La responsabilità delle parole

Il commento del nostro direttore, Edoardo Tincani, sul Discorso alla Città pronunciato dal Vescovo nel Pontificale del 24 novembre in San Prospero

Da lettore, cultore e artigiano della parola stampata, posso solo ringraziare il vescovo Massimo per il tema del suo Discorso alla Città 2020, che pubblichiamo integralmente, a beneficio di tutti i nostri lettori, da pagina 3 a pagina 8. Perché tocca uno dei gangli vitali delle nostre esistenze – la fatica della parola pensata, scritta e pronunciata – trovando, per l’appunto, le parole appropriate e compiendo egli per primo la fatica di questa ricerca, che non è mai conclusa.
Siamo immersi fino al collo non soltanto nell’epoca di internet e dei social di cui parla il testo, ma anche in un’era Covid che sta provando fisicamente, fiaccando spiritualmente e iperstimolando digitalmente le nostre vite.
È difficile, ma salutare, dare un nome a quello che stiamo percependo: avvilimento, attesa, preoccupazione, paura, addirittura angoscia o disperazione…

Le parole continuano a scavare la realtà fatta di immagini e di apparenze, a chiedere verità agli accadimenti che ci coinvolgono, al sistema mediatico drogato di fake news e alle opinioni che ci rimbombano attorno passando dall’inseparabile telefonino.

Ci penso spesso, in queste mattine, mentre esco di casa per recarmi in ufficio e con intima tristezza saluto i figli che invece restano lì, in procinto di sparpagliarsi tra le varie stanze e di accendere i loro device per seguire le lezioni scolastiche a distanza: davvero è iniziato, e il maledetto virus l’ha solo accelerato, un cambiamento antropologico e culturale di portata storica. Però, come opportunamente sottolinea il Vescovo nel suo Discorso, non è solo una questione di codici: dal libro al tablet, dal taccuino al cellulare, dalla frase con la sua sintassi all’emoticon e al post in libertà; no, è in gioco la comunicazione delle nostre persone, da genitore a figlio, da professore ad allievo, da sacerdote a fedele, da moglie a marito.

E purtroppo la comunicazione come relazione (faticosa) e trasmissione del sé all’altro si riduce sempre più a un’espressione mediata/vetrinizzata di dati e informazioni, più o meno utili, più o meno sensibili.
Credo che la didattica a distanza, a mio giudizio rovinosa nel suo perpetuarsi a tempo indefinito, stia dimostrando questo fenomeno, sulla spinta ineccepibile dell’emergenza e di una macchinazione ben più potente e pervasiva orchestrata dalle grandi sorelle dell’economia digitale.
Insieme e più ancora dell’imperversare delle chat, con imbarazzanti abusi grammaticali e cadute di stile relazionali, il deturpamento della parola che in questi anni mi inquieta maggiormente è l’ingigantirsi delle terminologie “politically correct”, denunciato da Camisasca nel primo capitolo del Discorso. Un problema che come giornalista e scrittore mi disturba anche sul piano professionale, perché sotto la patina delle buone intenzioni finisce per veicolare una dittatura intellettuale non meno omologante delle veline di regime del secolo passato.
Il tutto mentre il vocabolario si assottiglia e fa entrare a man bassa tecnicismi e inglesismi.
Troppi ogm al mercato della parola, titolerei.
Sarà che ai pr delle espressioni precotte continuo a preferire i profeti delle verità scomode, o che ancora mi commuovo se vedo uno studente che utilizza il dizionario dei sinonimi mentre scrive un tema, per scegliere e pensare le parole più giuste, oggi che la bulimia tecnologica permette di scodellare in rete all’istante risposte senza impegno, adesivi banali e ore di messaggi vocali; in questo modo tutti “comunicano” con scellerata immediatezza, sempre più logorroicamente e quasi tutti “ricevono” distrattamente, con ampie digressioni nella volgarità quando non addirittura nella violenza verbale, pardon “da tastiera”.

Con ciò, si tratta di analfabetismi di ritorno che accomunano tutte le generazioni, quindi lungi da me puntare il dito su una categoria sociologica. Da un lato il web ha potenziato a livelli inimmaginabili le possibilità di conoscenza, ma dall’altro gli algoritmi delle applicazioni più diffuse circoscrivono il pensiero, senza che più di tanto ce ne accorgiamo, a cerchie di sedicenti amici e “follower” dai profili similari al nostro, sicché si formano circoli chiusi, il meccanismo delle fazioni polarizzate si alimenta senza posa e buonanotte al “dialogo”.

Per imparare a scrivere bisogna tornare a leggere: la ricetta per educarci alla parola, e continuare a prendere ispirazione dalla Parola, è indicata dal Vescovo molto chiaramente. E difendere a tutti i costi spazi di silenzio, non come vuoto – suggerisce ancora don Massimo – ma come ascolto. Solo così torneremo a coltivare la sanissima abitudine di prenderci un po’ di tempo prima di discorrere, digitare, chattare con chicchessia, assumendoci la responsabilità delle parole che leggiamo, scriviamo, diciamo ogni giorno.

Edoardo Tincani

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