Vent’anni senza don Altana: Amore traboccante per i poveri. Messa di suffragio il 5 gennaio

Il 22 dicembre 1999 moriva don Alberto Altana, primo membro – con Enzo Bigi – dei “Servi della Chiesa”, l’Istituto Secolare fondato da Don Dino Torreggiani e approvato dalla Chiesa nel 1948.
Alberto Altana è stato una figura profetica e ‘scomoda’ della nostra Chiesa. Al centro della spiritualità dei Servi della Chiesa è la sequela di Cristo servo e povero. E tutta la vita di don Alberto è stata testimonianza di povertà radicale, strettamente legata al servizio ai più poveri e abbandonati, anzi, povertà come condizione essenziale per l’amore agli ultimi, fino all’immedesimazione.

Se don Dino veniva da una famiglia povera, don Alberto apparteneva ad una stimata famiglia della borghesia:il padre dottor Giuseppe Altana avviò il rinomato laboratorio di analisi di viale Montegrappa; il fratello Giorgio diventerà poi uno stimato medico. Alberto si laurerà in legge a Bologna e in seguito in Filosofia alla Cattolica di Milano.
Se don Dino veniva da una famiglia di fede, Alberto doveva confrontarsi con l’ambiente liberale e agnostico della famiglia, e la stessa scelta del sacerdozio, contro le aspettative di una brillante carriera forense, fu fortemente disapprovata.

Don Alberto incontra don Dino nella parrocchia di Santa Teresa, a ha 17 anni quando si converte; a 19 anni – l’8 dicembre1940 – emette i primi voti insieme a don Dino, consacrandosi a Dio, ai poveri e alla Chiesa. Si forma così il primo nucleo del futuro istituto ‘Servi della Chiesa’. Nel 1946 Alberto entra alla Gregoriana e diventa prete il 19 marzo 1949, per l’imposizione delle mani del vescovo Beniamino Socche.

Ricordare don Alberto è ricordare il suo amore traboccante per i poveri e per una Chiesa povera.
Nel testo di Filippesi 2,1-11 – normativo per i Servi della Chiesa – si legge: “Svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”. Il Signore Gesù sceglie lo ‘svuotamento’ per condividere la nostra storia, sceglie l’abbandono, l’umiliazione. Così in don Alberto la povertà è scelta deliberata. Poiché nel mistero dell’Incarnazione, che è condivisione con la nostra umanità ferita, la povertà non è facoltativa, ma condizione.

I voti sono vincoli di amore nuziale che ci legano a Cristo, e tutta la vita di don Alberto è stata espressione di questo amore appassionato per il corpo di Cristo, nei Suoi poveri e nella Sua Chiesa. Qualcuno ha detto: ‘Era un uomo buono, dava sempre il suo letto’. Ma lui ha sempre creduto fortemente che il vero servizio ai poveri stava nel loro bene spirituale: ai poveri va dato il Vangelo, annunciata la Buona Novella, va data la Grazia dei Sacramenti. Chi ha conosciuto don Alberto ricorda che andava giorno e notte a confessare e a comunicare, e a celebrare l’Eucarestia nelle case. Quanti si sono riconciliati con Dio e con gli uomini al termine della vita!

Continua a leggere l’articolo su La Libertà del 25 dicembre…

 



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