocchiale ed escludendo di fatto le persone che vivono al margine della vita della chiesa, che sarebbero quelle che avrebbero maggior bisogno dell’aiuto del Signore e della sua grazia sacramentale per affrontare con un briciolo di fede le difficoltà e i disagi creati dalle attuali circostanze.

 

Altro atteggiamento rilevato dal sottoscritto durante le funzioni in chiesa riguarda l’estraneità reciproca che si crea di fatto fra un certo numero di fedeli, soprattutto anziani, dovuta al doveroso distanziamento precauzionale dettato dalle regole anti-Covid che provoca una naturale e spontanea diffidenza nei rapporti interpersonali, andando a limitare notevolmente quell’aspetto comunitario e conviviale che dovrebbe avere la celebrazione eucaristica stessa.

Perché allora non adoperarsi maggiormente, a livello teologico o pastorale, per agevolare e valorizzare la partecipazione comunitaria dell’intera famiglia, all’interno delle mura domestiche, alla messa domenicale, seguita eventualmente in tv, offrendo utili strumenti formativi allo scopo di santificare nel miglior modo possibile il giorno del Signore, aprendo uno spiraglio di fede e di speranza ad un maggior numero di fedeli? Persistendo questa realtà pandemica, si potrebbe trovare anche qualche soluzione per ricevere il dono dell’Eucarestia in famiglia, impegnando semmai sacerdoti, diaconi e ministri della Comunione a portare il pane consacrato nelle case degli interessati già nei giorni precedenti la festività, perché possa poi essere “consumato” tra i famigliari durante la partecipazione alla messa domenicale.

Un’ultima riflessione la vorrei porre sul problema della confessione sacramentale individuale; considerando l’attuale difficoltà di un numero consistente di cristiani di poter rapportarsi in tranquillità e sicurezza con un sacerdote, suggerirei un approccio sacramentale al perdono di Dio a livello comunitario, come credo sia avvenuto e avvenga ancor oggi in certe realtà missionarie (vedi un accenno alla confessione sacramentale comunitaria in terre di missione nella lettera di don Gabriele Carlotti, scritta e pubblicata su un quotidiano locale in occasione della morte di don Ercole Artoni), modalità sicuramente diversa rispetto al momento penitenziale che si svolge attualmente all’inizio della Messa, atto che non esonera però da una successiva confessione individuale…

Credo che molti cristiani sentano oggi più che mai il bisogno umano, psicologico e spirituale del perdono di Dio, un perdono che avvertono pienamente garantito da un sacramento che può essere anche comunitario, se la Chiesa, a cui è delegato l’importante compito di elargire l’infinita misericordia del Signore, illuminata dalla sapienza dello Spirito, intendesse consapevolmente ed umilmente chinarsi a curare, con particolare attenzione alle circostanze presenti, le ferite dell’anima di tanti poveri cristiani.

Scusandomi per l’avventatezza con la quale ho osato affrontare problemi e argomenti non sempre di mia stretta competenza, ma che sento e vivo nel più profondo del cuore, chiederei umilmente di aprire un dialogo non solo formale, ma franco e sostanziale, anche attraverso il vostro settimanale, col mio vescovo e col popolo cristiano. Con vivo ringraziamento.

Carlo Ferrari

La risposta data da don Matteo Bondavalli, direttore Ufficio Liturgico diocesano, è su La Libertà del 27 gennaio 2021

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