Rosario Livatino, la santità nel quotidiano Sassuolo: sabato alle 16 un incontro chiude la mostra

“Il compito dell’operatore del diritto, del magistrato, è quello di decidere; orbene, decidere è scegliere e a volte scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare. (…). Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto, per il tramite dell’amore della persona giudicata. (…) E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società (…) disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione”: così il magistrato Rosario Livatino, ora Servo di Dio, in una conferenza (significativamente intitolata Fede e diritto) tenuta il 30 aprile 1986 a Canicattì.

Parole talmente attuali che lo scorso 29 novembre Papa Francesco ha voluto richiamarle in occasione dell’udienza concessa ai membri del Centro Studi che da Livatino prende nome. Qui è già racchiuso il programma di vita di quest’uomo, ucciso dalla mafia poco prima di compiere trentotto anni e definito da Giovanni Paolo II “martire della giustizia e indirettamente della fede”.

È la mattina del 21 settembre 1990. Come ogni giorno il giudice sta recandosi al lavoro al volante della sua inconfondibile Fiesta color amaranto, lungo la statale 640, in direzione di Agrigento. Poco oltre il bivio di Castrofilippo una Fiat Uno e una moto Honda gli si affiancano, stringendolo al guardrail. A bordo ci sono quattro killer poco più che ventenni, che iniziano a sparare. Livatino tenta di fuggire: scende dall’automobile, scavalca il guardrail.


Viene colpito da tre proiettili, uno dei quali in pieno torace; non riesce a proseguire, cade. Raggiunto dal più giovane del commando, il giudice ha solo il tempo di chiedere “Che cosa vi ho fatto, picciotti?”, prima di essere colpito da due colpi: uno in pieno viso e l’ultimo, quello mortale, alla tempia.

Muore così questo magistrato, “reo” di aver fatto incarcerare alcuni boss della Stidda (la fazione mafiosa che in quel periodo contende il primato a Cosa Nostra).
Un personaggio scomodo perché incorruttibile; incomprensibile anche agli occhi di colleghi e collaboratori, per via dell’inspiegabile sguardo di pietà che lo anima in ogni circostanza. Come quando rinuncia alle ferie di Ferragosto per rimettere in libertà senza ulteriori indugi un detenuto giunto a fine pena, o quando stupisce il custode dell’obitorio per l’abitudine di raccogliersi in preghiera davanti ai cadaveri di criminali incalliti.

Forse proprio questi dettagli, più ancora che l’eccezionalità del suo compito o le tragiche circostanze della morte, rendono la sua figura così luminosa e al tempo stesso così familiare. Dettagli come la sigla S.T.D., annotata sul frontespizio di tutte le sue agende. Sub Tutela Dei, “sotto la protezione di Dio”, ma anche (come l’etimologia di tueor suggerisce) “sotto lo sguardo di Dio”: un atto di affidamento e insieme un promemoria.
Livatino non dimentica nemmeno per un istante che anche il giudice, in quanto uomo, è segnato dal limite e dal peccato.
E – come afferma nella conferenza dell’86 – il peccato è ombra, per giudicare occorre la luce; e nessun uomo è luce assoluta.

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