Martire «in odium fidei»

Rosario Livatino e la giustizia come dono di sé a Dio

Sulla stele che lo ricorda, sulla statale 640 Porto Empedocle-Caltanissetta, nel luogo in cui fu ucciso dalla stidda agrigentina, Rosario Livatino viene indicato come “martire della giustizia”. Adesso la Chiesa cattolica, con l’autorizzazione di Papa Francesco alla Congregazione delle cause dei santi a promulgare il decreto, lo riconosce come “martire in odium fidei”. E, quindi, beato. Il secondo, ucciso dalla mafia, dopo don Pino Puglisi. Il percorso del processo di beatificazione, a livello diocesano, era cominciato nel 2011. Postulatore, in quella fase, è stato don Giuseppe Livatino, omonimo del giudice.

Come ha accolto questa notizia?
Il primo pensiero va ai genitori di Rosario. Lo hanno accudito e visto crescere, ma hanno scoperto chi era realmente solo dopo la sua morte. Sto pensando ai fatti che neanche loro conoscevano: al suo recarsi ogni mattina nella chiesa di San Giuseppe, dove pregava prima di affrontare la giornata lavorativa. Così come ai momenti di difficoltà che ha vissuto: minacce e intimidazioni che hanno potuto appesantire il suo animo. Anche di queste cose non erano a conoscenza. Ricordo solo che entrambi, man mano che passavano gli anni e la notorietà della testimonianza di Rosario si diffondeva, erano come smarriti. A un certo punto, però, hanno acquisito anche loro questa consapevolezza. Il padre una volta mi disse: ‘Mio figlio è un santo’.

Continua a leggere tutto l’articolo di Filippo Passantino su La Libertà del 6 gennaio 2021

Se devi ancora rinnovare il tuo abbonamento clicca qui e scopri come fare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *