Arte e memoria con intelletto d’amore

Pubblichiamo questo scritto di Renato Valcavi a spiegazione di una sua lastra di rame posta sul monumento ai Caduti della Bettola. Ci pare un’importante testimonianza di come Valcavi abbia inteso l’arte in generale e, in particolare l’arte dei “monumenti”, termine del quale egli intendeva riproporre il significato letterale della parola: “insegnamento sapienziale”.

Lasciatemelo dire: c’è una complessità incredibile nella progettazione di un monumento che ricordi, alle nuove generazioni, fatti luttuosi della guerra, come la strage della Bettola che, nella notte di San Giovanni 1944, vide la belva umana scatenarsi contro 32 vittime innocenti. Il monumento non è un atto di sola memoria. Per questo basterebbero dei semplici certificati anagrafici di morte. Deve essere qualcosa di più: un ricordo che scava nelle profondità del cuore umano per riportare alla luce quei valori perenni che reggono il mondo in modo da annullare tutto ciò che è stato morte, distruzione, rovina. Valori che, per essere universali e perenni, devono per forza di cose attingere alla trascendenza, alla religiosità, a Dio.

Un valore che fosse tale solo per alcuni uomini, per una sola cultura o nazione, non riuscirebbe ad annullare quel male che ha prodotto morte e distruzione. In tal caso il monumento parlerebbe solo ad alcuni contro altri e il suo linguaggio diventerebbe di parte e, dunque, potenzialnente, sobillatore di nuovi odi e di nuova morte.

Il monumento deve parlare a tutti. Anche all’assassino: a quello reale che ha commesso l’eccidio, come anche quello potenziale che si nasconde dentro ognuno di noi. Non deve avere il linguaggio della proibizione del male, ma della proposizione del bene, con il realismo di chi, vivendo la quotidianità della storia, sa – con l’Apostolo – che il male si vince solo con il bene; l’odio solo con l’amore. E che Dio, nel quale si ricapitola ogni umana vicenda, può trarre il bene anche dal male; può, col fuoco acceso dal malvagio per distruggere, far emergere, nel nostro cuore, l’oro della carità. E in questo l’artista deve farsi strumento di Dio.

Continua a leggere l’articolo su La Libertà del 18 dicembre…

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