Lo squarcio nel cielo

In casa nostra, le tradizioni casalinghe legate al Natale includono un passaggio obbligato per Il Signore degli Anelli, riletto assieme ai bimbi (almeno alcuni brani) e rivisto nella sua versione filmica, ovviamente extended edition. Quest’anno ci siamo messi avanti, e arriviamo a concludere la nostra piccola maratona cinematografica proprio la sera dell’antivigilia. Ci troviamo così ancora una volta con Frodo e Sam alle pendici del Monte Fato, nel deserto roccioso del regno di Sauron: alle prese con una missione dalle scarse probabilità di successo, alla quale sono appese le sorti del mondo intero. I due protagonisti sono circondati dall’ombra opprimente del male più cupo, apparentemente invincibile, che grava quasi fisicamente su di loro rendendone arduo il cammino. Non c’è speranza, sembrano sussurrare le lande petrose ai due piccoli hobbit.

In uno dei nostri passaggi preferiti, Sam si trova a rincuorare un esausto Frodo dopo aver alzato gli occhi al cielo: «Padron Frodo, guardate! C’è luce e bellezza lassù, che nessuna ombra può offuscare». Nel libro in realtà questo momento è affidato direttamente alla voce del narratore: «E lì Sam, sbirciando fra i lembi di nuvole che sovrastavano un’alta vetta, vide una stella bianca scintillare all’improvviso. Lo splendore gli penetrò nell’anima, e la speranza nacque di nuovo in lui. Come un limpido e freddo baleno passò nella sua mente il pensiero che l’Ombra non era in fin dei conti che una piccola cosa passeggera: al di là di essa vi erano eterna luce e splendida bellezza. […] Ora, per un attimo, il suo destino e persino quello del suo padrone smisero di tormentarlo» (Il Signore degli AnelliIl Ritorno del Re, pag. 1102).

La Bellezza su cui il mondo si regge ha lasciato una traccia di sé: e Sam ha visto. Mi sorprendo a ripensare al grido di Isaia, con cui ogni tre anni l’Avvento si apre: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti» (63, 19). Anche il profeta ha visto, ed ora arde di impaziente attesa.

È la descrizione della nostra vita, questa fatica del limite intrisa di un inspiegabile anelito. Quid animo satis? Cosa può bastare al cuore dell’uomo, cosa può colmarlo? Niente di meno che l’assoluto, niente di meno che il tutto.

Siamo mendicanti di infinito. Un infinito che non si lascia addomesticare: ha le sue vie, e queste non sono le nostre. Procediamo a tentoni, inseguendo uno splendore appena intravisto. Cerchiamo quella Bellezza attraverso la realtà che ne è segno. E imploriamo di poterla riconoscere, là dove essa sceglie in modo imprevedibile di lasciarsi vedere.

In quest’epoca che sembra rinchiuderci in una più o meno accomodante finitezza – è lecito desiderare, è consentito sperare, purché si speri in ciò che l’uomo stesso pensa di saper gestire (la scienza, la politica, il vaccino) – può sembrare un’iperbole la preghiera di Isaia, un cedimento infantile la commossa contemplazione di Sam.

Ecco perché il tempo di Natale giunge a noi come schiaffo in pieno volto –  la cosa meno “spirituale”, meno “sobria” che sia mai accaduta. I cieli si sono squarciati, a fiotti ha zampillato la luce: è venuto tra noi il fuoco indomabile, lo splendore di tutte le stelle è entrato nel mondo.

L’Eterno si è fatto carne, ha guardato con occhi umani, ha riso con voce bambina. Da duemila anni ogni cosa vibra di gioia al suono di quella risata, e come eco ci chiama a volgere il capo là, dove l’Infinito è sceso tra noi.

Egli è qui, una volta per tutte. Anche adesso, proprio ora, sempre.

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