Voci di miele

Il 27 gennaio ricorre la giornata della Memoria in ricordo della Shoah, la più grande manifestazione dell’abisso nel quale può condurre la malvagità umana. Una malvagità ingiustificata e ingiustificabile, resa ancora più vergognosa da chi ha taciuto, pur sapendo, o di chi ha parlato, negando e mentendo di fronte all’evidenza.
La Shoah, il momento in cui il male ha rimboccato il letto del mondo con coperte di pece macchiando l’umanità di un’atrocità che neppure il tempo può lavare via.
Ma nel pensare a ciò che è stato, insieme agli indistinti tumulti di dolore che mi sembra di udire in lontananza, affiora anche un suono, meno straziante ma altrettanto commuovente: quello melodioso delle voci di miele di coloro che hanno saputo innalzare un coraggioso cantico alla vita laddove questa stava barbaramente scomparendo.

Voci delicate come un sussurro ma rassicuranti come un abbraccio, umili come una preghiera ma salde come la roccia.
Le voci di coloro che, come nettare, hanno nutrito il ventre delle anime gettate in pasto alle fameliche fauci della barbarie umana, impedendo che questa le divorasse. Voci che, come la luce rappresentata nell’opera di C. Parmiggiani (Senza titolo, 1995, nell’immagine) hanno saputo squarciare il buio e farlo arretrare colpendolo dal di dentro.
Voci di amore, di vita, di speranza, di forza e di consolazione che hanno curato inguaribili ferite versando il miele della tenerezza, della solidarietà e della fede sulle piaghe aperte dall’odio e infettate dalla follia distruttrice.

Citare tutti i nomi dietro a queste voci sarebbe inopportuno e non renderebbe giustizia a ciò che il loro stesso esistere ha rappresentato; perché è primariamente grazie a loro se qualche persona innocente si è salvata ed è stata liberata, quantomeno nello spirito.
Se il buio si rischiara e arretra nell’opera di Parmiggiani, infatti, è perché la luce che lo contrasta non è evanescente ma è piena di sostanza, è densa, incarnata, palpabile e tangibile tanto da potere essere conservata in un piccolo vasetto. E se il buio si ritira è perché lo splendore di quella luce brilla dentro di esso, fuoriesce dalle sabbie mobili dell’oscurità: non appare dopo, né aspetta che le tenebre facciano meno paura, ma dal di dentro si espande e divampa coricandosi sull’altro per soffiarne via il male che lo opprime.

Nella canzone che dà titolo a questo articolo, Elisa parla di “voci di miele da ricordare”: tra queste, merita un ricordo particolare Etty Hillesum, il cui desiderio era di “essere un balsamo per molte ferite”. E nelle ferite che lei stessa ricevette, ebbe la forza di rivolgersi a Dio pregando in questo modo: “Sappilo, Dio: farò del mio meglio. Non mi sottrarrò a questa vita. Continuerò ad agire e a tentare di sviluppare tutti i doni che ho, se li ho. Non saboterò nulla. Di tanto in tanto, però, dammi un segno. E fa’ in modo che esca da me un po’ di musica, fa’ in modo che trovi una forma ciò che è in me, che lo desidera così tanto”. La sua stessa presenza, fede e integrità sono segno che la musica di una voce di salvezza può risuonare dentro ciascuno.

Forse potremmo provare a non rendere vana la sua, e di tanti altri, lotta al male, portando ciascuno nelle proprie tasche un piccolo boccetto di quelle voci di miele per ricordare che anche ciascuno può diventare questa voce per l’altro per accompagnare i nostri e altrui momenti di buio seminando gemme di amore e di speranza.
“Fiorire e dar frutti in qualunque terreno si sia piantati – non potrebbe essere questa l’idea?” (E. Hillesum).

 

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